Scarpinato: “Diranno che ho depistato indagini su stragi di mafia: il potere mi punisce per le mie inchieste”
Nella commissione parlamentare Antimafia è tornata ad accendersi la polemica attorno al senatore del M5s Roberto Scarpinato, ex magistrato antimafia. Il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna, sabato ha archiviato la più recente inchiesta sul filone tra mafia-appalti, e nel decreto di archiviazione ha scritto che Scarpinato avrebbe portato avanti una "attività depistante" nei confronti delle indagini.
L'accusa riguarda le conversazioni tra il senatore e Gioacchino Natoli, magistrato antimafia indagato nell'inchiesta in questione: nel 2024, poco prima che Natoli venisse ascoltato dalla commissione Antimafia, Scarpinato gli disse quali domande gli avrebbe fatto. In risposta al decreto di Bologna, Fratelli d'Italia ha chiesto che il M5s rimuova il senatore in commissione e lo sostituisca con un altro parlamentare.
Fanpage.it ha intervistato l'ex magistrato e senatore, che ha contestato duramente le accuse e ha ripercorso la sua carriera, che potrebbe anche continuare lontana dalla politica nei prossimi anni: "Scriveranno anche che io ero un depistatore, che ero nemico di Falcone e Borsellino, che facevo parte della Procura dei veleni di Giammanco. È tutto scontato, un messaggio per tutti i magistrati: ‘Guardate bene cosa accade a chi osa fare certi processi'".
Senatore, ha detto che le parole del giudice Bologna sono "esse stesse depistanti". Cosa intende?
Per risponderle devo fare prima un passo indietro. Subito dopo le stragi del 1992 e del 1993 si è aperta una spaccatura. Da una parte coloro che vogliono costruire una narrazione pubblica per cui quelle stragi sono state fatte soltanto dai mafiosi come Riina e Provenzano, per motivi interni a cosa nostra. Dall'altra i magistrati che ritengono questa narrazione falsa, perché contraddetta da fatti oggettivi e inequivocabili.
Partiamo dalla prima teoria, rappresentata soprattutto dal filone di inchieste cosiddetto "mafia-appalti". È anche la tesi al centro dell'indagine archiviata sabato dal gip Bologna. Lei non la ritiene credibile?
La narrazione è che le stragi sarebbero state fatte soltanto perché c'erano politici, imprenditori importanti e mafiosi che volevano nascondere i loro matrimoni di interessi negli appalti pubblici della Prima Repubblica. Falcone e Borsellino sarebbero stati uccisi per impedire che questa indagine potesse essere sviluppata. È una colossale balla.
Perché?
Perché i politici che controllavano gli appalti pubblici nella Prima Repubblica erano tutti vittime predestinate di cosa nostra. Dovevano essere uccisi. Lima fu ucciso il 12 marzo del 1992. Doveva essere ucciso Andreotti e i suoi figli, doveva essere ucciso Mannino, doveva essere ucciso Martelli, doveva essere ucciso il ministro Andò, doveva essere ucciso il ministro Vizzini ed altri.
E non si trattava di progetti astratti. I collaboratori di giustizia, Brusca ed altri, hanno raccontato dei pedinamenti, delle perlustrazioni. Dovevano essere uccisi da cosa nostra perché avevano voltato le spalle all'organizzazione, non avevano mantenuto le promesse di far annullare il maxiprocesso e non erano più disponibili a coprire le spalle ai mafiosi.
Lei sostiene, appunto, l'altra tesi. Quella secondo cui per spiegare le stragi bisogna indagare sui rapporti tra la mafia e gli apparati dello Stato, fino ai massimi livelli.
Io sono stato uno dei magistrati che si è sempre rifiutato di ignorare "l'elefante nella stanza". Tutte le indagini sulle stragi del '92 e del '93 sono state caratterizzate da depistaggi. Sono iniziati subito dopo le stragi e proseguiti negli anni. Non sono stati fatti per coprire Riina e Provenzano, ma mandanti eccellenti e complici eccellenti.
