Da Ramallah alle Olimpiadi, il pugile palestinese Waseem Abu Sal: “Sul ring porto con me tutto il mio popolo”

“All’inizio non ero particolarmente appassionato di pugilato. Ho iniziato a praticarlo quando avevo 14 anni, ma la vera svolta è arrivata durante un torneo internazionale europeo in Portogallo, dove ero andato insieme alla mia squadra. Lì è nata una sfida tra me e un altro ragazzo del team, Islam, che all’epoca era il capitano della nazionale ed era anche più grande di me. Per me è sempre stato una grande fonte d’ispirazione, quasi come un fratello maggiore. Ci eravamo promessi di vincere la medaglia d’oro… e alla fine ci siamo riusciti entrambi. È stato proprio in quel momento che ho capito quanto il pugilato fosse importante per me. Quando sono tornato a casa, ho detto a mio padre: ‘Voglio fare solo il pugile. Non voglio essere nient’altro’”
Waseem Abu Sal è un nome conosciuto che ha bisogno di poche presentazioni: è infatti il primo pugile palestinese ad aver partecipato alle Olimpiadi. Dalla palestra di El Barrio, a Ramallah, allenato dal coach Nader Jayousi, è salito sul ring di Parigi 2024 portando con sé non solo il desiderio di competere, ma anche quello di dare voce alle istanze del suo popolo, oggi travolto dalla devastazione nella Striscia di Gaza e dall’offensiva militare condotta da Israele ai territori palestinesi. Oggi Waseem si trova a Roma per partecipare a “Boxe contro l’assedio”, il progetto di scambio sportivo promosso dalle palestre popolari Palermo, Valerio Verbano e Quarticciolo, insieme all’Ong CISS. L’iniziativa si svolgerà oggi, sabato 23 maggio, al Parco Nomentano. L’evento prevede un triangolare di pugilato tra Italia, Irlanda e Palestina, con la partecipazione di numerosi atleti provenienti dai tre Paesi.

Praticare una disciplina sportiva qui può sembrare una cosa semplice, scontata. In Palestina non lo è. Gli atleti infatti hanno un'estrema, se non impossibile, possibilità di movimento. Se un pugile in Italia può facilmente andare ad allenarsi in altri posti, con altri atleti, questo non è possibile per Waseem Abu Sal. A Ramallah bisogna organizzarsi con quel poco che si ha: e spesso, si dice poco per non dire niente.
"Noi siamo nati sotto questa pressione – dice Waseem -. Io stesso sono cresciuto vivendo questa realtà, ma ho un sogno e voglio viverlo fino in fondo. Per questo non permetto alla pressione di influenzarmi o di farmi arrendere. Non voglio usare l’occupazione come una scusa per dire che non posso fare sport o che devo rinunciare ai miei obiettivi. Anzi, cerco sempre di andare oltre ogni difficoltà. Sicuramente per noi è tutto più complicato: non abbiamo le stesse opportunità degli altri. Io, per esempio, non posso andare ad allenarmi con i pugili di Gerusalemme, né con quelli di Jenin o di Betlemme. A causa delle restrizioni di movimento e anche dei pericoli sulle strade, spesso non possiamo nemmeno incontrarci con i compagni della nazionale come farebbero normalmente altri atleti. Gli altri pugili possono confrontarsi, allenarsi insieme e fare esperienza l’uno con l’altro, mentre per noi questo è molto più difficile. Ma proprio queste difficoltà ci hanno resi più forti mentalmente e più pronti ad affrontare le sfide. Lo sport, per me, rappresenta una speranza: mi dà qualcosa per cui lavorare, qualcosa da inseguire. Costruisce un sogno nella mia mente, un sogno così grande che vale tutti i sacrifici, tutto il duro lavoro e tutta la dedizione che mettiamo ogni giorno. Sappiamo bene quali ostacoli dobbiamo affrontare, ma non permetteremo che questo ci renda frustrati o disperati. Abbiamo scelto di continuare ad andare avanti, di continuare a provarci e di lavorare ogni giorno per raggiungere i nostri sogni.”

