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Rima Abu Rhama, prima donna pugile a Gaza: “La boxe in Palestina è resistenza e rivendicazione femminista”

Fondata nel 2020 da Rima Abu Rhama, Gaza Boxing Women è diventata il primo club di pugilato femminile della Striscia: un progetto nato per rompere tabù e conquistare spazi di libertà per le donne palestinesi.
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Cosa vuol dire essere una donna che pratica boxe a Gaza? Lo sa bene Rima Abu Rhama, 27enne nata nella Striscia che nel 2020 ha fondato Gaza Boxing Women, primo club di pugilato femminile. Un atto sovversivo che ha dato il via a un'esperienza incredibile, e che ha coinvolto tantissime donne e bambine, che hanno infilato i guantoni e sono salite sul ring quanto chiunque pensava fosse impossibile. Un progetto che vive ancora oggi e che aiuta chi vive sotto le macerie a resistere. Rima Abu Rhama, arrivata a Roma per l'evento Boxe contro l'assedio, porta con sé le istanze e le rivendicazioni di un popolo che non si arrende al genocidio di Israele.

"Prima del 2020 non sapevo nemmeno che le donne potessero praticare il pugilato – racconta – Di conseguenza, l'idea di diventare una pugile a Gaza era qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Non era un sogno d'infanzia, ma oggi spero che altre donne e bambine possano vederci, scoprire questo sport e iniziare a praticarlo. Per me rappresenta sia una sfida che una grande passione. Quando abbiamo dato vita al progetto Gaza Boxing Women, insieme alle altre ragazze abbiamo capito subito che la nostra non era solo una sfida sportiva all'interno del ring o della palestra. Era, ed è, una battaglia molto più ampia di resistenza, resilienza e rivendicazione femminista. Combattiamo su ogni fronte, ed è un percorso complesso, ma sono profondamente orgogliosa di essere stata una delle prime pugili a Gaza, di aiutare nella gestione del club e di incoraggiare la nuova generazione di ragazze ad avvicinarsi a questa disciplina".

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Nel suo racconto emerge come il pugilato femminile a Gaza sia nato da una forte esigenza, in un contesto dove alle donne non veniva riconosciuto spazio negli sport da combattimento e dove praticare boxe sembrava semplicemente impossibile.

"Tutto è iniziato nel 2020, subito dopo la mia laurea. Cercavo un corso di difesa personale, ma nulla mi appassionava quanto il pugilato. Approfondendo l'argomento, ho scoperto che le donne potevano boxare. Essendo nata e cresciuta in un contesto come quello di Gaza, un'idea simile non mi era mai sfiorata; forse anche perché i media mostravano sempre e solo sport maschili: incontri di pugilato, lotta, calcio, tutto declinato al maschile. Quando ho deciso che volevo provarci, mi sono resa conto che sul territorio non esistevano spazi accessibili alle donne. Ho iniziato a cercare un allenatore e ho trovato Osama, che allora allenava in strada le sue figlie e alcune bambine del quartiere. L'ho contattato, sono andata a incontrarlo e gli ho chiesto di insegnarmi a boxare. All'inizio è scoppiato a ridere, sorpreso dal fatto che fossi una donna adulta e non una bambina. Per lui rappresentavo una complicazione, un "pacchetto di problemi" in termini sociali e politici. Mi disse: "Sì, ma sei una donna, è complicato con la società e il governo…". Io gli risposi di non preoccuparsi, che avremmo trovato una soluzione. Inizialmente volevo solo allenarmi, non avevamo l'obiettivo di fondare un club. Poi abbiamo trovato un seminterrato che era stato allestito in passato per il pugilato ma che era rimasto vuoto e inutilizzato. Il gestore dello spazio era Ali Abdul Shafi — che Dio abbia pietà di lui, scomparso di recente a causa del genocidio di Israele  — il quale permise a me e Osama di usufruire del posto gratuitamente. A quel punto avevamo bisogno di coinvolgere altre donne. Ho iniziato a proporlo alle mie sorelle e alle mie amiche; per loro era un'idea bizzarra, ma hanno voluto tentare. Abbiamo iniziato ad allenarci in quel seminterrato e a pubblicare delle storie sui nostri profili social privati. Molte ragazze di Gaza, vedendoci, hanno capito che era possibile farlo anche qui e hanno iniziato a contattarci per unirsi al gruppo. Siamo cresciute rapidamente, passando da 10 a 30, fino a 45 iscritte. Lo spazio non bastava più, quindi abbiamo dovuto dividere gli allenamenti in turni diversi, fino a quando siamo riuscite ad affittare una sede nostra e a strutturare un vero e proprio club organizzato. Da quel momento ho iniziato ad affiancare alla pratica sportiva anche la gestione manageriale del progetto".