Non possiamo fingere di non sapere che, pochi minuti dopo l'esplosione della bomba in via D'Amelio, esponenti delle istituzioni sono piombati sulla macchina di Borsellino per fare sparire l'agenda rossa. Non possiamo fare finta di ignorare che, due anni dopo, esponenti delle forze di polizia hanno creato a tavolino un falso collaboratore di giustizia; e quando questo falso collaboratore, Vincenzo Scarantino, voleva tornare indietro l'hanno costretto a continuare a mentire.
Non possiamo ignorare che quando ha cominciato a collaborare Gaspare Spatuzza e si è scoperto che Scarantino era un falso collaboratore, hanno messo in campo nel 2020 un altro collaboratore, Maurizio Avola, il quale ha reso una versione falsa che era finalizzata a dimostrare ancora una volta che non c'erano stati depistaggi. Non possiamo mettere da parte il fatto che, dopo la strage di Capaci, degli ignoti si sono introdotti nella stanza di Falcone al ministero, che era stata sequestrata e sigillata dalla Procura di Caltanissetta; hanno acceso il computer e, come risulta, hanno visionato soltanto alcuni file che riguardavano Gladio e delitti politici. Non possiamo ignorare che sono stati cancellati dei file dalle agende di Falcone.
Tutti coloro che narrano che le stragi sono state fatte solo da Riina e gli altri per appalti, questa storia la rimuovono. Tutti i magistrati che invece si sono impegnati per scoprire questa parte della verità sono stati ostracizzati, penalizzati, non hanno potuto fare carriera, sono stati estromessi dalle indagini, sottoposti a procedimenti disciplinari (sempre conclusi con l'assoluzione) o a volte a procedimenti penali.
Da ultimo il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, che ha condotto le indagini sui mandanti delle stragi del '93, nel lasciare il suo ufficio per trasferirsi a Prato, ha detto che la Procura di Firenze ha subito un livello di intimidazione mai visto da parte delle istituzioni e della politica, che ha ostacolato il lavoro. Io stesso ho pagato le conseguenze.
In che modo?
Mi hanno accusato di tutto: di aver imbeccato dei collaboratori di giustizia per dire cose false, di avere fatto riunioni segrete all'estero per fare processi fasulli, di avere fatto avere ai mafiosi informative riservate, addirittura di riciclaggio. Dall'inizio della mia carriera antimafia ho fatto 53-54 querele, perché se non le fai poi ti dicono "ah, sei stato zitto, quindi quello di cui ti abbiamo accusato è vero".
Va detto che anche la tesi investigativa del rapporto tra Stato e mafia dietro la stragi, finora, non ha trovato un riscontro definitivo nelle indagini e nei processi. Non è vero?
Abbiamo delle persone, una decina di boss mafiosi che hanno fatto le stragi e sono condannati all'ergastolo (Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Salvatore Biondino, Leoluca Bagarella, Antonio Mangano e altri), che sanno parti importanti della verità celate dietro queste stragi. Se uno soltanto di loro dicesse un decimo di quello che sa, il Paese si dovrebbe fermare perché probabilmente si riscriverebbe la storia.
Cosa rivelerebbero, secondo lei?
Scopriremmo che quelli che ci vogliono far credere la narrazione degli appalti sono proprio quelli che, grazie alle stragi del '92 e '93 e alla campagna di destabilizzazione che fu attuata per far crollare i partiti della Prima Repubblica, sono arrivati al potere. E quindi hanno tutto l'interesse ad archiviare questa storia.
La versione di mafia-appalti è perfetta perché non soltanto si presta a raccontare questa storia in tono minore, ma per di più ti togli pure la soddisfazione di raccontare che i magistrati come me, che da sempre sono stati impegnati in processi che hanno riguardato i vertici del potere, erano degli insabbiatori.
La accusano di avere archiviato, insieme a Guido Lo Forte, l’indagine mafia-appalti su cui Falcone e Borsellino lavoravano prima della morte. È vero?