Waseem Abu Sal racconta come l’occupazione israeliana incida non solo sulla vita quotidiana, ma anche sul percorso sportivo degli atleti palestinesi, tra allenamenti impossibili, viaggi cancellati e lutti che segnano profondamente la squadra nazionale. Amici e compagni che sono stati uccisi negli anni dall'esercito israeliano, e che rafforzano la motivazione di questi atleti: la boxe non è solo uno sport in Palestina, ma un atto di resistenza.
“Le difficoltà che stiamo vivendo nel nostro paese influenzano tantissimo il nostro allenamento, i nostri spostamenti e la nostra preparazione – spiega – La pressione che vive un pugile palestinese non è come quella di qualsiasi altro pugile. Come dicevo prima, io non ho la possibilità di andare ad allenarmi con i miei amici che si trovano a Gerusalemme o con le persone a Gaza. Per incontrarli e fare esperienza insieme, a volte dovevo andare in Egitto o in un altro paese. Nella nostra squadra ci sono anche Nahid e Imran, che si allenano con noi, e nella stessa palestra si allenava anche un loro cugino. L'esercito israeliano gli ha sparato in testa. Quando salgo sul ring, penso a lui, penso a tutte le persone che abbiamo perso, e questo diventa uno stimolo per andare avanti. Perché noi non rappresentiamo solo noi stessi: rappresentiamo i martiri del nostro paese, rappresentiamo i feriti, i prigionieri, rappresentiamo la sofferenza di un intero popolo. Io non sono qui per divertirmi o per svagarmi. Da quando la situazione è peggiorata con il genocidio, tutto questo ha avuto un impatto enorme anche sul nostro allenamento come atleti della nazionale. I viaggi sono diminuiti tantissimo, spesso non potevamo più partire. Per esempio, io e Nidal ci preparavamo per mesi in ritiro, perdendo anche 8 o 9 chili per arrivare al peso gara. Io combatto nei 55 kg, mentre lui pesa circa 71 kg, ma era comunque l’unico compagno con cui potevo allenarmi a un livello competitivo. Ci preparavamo duramente per i tornei internazionali e poi, uno o due giorni prima della partenza, il viaggio veniva cancellato perché chiudevano i confini, oppure il visto non arrivava. Emotivamente tutto questo pesa tantissimo. Ogni giorno viviamo tragedia e sofferenza. Ma allo stesso tempo cerchiamo di trasformare questo dolore in carburante, in motivazione per ottenere risultati e rappresentare il nostro paese nel modo migliore possibile. Quando saliamo sul ring, sentiamo di rappresentare le persone uccise, i prigionieri, i feriti, tutte le persone colpite. Nella scena sportiva palestinese abbiamo perso più di mille persone tra atleti e allenatori. E anche nella nostra squadra abbiamo vissuto perdite dirette, come quella del cugino di Nahid e Imran, che era con noi nella palestra di El Barrio ed è stato ucciso per strada. Tutto questo ha colpito profondamente il nostro programma di allenamento, soprattutto quello internazionale. Per me, che combatto nei 55 kg, allenarmi soltanto con un pugile di 70 kg non è una situazione normale nello sport, ma continuiamo comunque a fare il massimo. Il mio obiettivo è qualificarmi per Los Angeles 2028 e conquistare una medaglia per la Palestina. Tutto questo rende il percorso molto più difficile, ma non ci fermeremo.”

