Patrick George Zaky, il giovane attivista egiziano e studente del master GEMMA di Bologna, arrestato venerdì al Cairo, è tuttora detenuto. Il giovane non è accusato di terrorismo, ma di un'accusa peggiore: ‘rovesciamento del regime al potere', per la quale la pena, secondo la legge, è il carcere a vita. Wael Ghaly, uno dei legali che difendono Zaky, ha ricordato che la custodia cautelare "può durare fino a due anni, rinnovata ogni 15 giorni, e talvolta tale detenzione può protrarsi per più di due anni".

Anche Possibile ha lanciato un appello per la sua liberazione, mettendo a disposizione sul sito il modello per una mozione, che ogni Comune può utilizzare: "Si moltiplicano gli appelli per la liberazione di Patrick George Zaky, il giovane ricercatore arrestato pochi giorni fa in Egitto mentre tornava a visitare la propria famiglia. L'attenzione che è stata creata sul suo caso può fare la differenza ed evitare abusi durante la sua detenzione, che pare essere chiaramente un atto di persecuzione politica. Per questo presentare la mozione, che mettiamo a disposizione di tutti i Comuni, diventa importante e urgente. In questo momento bisogna agire prima possibile: un serio impegno del governo può essere decisivo. Ma è opportuno ricordarlo in ogni occasione", dichiara in una nota la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone.
"Non è un mistero che l’Egitto stia boicottando da quattro anni le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni – aggiunge Brignone – e per questo motivo è necessario mettere da parte gli interessi che ci fanno mantenere un rapporto accondiscendente verso il governo egiziano e il presidente al-Sisi. La strategia degli ultimi quattro governi, dal 2016 a oggi, non ha prodotto alcun risultato. Nessuna svolta. La Farnesina ha fatto sapere di seguire da vicino il caso di Zaky, tramite l'Ambasciata d’Italia al Cairo e di aver chiesto di inserirlo fra i casi processuali monitorati dalla delegazione Unione europea. Questo è un bene. Ma non basta: servono costanti contatti con le autorità egiziane, bisogna esercitare il diritto di visita e, soprattutto, occorre la presenza di rappresentanti italiani all’udienza del 22 febbraio".

L'appello della famiglia Regeni

Non più tardi di dieci giorni fa, lo scorso 4 febbraio, si è svolta la prima audizione della famiglia Regeni in commissione d'inchiesta. I genitori del ricercatore friulano ucciso nel 2016 hanno denunciato ancora una volta che l'Egitto non è un luogo sicuro. Come ha sottolineato anche il legale della famiglia, Alessandra Ballerini, "la vita umana vale zero" e le sparizioni forzate, messe in atto dai servizi, sono all'ordine del giorno. Quel che è certo è che in questo momento il Cairo non sta collaborando con le indagini, e nemmeno l'ambasciatore italiano Centini, che è stato inviato in Egitto nel 2017, ha contatti con la famiglia Regeni.

"Siamo empaticamente vicini ai familiari e agli amici di Patrick George Zaky dei quali comprendiamo l'angoscia e il dolore. Noi sappiamo di cosa è capace la paranoica ferocia egiziana: sparizioni forzate, arresti arbitrari, torture, confessioni inverosimili estorte con la violenza, depistaggi, minacce. Il tutto con la complicità ipocrita di governi e istituzioni che non voglio rompere l'amicizia con questo paese", affermano Paola e Claudio Regeni e il loro legale, Alessandra Ballerini in una nota.

"Speriamo che ammonite dalla tragica vicenda di Giulio le istituzioni italiane ed europee sappiano questa volta trovare gli strumenti per salvare la vita e l'incolumità di questo giovane ricercatore internazionale, senza far più passare neppure un'ora. Se si vuole veramente salvare la vita di questo ragazzo occorre che i paesi che si professano democratici abbiano la forza e la dignità di dichiarare l'Egitto paese non sicuro e richiamare immediatamente i propri ambasciatori. Il resto sono solo prese in giro. Patrick, come Giulio, merita onestà e determinazione, non chiacchiere imbarazzanti e oltraggiose".

Ieri un amico di Zaky, Amr, un cittadino egiziano 29enne che vive e lavora a Berlino, ha raccontato di essere stato rapito dalle forze di sicurezza statali in Egitto e interrogato per 35 ore: "Non ho subito elettroshock ma sono stato picchiato, bendato e legato. Mi hanno privato del sonno e hanno cercato di distorcere il tempo". Questo accadeva nel luglio 2015, dal settembre di quell'anno Amr non ha più messo piede nel suo Paese.

L'appello dell'Università di Bologna

"L'Europa si deve muovere, Patrick è un nostro studente, ma anche uno studente Erasmus: mobilitiamoci tutti": questo l'appello lanciato dal rettore dell'Università di Bologna, Francesco Ubertini, per il rilascio di Patrick George Zaky.

"Patrick è un nostro studente, ma è anche uno studente europeo, iscritto a un master del programma Erasmus Mundus. Quindi oltre al governo italiano ci rivolgiamo alla Commissione europea affinché si faccia tutto il possibile per riaverlo a studiare da noi. Un appello che chiediamo a tutte le università di condividere: occorre mantenere l'attenzione alta per favorire un epilogo rapido e positivo", ha detto il rettore in un'intervista a La Repubblica.

"A Bologna insieme al sindaco, su proposta degli studenti, promuoveremo una grande marcia di solidarietà. Non ci fermeremo. Oltre alla Crui (la conferenza dei rettori) e all'equivalente a livello europeo, ho chiesto di condividere iniziative all'Osservatorio della Magna Charta che coinvolge mille università nel mondo, anche egiziane. Quelle con cui collaboriamo le abbiamo già contattate". E la collaborazione con gli atenei egiziani non verrà interrotta, ha tenuto a rimarcare Ubertini, perché "progetti di ricerca con le università sono dei ponti e non riteniamo debbano essere interrotti, anzi ora sono ancora più necessari".