Si racconta che l'indagine mafia-appalti sia stata archiviata nel 1992, ma è un falso storico e documentale. Quell'indagine, come dimostrano i documenti, non fu mai archiviata. Tant'è che nel maggio del '93 sarebbero stati arrestati importantissimi imprenditori nazionali, politici, capi mafia.
In realtà noi arrestammo nel giugno 1991 e nel gennaio 1992, sulla base delle prove che avevamo, importanti colletti bianchi della mafia che controllavano le gare di appalto. Nei confronti di altri indagati, per i quali a quella data non c'erano sufficienti elementi, il 13 luglio 1992 chiedemmo l'archiviazione, ma l'inchiesta rimase aperta e le indagini proseguirono. Quando, pochi mesi dopo, sopravvennero le nuove prove, arrestammo anche quelli che avevamo archiviato. Nel 1993 arrestammo varie decine di capi mafia, imprenditori di livello nazionale, politici, professionisti. Chiedemmo numerose richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di parlamentari. Chiedemmo la confisca di imprese e capitali mafiosi.
Mi vogliono dipingere come uno che faceva parte del nido di vipere capeggiato dal procuratore capo Pietro Giammanco contro Falcone e Borsellino, quando io fui il promotore della rivolta contro Giammanco che lo costrinse a lasciare la Procura, redigendo un documento contro di lui per il quale faticai a trovare altre sette firme su 40 sostituti procuratori.
La questione controversa è che, secondo alcuni – tra cui il gip Bologna, che l'ha ribadito nel decreto di sabato – Paolo Borsellino non fu avvisato di questa archiviazione parziale. Le polemiche si concentrano su una riunione della Procura di Palermo, il 14 luglio 1992. A cinque giorni dalla strage di via D'Amelio. Era presente anche Borsellino, e si parlò di mafia-appalti. L'archiviazione gli fu tenuta nascosta?
Io non ero presente. Abbiamo dei magistrati che hanno partecipato a quella assemblea, come il dottor Luigi Patronaggio, attuale procuratore generale di Cagliari, che è stato sentito alla commissione Antimafia su richiesta della maggioranza, il quale ha partecipato a quella riunione e ha detto che lui ascoltò il dottor Guido Lo Forte parlare di questa richiesta di archiviazione parziale. Lo ha ribadito anche alla Procura della Repubblica di Caltanissetta.
Anche il dottor Lo Forte lo ha confermato, quando è stato sentito come testimone in un'udienza pubblica. Non c'è mai stato nessun magistrato che abbia dichiarato che, invece, non se ne parlò.
Arriviamo alla polemica più recente, nata dalle intercettazioni di alcune sue conversazioni con l'ex magistrato Natoli. Come è andata?
La Procura di Caltanissetta ha fatto un'indagine su due ex magistrati della Procura di Palermo, per la gestione di un procedimento penale su un riciclaggio di capitali mafiosi in Toscana di cui io non mi sono mai occupato e che non faceva parte dell’indagine mafia-appalti. Uno dei due ex magistrati in questione è appunto Natoli. Con lui abbiamo fatto il processo Andreotti, è stato presidente della Corte d'Appello mentre io ero procuratore generale. È diventato nel tempo un mio amico e avevamo l'abitudine di sentirci. Quando io sono diventato senatore e ho fatto parte della commissione Antimafia, abbiamo continuato a sentirci. Con lui parlavamo di vari fatti politici, che non c'entravano niente con i lavori sulle stragi di mafia della commissione.
Nell'ambito delle indagini di Caltanissetta, sono stato intercettato per 33 volte. La Procura ha detto di non essersi accorta che io ero un senatore. Per 33 volte. Hanno trascritto queste conversazioni, alcune delle quali non c'entravano niente con l'indagine mafia-appalti, e le hanno diffuse sulla stampa.
Sono stato intercettato per più di un anno e mezzo mentre parlavo con un mio amico ex magistrato, che ancora a quella data non era neppure iscritto nel registro degli indagati. Non è stata chiesta nessuna autorizzazione al Senato. Quando ho fatto ricorso, la maggioranza ha detto che avevano fatto benissimo a non chiedere nessuna autorizzazione, che non c'era bisogno. La stessa maggioranza che ora vieta l'utilizzo delle chat di Delmastro e di altri parlamentari.