Eventi e progetti come Boxe contro l'assedio rappresentano non solo competizioni sportive, ma anche momenti di vicinanza umana e testimonianza della propria storia. "Per noi tutto questo ha un significato molto più grande dello sport. Io avevo già vissuto esperienze simili in passato, perché ho viaggiato e ho visto quanto affetto e rispetto ci siano verso i palestinesi. Sinceramente, non ho mai incontrato qualcuno che odiasse i palestinesi. Per esempio, ieri Imran, che è più giovane di me ed è con me nella squadra, stava vivendo tutto questo per la prima volta. Quando siamo arrivati e abbiamo visto 40 o 50 persone che ci aspettavano, che cantavano per la Palestina ed erano entusiaste di incontrarci, lui mi ha guardato stupito e mi ha detto: ‘Ma davvero queste persone ci amano così tanto?'. Per lui è stata un’esperienza completamente nuova. Aveva viaggiato solo un paio di volte prima per il pugilato e non aveva mai visto qualcosa del genere. Per me, invece, momenti così mi fanno sentire come se fossi in mezzo alla mia famiglia, alla mia gente. Ogni volta che vado in un paese dove le persone ci accolgono con rispetto e affetto, quel posto mi rimane dentro. Noi sappiamo bene di non essere qui soltanto per disputare un incontro di pugilato. Siamo qui anche per raccontare una storia, per raccontare una realtà fatta di oltre cento anni di sofferenza e tragedia. Quando saliamo sul ring, rappresentiamo tutte le persone che sono a casa nostra. Per questo, quando viaggio in posti come questo, cerco sempre di creare un legame vero con le persone che ci accolgono. Voglio costruire amicizie sincere, così che un giorno anche noi potremo accoglierli in Palestina e aprire le nostre case a loro, facendoli sentire come parte della nostra famiglia.”

Guardando al futuro, Waseem parla del sogno olimpico che accompagna da anni il pugilato palestinese: una speranza tramandata di generazione in generazione, nonostante le difficoltà, con l’obiettivo di portare la bandiera palestinese sul podio di Los Angeles 2028. "Adesso il nostro obiettivo è Los Angeles 2028. Se Dio vuole, io e i ragazzi che sono con me riusciremo a qualificarci e uno di noi porterà a casa una medaglia. E anche se non dovesse succedere attraverso di noi, succederà attraverso la generazione più giovane che sta crescendo dietro di noi. Quando ero bambino, infatti, guardavo i pugili della generazione precedente, come Ahmed Harara e Suleiman Hussein. Anche loro avevano il sogno delle Olimpiadi e cercavano di qualificarsi. Le loro condizioni erano persino più difficili delle nostre: viaggiare era più complicato, fare esperienza internazionale era più difficile. Eppure continuavano a provarci. Noi oggi abbiamo ereditato quella stessa passione e quella stessa mentalità. Da piccoli ascoltavamo i pugili più grandi dirci: ‘Se non riusciamo noi ad arrivarci, allora dovrete riuscirci voi'. E oggi siamo noi a trasmettere quel messaggio ai bambini più giovani della nostra palestra, quelli che alleniamo e con cui lavoriamo ogni giorno. Cerchiamo di far capire loro che possono diventare olimpionici, che possono alzare la bandiera palestinese e vincere una medaglia alle Olimpiadi. A El Barrio questa idea esiste da sempre: crescere una generazione capace di rappresentare la Palestina sul palcoscenico più grande del mondo. È qualcosa che mettiamo nella testa dei bambini fin da piccoli, perché credano davvero di poter diventare grandi atleti e grandi rappresentanti del loro paese.”

