«L’ipotesi di una trattativa tra Stato e mafia è una pagliacciata e che chi rompe il fronte della lotta alla criminalità organizzata fa soltanto il gioco dei boss»: parola dell'ormai mitologico Capitano Ultimo che in un'intervista a Panorama si accodava felice ai detrattori del processo arrivato oggi a sentenza in cui vengono gli gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, il fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, l'ex capitano dei carabinieri De Donno e i mafiosi Cinà e Bagarella vengono riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

«Non posso credere che si pensi una cosa del genere. Un patto tra la mafia e uomini delle istituzioni perché hanno alleggerito il 41 bis? Così si riscrive una storia, è una ricostruzione completamente distorta dalla realtà. […]  Scommetto che ad affermare queste accuse sono quei famosi furbetti delatori, dei collaboratori di giustizia… Non mi faccia aggiungere altro, per favore!»: parola di Monsignor Giorgio Caniato, ex cappellano nel carcere di San Vittore.

«Naturalmente la mafia non è del tutto debellata e resta capace di colpi di coda su cui vigilare ma sproloquiare in pubblico definendola temibile e potente come vent’anni fa grazie a trattative i cui risultati sarebbero poi quelli descritti sopra, può risultare offensivo proprio nei confronti di chi quei risultati continua a produrre.», scrisse il 10 aprile scorso l'editorialista de Il Foglio Massimo Bordin.

«Trattativa Stato-mafia, il processo sulla bufala giudiziaria verso la sentenza», titolava il Secolo d'Italia solo qualche giorno fa.

«Dopo l’enorme suggestione creata intorno alla Trattativa in particolare dalla televisione, l’attenzione mediatica è però andata progressivamente attenuandosi man mano che il castello accusatorio ha cominciato a sbriciolarsi», scrisse il giurista Giovanni Fiandaca in un editoriale intitolato "I servi sciocchi delle Procure".

«Il processo sulla trattativa Stato-mafia è una bufala» disse in un'intervista a Panorama Pino Arlacchi, ex eurodeputato del PD, che aggiunse: «Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione».

«Siamo sicuri che non esistano le condizioni per intervenire, da parte delle istituzioni? Sicuri che sia giusto che un magistrato rivendichi che la sua funzione non è quella di accertare i reati ma quella di processare la politica seguendo sue idee e teorie?», scrisse Piero Sansonetti il 27 gennaio di quest'anno.

E poi, ancora: «questo processo è una farsa, Riina ne gioirebbe». Parole estratte dall'arringa di Basilio Milo, avvocato del Generale Mori (oggi condannato) e rimbalzate dappertutto con grande giubilo per i detrattori di questo processo.

«Il tribunale di Palermo non può processare lo Stato. La procura del capoluogo siciliano? Nel suo comportamento ci sono profili eversivi. L’imputato Mario Mori? È un eroe, vittima di tortura giudiziaria, una tortura che deve avere un limite»: disse Sgarbi da assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia lo scorso 17 gennaio.

Sono solo alcune reazioni pescate a caso tra le tante di esponenti diversi (dal giornalismo, la politica, fino al clero) che in questi anni hanno giocato sulla trattativa Stato-Mafia il solito gioco perverso, tutto italiano, di demolire un processo sperando di evitare le conseguenze della sentenza. È un trucco che ciclicamente torna, da Andreotti fino al processo a Dell'Utri, ogni volta che dei magistrati osano mettere il dito tra le pieghe dei rapporti sconci tra mafie e politiche e anche in questa occasione la sentenza di oggi è già abbastanza intossicata per aprire un dibattito che sarà sempre lontano dai fatti e sempre piegato alle convinzioni di qualcuno. Il processo che per molti "non si doveva fare" non solo è stato portato fino in fondo ma ha raccontato (bastava avere il fegato di leggere le carte e ascoltarsi le udienze) un pezzo di Paese con cui sembra impossibile fare i conti. E invece non cambieranno niente, useranno ancora di più. La loro strategia è quella di continuare a sputare delazione travestendola da commento e ora, vedrete, saranno ancora più feroci.