Cristina da caregiver a omicida: “Ho ucciso mia madre malata perché sola ad accudirla, non dormivo da mesi”

Cristina Scarpetti si trova ai domiciliari, circondata dall'affetto del marito e delle sue figlie, mentre attende la condanna definitiva in Cassazione per un reato terribile anche solo da immaginare: l'omicidio della madre. "Abbiamo litigato. Io ho avuto proprio un blackout, mi sono sentita il cervello che scoppiava", racconta Cristina al telefono. Ma per comprendere davvero questa vicenda dobbiamo fare un passo indietro di cinque mesi rispetto al delitto.
La malattia di Paola Scatena
A gennaio 2024 la madre di Cristina, Paola Scatena, inizia a mostrarsi agitata e fare discorsi confusi. La figlia la accompagna dal medico di base e le viene diagnosticata una semplice depressione. La cura antidepressiva però non sembra fare effetto e Paola peggiora a vista d'occhio: "Girava dentro casa ripetendo sempre le stesse cose, ‘come facciamo, come facciamo'. Si agitava, dondolava su sé stessa, batteva le mani". Cristina decide di portarla all'Ospedale Sant'Eugenio di Roma dove le viene fatta una TAC con il contrasto ma dai risultati non emergono grandi anomalie e i medici consigliano, una volta dimessa, una risonanza magnetica. Passano i giorni e Paola affronta un ricovero di quindici giorni in una clinica psichiatrica e sul foglio delle dimissioni viene scritta questa diagnosi: depressione maggiore in completa remissione. Anche al Csm (Centro salute mentale) dove Cristina si rivolge viene confermata la valutazione di depressione e le vengono prescritti nuovi farmaci. "Lei continuava ad avere crisi allucinanti – prosegue il racconto di Cristina -. Tutta la mattina dovevo stare a letto con lei perché non voleva nemmeno che io scendessi per fare la pipì; batteva le mani, si dondolava, sudava freddo".
Per settimane Cristina bussa a tante porte, chiedendo aiuto per gestire e accudire la madre, nel frattempo peggiorata sempre di più. Cristina infatti si è trasferita del tutto a casa del genitore lasciando di fatto il lavoro, il marito e le sue figlie per occuparsi notte e giorno della mamma. "Sono stata cinque mesi senza dormire né notte né giorno, non avevo tempo nemmeno di farmi una doccia. Mio padre non stava bene purtroppo e aveva delegato tutto a me, ma alla fine era tutto sulle mie spalle. Ho rinunciato a tutta la mia vita: ho due figlie di 12 e 16 e non avevo più tempo né per far loro una lavatrice né per portarle a scuola".
In cinque mesi Cristina porterà la madre undici volte al pronto soccorso. "Speravo che la ricoverassero e che facessero qualche accertamento in più perché la diagnosi di depressione non mi convinceva per niente – ci spiega Cristina – invece la tenevano al massimo 48 ore e poi me la riconsegnavano. Subivo anche il giudizio degli operatori sanitari che mi lanciavano qualche frecciatina, come se volessi sbarazzarmi di mia madre portandola lì. Dicevano ‘Certo sabato e domenica vogliono andare al mare quindi la madre viene parcheggiata qua'. Ma io ero esausta, non sapevo più a chi rivolgermi".
La diagnosi
Solo mesi dopo, grazie ad una risonanza magnetica, viene diagnosticata la vera condizione di Paola Scatela: demenza frontotemporale. Si tratta di una condizione che non intacca l'area del cervello collegata alla memoria ma quella deputata al comportamento e al linguaggio, rendendo di fatto la persona ingestibile e spesso anche violenta. Cristina infatti entrerà in carcere piena di lividi e segni di morsi.
Il 9 maggio 2024 avviene l'irreparabile. Cristina, dopo l'ennesima discussione con la madre, le mette le mani al collo fino a soffocarla. Da lì la sua vita cambia per sempre, si aprono prima le porte del carcere mentre adesso sta attendendo la condanna definitiva ai domiciliari. Cristina che per mesi ha sentito addosso il peso della solitudine, dopo il delitto ha ricevuto tante dimostrazioni di affetto e solidarietà. Stiamo parlando di un omicidio, ma di un omicidio figlio di un carico emotivo e fisico diventato insostenibile. La comunità di Passoscuro, piccolo centro urbano sulla costa del Lazio vicino Roma, si è stretta intorno a Cristina e alla sua famiglia aiutandola anche con delle donazioni economiche.
Anche nelle aule di giustizia è stata riconosciuta la condizione affrontata da Cristina. In primo grado infatti, la Corte d'Assise di Roma l'ha condannata a quattordici anni di carcere, la pena più bassa possibile. In appello la condanna è scesa ad 11 anni e 4 mesi poiché le è stato riconosciuto un vizio parziale di mente. Per i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Roma, Cristina non voleva uccidere la madre ma non ha retto più la situazione. Un ottimo risultato per la difesa della donna, affidata all'avvocato Alessandro Marcucci, che ora attende in autunno la decisione definitiva della Cassazione. Se gli ermellini dovessero confermare le sentenze, per Cristina si aprirebbero di nuovo le porte del carcere.
Prima di chiudere la telefonata, Cristina ci tiene a fare un ultimo appello alle istituzioni. "Il gesto materiale è stato il mio, ma qualcuno considera la responsabilità di chi ci ha abbandonate? Ho rinunciato a me stessa, alle mie figlie, al mio lavoro, a tutto. Le istituzioni dovrebbero far sì che ci siano dei centri per poter portare i familiari anche solo per qualche ora, per permettere al caregiver di respirare, di scaricare il peso. Non sarò l'ultima, purtroppo, se le cose non cambiano."
"Io non sono mai stata arrabbiata con lei e ho cercato fino all’ultimo di far capire la sua malattia, Ho cercato fino all’ultimo di accudirla e mia madre. Era una donna fantastica e io l’ho adorata – conclude Cristina -. Mi manca tantissimo".