“Dal punto di vista sportivo, tutto questo per noi è molto importante perché ci dà grande esperienza. Noi cerchiamo sempre di vivere questo tipo di opportunità, soprattutto i più giovani della squadra. Per esempio, in passato avremmo voluto andare in Irlanda come gruppo più numeroso, magari in 12 o 13 pugili, così che tutti potessero fare un’esperienza più completa. Ma non è stato possibile a causa dei visti e delle varie situazioni, quindi siamo partiti solo in 4 o 5, quelli che erano riusciti a ottenere i documenti in tempo. Nonostante questo, ogni viaggio di questo tipo ci aiuta molto a crescere. Ci avvicina anche alle altre persone: agli irlandesi, agli italiani, e a chiunque incontriamo. Si crea un legame umano forte, anche se veniamo da paesi diversi. Inoltre, per noi è fondamentale sul piano sportivo, perché da noi è difficile avere accesso a incontri regolari o a un livello internazionale costante. Quando viaggiamo, cerchiamo sempre di fare il massimo: allenarci, combattere, fare esperienza. Non veniamo qui pensando di svagarci o prendere una pausa. La priorità è sempre una sola: fare esperienza e crescere il più possibile. Per questo, anche quando siamo in trasferta, se l’allenatore ci chiede se siamo stanchi o se vogliamo allenarci il giorno dopo, la risposta è sempre la stessa: vogliamo allenarci. Questo aspetto è importante sotto due punti di vista. Da una parte lo sport: non abbiamo sempre la quantità di atleti o il livello necessario per prepararci ai grandi palcoscenici internazionali, soprattutto per i più giovani. Per questo è fondamentale portarli fuori, fargli vivere queste esperienze, come abbiamo fatto in Italia e in Irlanda, e come quando squadre straniere vengono a trovarci al club El Barrio. Dall’altra parte, tutto questo costruisce legami umani profondi. Scopriamo che persone che sono geograficamente lontane in realtà sono emotivamente molto vicine a noi. E questo ci dà una grande motivazione, perché vediamo persone che tifano per la Palestina, che vogliono la Palestina alle Olimpiadi e che vogliono vederci vincere una medaglia, anche se non sono palestinesi. Questo ci fa capire ancora di più quanto sia importante ciò che stiamo cercando di costruire per il nostro paese e per il nostro popolo”.
Guardando ai prossimi anni, Waseem racconta il sogno olimpico condiviso con i compagni di squadra: qualificarsi per Los Angeles 2028 e portare la Palestina ai massimi livelli del pugilato internazionale. “Il mio obiettivo è riuscire a qualificarmi per Los Angeles 2028 insieme alla squadra che ho con me: io, Nidal, Tamer e gli altri compagni. Vogliamo arrivarci come gruppo e rappresentare la Palestina al più alto livello nei campionati internazionali. Il mio sogno è questo: poter rappresentare la storia del mio paese nel modo più alto possibile nel pugilato. Così che, quando saliamo sul ring, le nostre mani possano raccontare una storia. La storia di un grande popolo che ha sofferto, ma che continua a resistere e a non arrendersi mai”

“Voglio che tutte le persone sappiano che ogni singolo palestinese ha un sogno e, normalmente, vuole solo viverlo. Ci sono atleti che vogliono arrivare ai massimi livelli, proprio come il miglior atleta al mondo. Quando salgo sul ring, io non mi sento inferiore a nessun pugile al mondo. So bene che ci sono avversari con più esperienza di me, che hanno tutto ciò che chiedono subito, mentre io spesso devo faticare anche per le cose più semplici. Ma questo non mi ferma, perché ho un sogno che voglio raggiungere. Quando ero piccolo, guardavo queste differenze e dicevo: ‘Loro hanno tutto più facile, loro hanno più opportunità'. Poi il mio allenatore mi ha sempre ripetuto una cosa: ‘Vuoi rinunciare al tuo sogno?'. Io rispondevo di no. E lui mi diceva: ‘Allora devi dimenticare le difficoltà, devi stringere i denti e restare concentrato sul tuo obiettivo, qualunque cosa accada davanti a te. Fame o non fame, tristezza o felicità, devi restare concentrato'. Per questo oggi sono qui, sono felice, mi godo anche il viaggio, mi svago, sono in Italia che è uno dei paesi più belli del mondo, ma dentro di me resto sempre concentrato sul mio obiettivo. Per me l’80% della giornata è pugilato: allenamento, lavoro, errori e correzioni con il coach. Il restante 20% è per ridere, scherzare e vivere un po’ la vita. Noi amiamo la vita, e ogni palestinese ha una storia da raccontare, un sogno da raggiungere e un’ambizione da realizzare. Non voglio che questo venga frainteso: non viviamo per morire, viviamo per realizzare i nostri sogni. Anche per me, come pugile, e per tutti i pugili che conosco, c’è sempre una grande storia dietro. Abbiamo imparato a comprendere le difficoltà e la pressione. Da giovani guardavamo gli altri atleti con più mezzi e più esperienza, ma questo non ci ha mai fatto rinunciare ai nostri sogni. Siamo stati allenati mentalmente a capire che la vera forza è dentro di noi. Quando salgo sul ring, anche contro un pugile di un paese con più risorse, sento dentro di me qualcosa di più grande per cui lottare. È una sfida mentale oltre che fisica, e noi sappiamo di essere forti in questo. E non è solo la mia storia: è la storia di tutti i giovani palestinesi. Ogni palestinese ha un sogno, una storia da raccontare e il desiderio profondo di vivere una vita piena”.