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Quella che inizialmente era nata come una piccola esperienza condivisa tra ragazze si trasformò presto in un caso, attirando minacce e attacchi soprattutto da parte degli ambienti più conservatori. Nonostante le pressioni sociali, hanno deciso però di non lasciarsi intimidire e continuare, convinte che il loro percorso potesse aprire nuovi spazi e nuove possibilità per le donne palestinesi.

"All'inizio la nostra comunità di riferimento era composta da coetanee, ragazze della Generazione Z che ci seguivano su Instagram. Le cose sono cambiate radicalmente quando un amico ha scattato dei ritratti a tre di noi e li ha pubblicati su Facebook. Quando si gestiscono progetti del genere bisogna comprendere a fondo l'impatto dei diversi social network: Facebook si rivolge a un pubblico differente, con un'altra mentalità e un'altra estrazione generazionale. Da quel momento siamo state investite da un'ondata di attacchi. La notizia si è diffusa rapidamente e abbiamo ricevuto minacce di ogni tipo: telefonate in cui dicevano che avrebbero bruciato o chiuso la palestra, e commenti violenti che ci accusavano di distruggere la cultura locale, affermando che non avremmo mai trovato marito o che avrebbero dovuto decapitarci. L'opinione pubblica, specialmente quella delle vecchie generazioni, non era pronta ad accettare una realtà simile, e questo non solo a Gaza, ma in Palestina e nel mondo arabo in generale. L'immagine stereotipata della donna di Gaza non coincideva affatto con quella di una ragazza con i guantoni da boxe. Sapevamo di stare rompendo dei tabù. Inizialmente abbiamo avuto paura, ma poi abbiamo capito che dovevamo resistere per normalizzare l'idea che le donne possano praticare qualsiasi sport e occupare qualsiasi spazio nella società, al di là dei ruoli preconfezionati. È stato un percorso lungo per scardinare questi pregiudizi, che è continuato fino all'inizio della guerra".

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Con l’inizio della guerra, la priorità per il team della Gaza Boxing Women non è stata più lo sport, ma la sopravvivenza. Tra bombardamenti, evacuazioni forzate e comunicazioni interrotte, il gruppo si è ritrovato disperso tra nord e sud della Striscia. Della palestra, oggi, rimangono solo macerie.

"Quando è iniziato il genocidio a Gaza, la distruzione della palestra o la perdita dei beni materiali sono passate in secondo piano. La priorità assoluta era la sicurezza di ognuna di noi, soprattutto perché i bombardamenti erano incessanti e l'ordine di evacuazione forzata costringeva le persone ad abbandonare le proprie case sotto la minaccia dei crolli. In quel periodo le comunicazioni sono saltate. Io mi trovavo fuori Gaza per motivi di studio e sono rimasta bloccata a causa della chiusura dei valichi; ho perso ogni contatto con la mia famiglia, con il club e con le ragazze. Non sapevamo chi fosse vivo, chi fosse morto o chi si trovasse sotto le macerie. La situazione era drammatica. Osama riusciva a inviarmi un messaggio solo ogni due settimane, quando trovava un minimo di segnale, per aggiornarmi sulle evacuazioni verso il sud. Alcune ragazze sono rimaste nelle loro case a Gaza City, nel nord, mentre l'area in cui sorgeva la nostra palestra è diventata una zona militarizzata occupata dall'esercito israeliano. Per mesi non abbiamo saputo cosa ne fosse stato della struttura. A gennaio, quando i carri armati israeliani si sono parzialmente ritirati da quel settore, una delle nostre atlete rimasta nel nord è riuscita a raggiungere il club. Ha girato un video che mostrava la totale distruzione dello spazio: era tutto ridotto in cenere. Tutto ciò che avevamo costruito con immenso sacrificio, investendo i nostri risparmi e il nostro lavoro, era svanito. Spesso avevamo dovuto fabbricare le attrezzature a mano, perché Gaza è sotto assedio da ben prima del 7 ottobre, e reperire sacchi da boxe, materassini o abbigliamento sportivo era estremamente difficile già prima della guerra. Vedere tutto quel lavoro polverizzato ci ha spezzato il cuore. Tuttavia, il dolore più devastante è stato iniziare a perdere i membri della nostra squadra. Prima Ali, poi due bambine del nostro team giovanile — due sorelline — trovate senza vita accanto ai corpi dei loro padri ben 17 giorni dopo essere state colpite, poiché l'area era inaccessibile a causa della presenza militare. Infine Malak, rimasta uccisa nel crollo del bar sulla spiaggia che frequentavamo sempre, bombardato sopra le loro teste. Nel frattempo, le ragazze evacuate al sud vivevano in condizioni disumane nelle tendopoli, senza servizi igienici, senza acqua e senza cibo".