Un passaggio in particolare ha fatto discutere: quello in cui avvisava Natoli delle domande che gli avrebbe fatto in commissione Antimafia. Perché l'ha fatto?
Precisiamo: Natoli aveva chiesto di essere sentito dalla commissione Antimafia perché era stato accusato di aver insabbiato un procedimento che proveniva da Massa Carrara, di cui io non mi sono mai occupato e non sapevo niente. Mi aveva detto, parlando al telefono, di essere amareggiato per queste accuse infondate e che avrebbe prodotto documenti che attestavano la regolarità della sua condotta. Su questo tema, quando lui è stato sentito, io non gli ho fatto alcuna domanda.
Gli ho fatto una domanda su un fatto completamente diverso, del quale mi aveva raccontato nel corso delle nostre conversazioni. Era successo che un giorno, il 29 novembre del 2023, era stato sentito in commissione il magistrato Luigi Patronaggio. Come ho già ricordato, aveva detto che lui era stato presente alla riunione del 14 luglio del 1992 e aveva sentito il magistrato Guido Lo Forte parlare di una richiesta di archiviazione parziale nel processo mafia-appalti. Con Natoli, abbiamo commentato questa dichiarazione.
Lui mi ha detto: "Anch'io ero presente quel giorno, ho sentito la stessa cosa", e mi ha dato dei dettagli. E io gli ho detto: "Me lo stai dicendo solo ora! Come l'hai detto a me, esattamente negli stessi termini, racconta pure questa storia quando chiederai di essere sentito per i fatti tuoi". Lui mi ha risposto: "Ma io chiederò di essere sentito per un altro procedimento, come faccio a parlare di questa storia che non mi riguarda?". Allora io gli ho detto: "Ti faccio io una domanda". Poco prima che lui venisse sentito gli ho poi detto: "Ricordati di raccontare la storia che hai raccontato a me".
Quando ha avuto questa conversazione, al netto del fatto che ovviamente non sapeva di essere intercettato, ha pensato che potesse essere poco opportuno sul piano politico parlare in anticipo delle domande a una persona che si sarebbe presentata, in audizione, in una commissione di cui lei fa parte?
Assolutamente no, perché come ho detto, io non gli ho posto domande sul procedimento penale che lui aveva gestito, ma su un fatto specifico da lui vissuto in prima persona e di cui mi aveva parlato in precedenza. Anche oggi se una persona mi riferisse un fatto importante per la ricostruzione degli avvenimento, la inviterei a ripeterlo alla Commissione antimafia.
Forse, potendo tornare indietro, farei la domanda in questo modo: "Noi ci siamo sentiti il giorno 29 novembre, lei mi ha raccontato questa storia: come l'ha raccontata a me, per cortesia la vuole raccontare qui?'. Ma tenga conto che io ero andato da Colosimo (Chiara Colosimo, deputata di FdI, presidente della commissione Antimafia, ndr) e le avevo detto che io e Natoli eravamo amici e ci parlavamo.
Ha recriminato anche il fatto che la Procura di Caltanissetta, durante le indagini su Natoli e altri, non le abbia mai chiesto spiegazioni su quelle intercettazioni. L'hanno mai sentita?
Sì, sono stato sentito come testimone, ma non mi hanno fatto nessuna domanda sulle intercettazioni che riguardavano me. Eppure, tempo dopo, hanno pubblicato l'intercettazione e detto che io e Natoli ci saremmo messi d'accordo per dire il falso. La cosa pazzesca è che neppure a Natoli hanno chiesto di spiegare questa frase.
Così torno alla sua prima domanda: prendere uno spezzone di frase in cui dico "ricordati di dire di quella cosa dell'archiviazione che mi hai raccontato", e affermare che ci siamo messi d'accordo per inventare una cosa falsa, è un atto "depistante".
Cosa si vuole depistare? O meglio, qual è il messaggio che si vuole far passare, secondo lei?
