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Le manifestazioni a Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir vengono usate per fare propaganda politica

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Non si può restare indifferenti davanti alla morte di Abderrahim Fakir, immobilizzato e ammanettato al suolo mentre chiedeva aiuto, in evidente stato di agitazione e di bisogno. E proprio per non lasciare spazio all’indifferenza che il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, aveva convocato una manifestazione la sera dopo la sua morte. Una veglia pacifica, che ha visto al centro la preziosa testimonianza di Youssra Fakir, nipote di Abderrahim. Che ha messo in chiaro, mentre già nelle ore precedenti si alzavano i toni dello scontro, di non essere in piazza per chiedere odio o vendetta, ma per chiedere verità, giustizia e rispetto. Rispetto per lo zio, morto mentre era nelle mani delle forze dell’ordine, sotto gli occhi di tutti. C’erano migliaia di persone in piazza Nettuno lunedì sera, nel centro di Bologna, un’intera comunità profondamente scossa per quello che è successo. Solo che poi un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo principale, per dirigersi verso piazza Roosvelt, dove si trova la sede della prefettura. E a qual punto sono iniziati gli scontri con le forze dell’ordine.

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Le manifestazioni a Bologna

Prima i manifestanti hanno creato una sorta di trincea con biciclette e transenne, poi hanno cominciato a lanciare oggetti, tra cui bottiglie e anche le sedie dei locali. La tensione non ha fatto che aumentare, delle auto sono state incendiate. La polizia ha risposto con idranti e lacrimogeni. In tutto 69 persone sarebbero rimaste ferite, in modo lieve: 64 sarebbero poliziotti.

Sia la famiglia di Abderrahim Fakir che il sindaco di Bologna hanno subito preso le distanze da quanto accaduto. Lepore ha precisato che nella città ci sono state due piazze distinte. Una rappresentava Bologna, con migliaia di persone che si sono incontrate pacificamente e spontaneamente per esprimere la loro vicinanza alla famiglia Fakir. L’altra invece non parlava a nome della città. “Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica“, ha scritto il sindaco sui social.

L'accusa di Giorgia Meloni

Nonostante questa chiara e netta presa di posizione, sono comunque arrivate le accuse. Tra cui quelle di Giorgia Meloni. Che oggi, in un’intervista con il Giornale, ha detto:

“Ho trovato irresponsabile l’idea del sindaco Lepore di chiamare la piazza all’indomani di quella tragedia, senza che ci fosse stato neanche modo di appurare le eventuali responsabilità. Era evidente che quella scelta sarebbe suonata come una condanna a priori delle forze dell’ordine e un ottimo pretesto per i soliti noti dei centri sociale e del mondo antagonista di mettere a ferro e fuoco Bologna, alimentare lo scontro sociale, aggredire la polizia e seminare violenza in città. Fa molto riflettere poi che la sinistra non sia mai scesa in piazza per esprimere solidarietà in occasione del decesso in servizio di un agente delle forze dell’ordine”.

Le repliche del sindaco

In un’intervista al Quotidiano Nazionale, Lepore ha replicato ulteriormente sottolineando che a maggior ragione, visti gli scontri che ci sono stati, è stato importante aver convocato un presidio democratico. Altrimenti, ha spiegato, quella piazza di familiari, amici e bolognesi non avrebbe avuto una voce propria e avrebbe finito per essere confusa con quella violenta. Per cui quel dolore sarebbe stato strumentalizzato a fini politici.

"Non dobbiamo darla vinta agli antagonisti. Sappiamo che nella nostra città c'è anche questa cultura. E io in questo mandato mi sono sempre opposto: riempire le piazze con un'alternativa democratica è il metodo di Bologna (…) Ed è importante, perché altrimenti avremmo regalato la memoria di Fakir agli antagonisti. Senza quella piazza non conosceremmo la voce straordinaria di Youssra, nipote di Abderrahim, che ha zittito i facinorosi chiedendo rispetto per suo zio. Una voce più forte di quella degli antagonisti”.

Le strumentalizzazioni

Anche il governatore dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ha detto la sua, in un’intervista con il Messaggero. Ha detto che le violenze di lunedì sera non hanno nulla a che fare con la richiesta di verità e giustizia emersa da piazza Nettuno, dove la nipote di Abderrahim Fakir ha detto espressamente di non cercare né odio né vendetta. Poi ha precisato che “pensare che i violenti siano scesi in piazza perché il sindaco ha convocato una manifestazione vuol dire non conoscere Bologna (…) I violenti sono violenti, e si oppongono tanto alla polizia che al sindaco”.

Un appello a non strumentalizzare, a non infangare la legittima richiesta di verità e giustizia con la propaganda e le accuse di odio.

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