Malak, uccisa dai bombardamenti israeliani
Malak, uccisa dai bombardamenti israeliani

"Abbiamo dovuto reagire immediatamente. Non avevamo più una palestra, non avevamo più i guantoni, non avevamo più nulla, ma siamo una famiglia. Abbiamo condiviso troppo per permettere che questo legame si dissolvesse: la Gaza Boxing Women non è fatta di mura o di attrezzature, è fatta di persone. Dovevamo fare in modo che le ragazze preservassero la propria dignità e sopravvivessero. Osama è andato a rintracciare tutte le atlete possibili sul campo. Inizialmente ero contraria all'idea di riprendere gli allenamenti tra le tende, perché temevo che assembrarsi in gruppo le rendesse un bersaglio facile per i bombardamenti. Ma sono state le ragazze stesse a insistere: volevano boxare. Dicevano di aver bisogno di quell'ora di normalità per sentirsi ancora esseri umani in mezzo a un contesto che tentava di disumanizzarle in ogni modo. Hanno ricominciato ad allenarsi così: tirando pugni ai cuscini, usando le sedie per delimitare il ring e indossando i vestiti di tutti i giorni. Non avevamo nessuno dei requisiti minimi di cui dispone un atleta in qualsiasi altra parte del mondo. Quando ho visto le foto delle ragazze che si allenavano sulla sabbia bollente, scalze e prive di tutto, ho capito che dovevamo agire. Non potevamo fermare le bombe, ma potevamo fare in modo che nessuna di loro morisse di fame. Abbiamo attivato una rete di solidarietà per raccogliere fondi, vestiti e generi alimentari, garantendo loro almeno un pasto completo al giorno dopo l'allenamento. Abbiamo potenziato la comunicazione grazie a volontari esterni che gestivano i canali social e la raccolta fondi, mentre altri operavano sul campo. Nonostante la dispersione del team tra il nord, il sud e l'esterno di Gaza, la condivisione di questo ideale ci ha permesso di resistere. Fondamentale è stato il supporto internazionale di singoli cittadini, associazioni e dei club di pugilato italiani, come il progetto Boxe contro l'assedio, che ci hanno fornito tende, indumenti, guanti e cibo. Questo sostegno è, e sarà sempre, uno dei motivi principali per cui la nostra squadra è riuscita a sopravvivere".

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Nel pieno della guerra, continuare ad allenarsi è diventato per molte ragazze di Gaza un modo per difendere la propria umanità e ritagliarsi uno spazio di normalità dentro la devastazione quotidiana.

"Sono state le atlete stesse a pretendere la continuità del progetto. Di fronte a un tentativo sistematico di disumanizzare il popolo palestinese e di negare il nostro stesso diritto all'esistenza, praticare sport è diventato un atto di riappropriazione della propria umanità e del proprio corpo. Significa scegliere di essere forti e ritagliarsi uno spazio di vita normale in mezzo alla devastazione. Questo messaggio è potente, tanto che molte nuove ragazze si sono unite a noi direttamente nelle tendopoli durante la guerra. Quando chiediamo loro cosa le spinga a venire, rispondono che lo fanno per stare insieme. Il club è diventato un rifugio sicuro, uno spazio di socializzazione dove poter elaborare i traumi, scaricare l'energia negativa e liberarsi dei sentimenti più dolorosi. Sul ring, l'attenzione si concentra unicamente sui guantoni e sul confronto con altre donne di ogni età. La Gaza Boxing Women è sempre stata molto più di una semplice attività sportiva. Anche per me, che ho vissuto questa fase a distanza, la palestra ha sempre rappresentato un luogo d'incontro guidato da una causa comune. Non eravamo lì solo per tirare pugni; c'era un significato molto più profondo. Ed è proprio questa profondità che ha permesso al progetto di sopravvivere al genocidio e alla distruzione materiale: la palestra non c'è più, ma le donne continuano a boxare".

"Vorrei dire a tutte le donne oppresse di restare unite e di sostenersi sempre a vicenda. Se guardo indietro alla mia storia personale, dietro ogni mio successo e ogni barriera infranta ci sono sempre state delle donne che mi hanno tesa la mano. Esorto tutte a cercare alleanze e a offrire a propria volta supporto. Non dobbiamo mai perdere la speranza: lottiamo da sempre per i nostri diritti, per la nostra libertà e per il diritto di essere padrone dei nostri corpi e dei nostri destini. Continuate a lottare, a fare affidamento sulle vostre forze e a rivendicare il controllo sulle vostre vite. Non arrendetevi mai".

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