Si fa credere che veramente ci siano stati dei magistrati che abbiano voluto insabbiare le indagini su mafia-appalti, cosa che non è mai accaduta. E in più serve ad avallare la narrazione per cui le stragi del '92 e del '93 siano state fatte soltanto per gli appalti, che è una costruzione assolutamente falsa.
Ricordo che nello stesso ufficio di Caltanissetta, nella porta accanto, c'è un altro gip, Graziella Luparello, che ha detto testualmente che questa pista è affetta da "severa miopia" ed è afflitta da un "approccio mistico e dogmatico". Ha imposto alla Procura di fare 43 nuove indagini sulle piste dei mandanti esterni. In risposta, la Procura ha fatto ricorso, accusandola di abusare dei suoi poteri. Ricorso poi respinto dalla Cassazione. Di nuovo: tutti quelli che toccano i fili ad alta tensione che possono portare ai mandanti esterni vengono o delegittimati, o accusati di essere depistatori, o criminalizzati.
Ci dica in modo diretto: chi è interessato a spingere solo sulla pista mafia-appalti, e perché?
Quando sono iniziati questi lavori della commissione Antimafia, la presidente Colosimo ha anticipato che voleva far lavorare tutta la commissione soltanto sulla pista mafia-appalti. Io e i componenti del gruppo 5 Stelle abbiamo depositato una memoria di 57 pagine in cui abbiamo detto: niente in contrario a lavorare su mafia-appalti, però è assurdo che non si faccia un'indagine conoscitiva anche sui depistaggi, sui mandanti esterni, sulle stragi di Firenze, sulle stragi di Milano.
In questa memoria abbiamo elencato tutti i buchi neri delle stragi, tutte le persone da sentire. Non una di queste è stata sentita. È la dimostrazione che non si vuole assolutamente fare un'operazione di ricostruzione storiografica confrontando le varie piste, ma esclusivamente avallare quella pista. Una pista che è stata inventata, diciamolo chiaramente, da un soggetto che attualmente è indagato dalla Procura di Firenze per concorso nelle stragi del 1993.
Ovvero?
È stato il generale Mario Mori, con il colonnello Giuseppe De Donno, il primo a inventarsi questa storia che la causa dell'accelerazione della strage di via D'Amelio sarebbe stata l'indagine mafia-appalti. Mori peraltro ha dichiarato pubblicamente che si tiene in salute perché deve vendicarsi dei magistrati che l'hanno processato. Tra questi, ci sono io. Come ha rivelato Report, è stato intercettato mentre si vantava di essere un mio nemico. E si può capire perché lui e De Donno abbiano inventato questa pista.
Perché?
Per salvare se stessi dall'accusa che, invece, quella strage fosse stata fatta perché avevano fatto una trattativa con Riina. E che, siccome la trattativa non andava avanti, Riina per accelerare aveva anticipato la strage di via D'Amelio. Anche per togliere di mezzo un magistrato che, appena fosse venuto a conoscenza di quella trattativa, si sarebbe messo in mezzo per impedirla. Che loro sostengano questa tesi per difendersi io, umanamente, lo capisco, ma ci sono interessi politici molto maggiori.
Quali sono questi interessi politici?
Abbiamo un governo in cui sono al potere delle persone che sono gli eredi, i nipotini, i continuatori di personaggi che hanno fatto le stragi della strategia della tensione.
È un'accusa pesante.
La presidente del Consiglio indica ancora come suo punto di riferimento politico e morale Pino Rauti, colui che definì la democrazia "un'infezione dello spirito" e che è stato uno dei principali strateghi della strategia della tensione.
Il presidente del Senato La Russa ha partecipato, nel 2007, ai funerali di Nico Azzi, un estremista di destra che nel 1973 era salito con una carica di tritolo su un treno per farlo saltare in aria e che non ci riuscì solo per un incidente di esecuzione.
Il presidente della commissione Cultura alla Camera, Federico Mollicone, ha dedicato una commemorazione al generale Gianadelio Maletti, onorandolo come uomo di Stato: uno dei capi dei servizi che è stato condannato con sentenza definitiva per avere garantito la fuga di personaggi coinvolti nella strage di Milano del 1969.
