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Il caso della morte di Abderrahim Fakir è già diventato politico: Cucchi presenta interrogazione in Parlamento, