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Carceri del Lazio in sovraffollamento record: tre detenuti ogni due posti, aumentano suicidi e autolesionismo

Nel Lazio il sovraffollamento raggiunge il 149%, con oltre 2.200 detenuti in più. Celle chiuse, meno cure e attività, otto suicidi nel 2025.
Immagine di repertorio (iStock)
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Se le carceri in Italia stanno esplodendo, quelle del Lazio sono messe ancora peggio. Questo è il succo della relazione di fine mandato presentata dal garante per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, il dottor Stefano Anastasìa, che traccia un bilancio decennale dell'andamento del sistema carcerario regionale negli ultimi dieci anni. Il sovraffollamento superiore alla media nazionale si intreccia con l'aumento dei suicidi e degli atti di autolesionismo, ma anche con le crescenti difficoltà del personale di carceri, Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) e Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).

Nel Lazio tasso di sovrafollamento del 149%, sopra la media italiana

Al 30 giugno 2026 i penitenziari laziali ospitano oltre 2200 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari effettivamente disponibili, per un tasso di sovraffollamento del 149 per cento, tre detenuti ogni due posti disponibili. Un dato superiore alla media nazionale che si ferma al 139. Fra le grandi regioni italiane solo Lombardia e Puglia registrano un dato peggiore.

Andando ad analizzare la situazione specifica di ogni istituto regionale, escludendo poche strutture destinate a regimi particolari o a trattamento avanzato (come Rebibbia Terza Casa destinata ai semiliberi, ai lavoranti all’esterno e al trattamento avanzato per tossicodipendenti, e le case di reclusione di Civitavecchia e Paliano, riservato ai collaboratori di giustizia), tutti presentano un numero di detenuti superiore a quello che dovrebbe essere consentito. Addirittura sette sono gli istituti con un tasso di sovraffollamento superiore alla media regionale.

Il picco più alto è toccato a Latina, con il 208 per cento. "Tra i più alti d’Italia – ha spiegato Anastasia -, ma che si divide quasi perfettamente in due: la sezione non affollata di alta sicurezza femminile e la sezione iperaffollata di media sicurezza maschile, dove il tasso di affollamento arriva quasi al 300 per cento. Ancora una volta, per averlo chiaro, dove dovrebbe essercene uno, ce ne sono tre".

Dietro il carcere pontino ci sono Regina Coeli di Roma, 192 per cento, Civitavecchia, 180, Cassino , 178,  Rieti, 176, e Viterbo "N. Izzo" anche detto ‘Mammagialla' con il 171 per cento. Qui, lo scorso 25 luglio, un detenuto si è suicidato approfittando del caos scoppiato per un incendio. In tutte le strutture i posti disponibili sono meno di quelli regolamentari. Questa discrepanza è dovuta a gravi carenze strutturali e di manutenzione che rendono indisponibili oltre 600 alloggiamenti. L'ultimo caso è stato il crollo di una volta della seconda rotonda di Regina Coeli lo scorso ottobre.

La mancanza di personale e il regime di celle chiuse

Il sovraffollamento si riflette a catena sulla mancanza di attività, sulla cancellazione di visite mediche e psicologiche. Questo perché, come spiegato da Anastasìa, "il personale, tutto, dell’amministrazione penitenziaria, della sanità, della scuola, per citare le tre principali amministrazioni pubbliche che operano in carcere, sono commisurati alla capienza regolamentare degli istituti". Ne viene fuori quello che è chiamato il regime di "celle chiuse" per cui, "in assenza di attività trattamentali significative (per carenza di offerta o di personale destinato a seguirne lo svolgimento), i detenuti – aggiunge il garante -, salvo le ore d’aria previste per legge, restano in stanza, ciascuna di esse occupata contemporaneamente da un numero di persone eccedente la capienza tollerabile". Un trattamento che, ai sensi dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, si configura come inumano e degradante.

Il sovraffollamento rende impossibile la missione rieducativa del carcere per cui troppo spesso i detenuti escono dal carcere peggio di come ci sono entrati o non ne escono più, accumulando reati proprio da dentro le mura degli istituti. Una situazione che non può che esasperare lo stato di tensione interna. Nel 2025 si è registrato un picco preoccupante con 1.177 atti di autolesionismo e 8 suicidi consumati, oltre a 224 tentativi di suicidio sventati da compagni di cella e agenti della polizia penitenziaria.

La situazione all'istituto minorile di Casal del Marmo

Lo stesso quadro lo si può trovare, in piccolo, negli altri istituti che compongono l'apparato della detenzione. Particolare attenzione meriterebbe, secondo Anastasìa, l'istituto penale minorile di Casal del Marmo. Qui, a partire dall'autunno scorso, undici guardie sono state indagate per falso, lesioni e torture nei confronti di giovani reclusi. Nonostante un relativo decongestionamento rispetto al picco massimo del 31 dicembre 2024, "troppo pesa su quel piccolo mondo – dice il garante – il clima da ‘guardie e ladri' che si è generato nel Paese, dove – alla nostra società che invecchia – i ragazzi, le loro intemperanze, le loro devianze e le loro violenze appaiono intollerabili".

Il Cpr di Ponte Galeria segnato da monotonia e tensioni contine

Ci sono poi i Cpr. Il centro di Ponte Galeria è descritto nella relazione del garante come una struttura di "ferro e cemento", segnata dalla monotonia, dai pasti scotti, dal ricorso agli ansiolitici e da tensioni continue. Nel corso dell’anno sono stati registrati 36 eventi critici, tra cui 23 atti anticonservativi. Particolarmente delicato resta il nodo delle valutazioni sulla compatibilità sanitaria con la detenzione, già emerso con il suicidio del ventiduenne Ousmane Sylla nel febbraio 2024. La Prefettura ha continuato a negare l’apertura di uno sportello ufficiale del Garante nel centro, ma un servizio di ascolto è stato comunque avviato insieme a Medici senza frontiere e alla Clinica legale per l’immigrazione dell’Università Roma Tre. Rimane aperto anche il caso del Cpr di Gjader, per cui la competenza dei garanti di Roma Capitale e Regione Lazio sulla struttura è ancora oggetto di dibattito giuridico.

Anastasìa: "I problemi delle Rems vengono da fuori"

Uno spiraglio di luce viene dalle Rems, che hanno sostituito i vecchi Ospedali Psichiatrici Giudiziari nel trattamento delle persone giudicate non imputabili per vizio di mente ma socialmente pericolose. Nel Lazio sono attualmente attive cinque Rems: Ceccano, Subiaco-Castore, Subiaco-Polluce e Rieti per i pazienti uomini, e Pontecorvo per le donne. Al momento sono tenute in queste strutture 71 persone su 86 posti disponibili. Secondo quanto riscontrato dal garante in questi anni, il personale dimostra dedizione e professionalità portando alla creazione di reali percorsi di recupero e integrazione. "I problemi delle Rems – ha detto Anastasìa nella sua presentazione – sono fuori dalle Rems, in un eccesso di domanda di internamento, in un sistema di salute mentale fragile e insufficiente, che non riesce a dare, o a dare tempestivamente, quelle risposte altre dal ricovero in Rems. Senza queste risposte, non c’è limite alle possibilità di internamento".

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