Chiara Colosimo si è fatta fotografare sorridente accanto a Luigi Ciavardini, che è stato condannato con sentenza definitiva per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Condannato insieme a chi? A Paolo Bellini, uno dei protagonisti della pista nera delle stragi del '92 e del '93. Lo stesso Paolo Bellini nel '91 e nel '92 si era trasferito in Sicilia, aveva fatto 30 viaggi e, come è attestato processualmente, aveva incontrato i mafiosi che avrebbero fatto la strage di Capaci. Aveva suggerito loro di fare gli attentati ai beni artistici del Nord.
E cosa vogliamo dire di Forza Italia? Una forza politica fondata da un soggetto, Marcello Dell'Utri, che è stato condannato con sentenza definitiva per concorso esterno e – è storicamente accertato – è stato uno dei più importanti colletti bianchi della mafia, il mediatore dei rapporti tra Berlusconi e cosa nostra fin dagli anni Settanta.
Forza Italia ha portato ai vertici dello Stato una serie di soggetti che sono stati condannati con sentenza definitiva per concorso esterno, e su alcuni dei quali ho indagato io stesso: il senatore Antonino D'Alì, favoreggiatore di Matteo Messina Denaro, sottosegretario agli Interni; Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia; Amedeo Matacena, deputato di Forza Italia. Sono stati espressione di un blocco sociale, che costituisce una delle basi di consenso di questa forza politica, che attualmente non ha nessun interesse a fare indagini che potrebbero far uscire dagli armadi tanti scheletri, come le corresponsabilità di Dell'Utri, di Berlusconi, non solo nelle stragi ma nel successo politico che hanno avuto grazie ai voti delle mafie. Da qui scatta la convergenza di interessi.
Dunque, sarebbe soprattutto la destra di governo a spingere verso la pista mafia-appalti. Ma in questa sua ricostruzione che ruolo ha la Procura di Caltanissetta, così come il giudice Bologna che l'ha accusata di comportamento "depistante"? Lei sembra suggerire che la gestione delle indagini si sia allineata agli interessi del governo.
Normalmente non mi esprimo in termini critici nei confronti dei magistrati che fanno le indagini. Utilizzo gli strumenti legali: ho fatto un ricorso alla Giunta del Senato, un ricorso alla Corte costituzionale.
Leggo, però, gli atti. E quando leggo dei fatti che sono smentiti documentalmente, mi dico: ma com'è possibile? Quando mi sentono come testimone e non mi fanno una domanda sulle mie conversazioni, cosa devo pensare? Tu non mi fai una domanda, non ascolti le mie ragioni, e poi scrivi su quella intercettazione una tua interpretazione che è falsa e unilaterale.
E dove posso rispondere? Forse sarebbe stato meglio essere indagato, almeno avrei potuto essere sentito e avere una difesa. Così, invece, non ho altri strumenti di impugnazione.
Che spiegazione si è dato, quindi?
So benissimo di essere, come sono stati altri miei colleghi prima di me, vittima del gioco politico. Come diceva Falcone, questo è il "gioco grande". Devono distruggere la mia credibilità, perché io sono stato uno dei principali magistrati che, subito dopo le stragi, ha detto che l'idea che fossero state fatte solo dai mafiosi era una fesseria, e mi sono battuto in tutte le sedi per cercare di costruire processualmente un'altra storia.
Io sono stato il procuratore generale che a Caltanissetta ha chiesto la revisione del processo per la strage di via D'Amelio, perché Scarantino era un falso collaboratore. Sono stato il magistrato che nel '92 ha fatto arrestare Bruno Contrada, il numero tre dei servizi segreti, un uomo potentissimo. Prima ancora che venisse Gian Carlo Caselli a Palermo io ho iniziato l'indagine che poi ha portato all'incriminazione di Andreotti e del giudice Corrado Carnevale. Affermare che io avrei insabbiato un'indagine sugli appalti per proteggere qualche imprenditore è veramente il potere che riscrive la storia. E vedrà cosa scriveranno nella relazione.
Nella relazione conclusiva sulle stragi della commissione Antimafia? Cosa si aspetta che verrà scritto?
Mi aspetto che questa maggioranza farà pressioni perché io venga incriminato per un qualsiasi reato. Ma è un prezzo che ho deciso di pagare sin da quando sono entrato nel pool antimafia. Sapevo che se mi fossi occupato soltanto di estorsioni e di riciclaggio non avrei rischiato, ma se mi fossi occupato, come mi sono occupato, di delitti politici – Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, poi Andreotti, Berlusconi – sarebbero stati guai.
E non riguarda me. È un messaggio per tutti i magistrati, come dire: "Guardate bene cosa accade a chi osa fare certi processi. Scarpinato era andato in pensione, pensava che la sua storia si fosse conclusa, ma noi non ce lo siamo dimenticati. E ora che abbiamo il potere, riscriviamo la storia. Vedete cosa può accadere a chi si mette contro il potere".
Mi viene in mente la storia del primo collaboratore di giustizia, Leonardo Vitale, il quale cominciò a raccontare la realtà della mafia quindici anni prima di Tommaso Buscetta. Nessuno gli credette. Ebbene, undici anni dopo, mentre era in una piazza, lo uccisero. Perché lo uccisero, anche se nessuno era stato condannato? Perché nessuno doveva illudersi che chi osava rompere la congiura del silenzio, con il passare del tempo, sarebbe stato dimenticato e risparmiato. Ecco, lo stesso è per me: "Hai processato Dell'Utri, hai processato Berlusconi, hai processato i capi dei servizi, vai dicendo che le stragi del '92 e del '93 non le ha fatte solo Riina? Ora ti facciamo vedere che cosa siamo in grado di fare".
Sono stato fortunato perché, a differenza di Falcone e Borsellino, sono vivo. Devo accettare il rischio, ed eventualmente il costo, di essere ammazzato mediaticamente. Ma questo fa parte del destino che io mi sono scelto.
Ci stiamo avvicinando alla fine della legislatura, la sua prima da parlamentare. Qual è il suo bilancio dei lavori dell'Antimafia?
Penso di aver avuto la sfortuna di capitare nella peggiore legislatura dal dopoguerra e di avere vissuto storie che non hanno precedenti. Credo che non ci sia un precedente, negli annali parlamentari, di un senatore che parla in Aula al Senato e, per reazione, tutti i banchi della maggioranza si svuotano, escono tutti e lasciano l'Aula vuota. Di una legge ad personam fatta per escludere un parlamentare dalla commissione Antimafia. Di un parlamentare a cui non si rivolge il saluto, da parte di esponenti della maggioranza.
Tutto questo mi dimostra un fatto: che io ho lavorato bene. Facendo da senatore quello che facevo prima da magistrato, dicendo le cose che io ritengo si debbano dire. Raccontare i fatti, e soprattutto argomentarli, dà molto più fastidio del politichese. Ma non è bastato. In commissione abbiamo perso tempo: la relazione la potevano scrivere già all'inizio dei lavori.
Volevano che la commissione, così come aveva richiesto Mori, scrivesse una relazione in cui si parlava soltanto di mafia-appalti e ci fosse il bollo di Stato sulla tesi che le stragi sono state fatte per quel motivo. È un'operazione politica. Scriveranno anche che io ero un depistatore, che ero nemico di Falcone e Borsellino, che facevo parte della Procura dei veleni di Giammanco… Tutto scontato. Dopodiché, prenderanno questa relazione come verità di Stato e la faranno passare a rullo su tutti i media.
Ha intenzione di continuare il suo impegno in politica, alle elezioni del 2027?
L'impegno è uguale: da magistrato, da intellettuale, da senatore… Cambia solo la veste. Non so ancora come continuerò. Certa è una cosa: io non mi sono fatto intimidire da Riina, non mi sono fatto intimidire da Andreotti, non mi sono fatto intimidire da Berlusconi, non mi farò intimidire certamente da Colosimo e company.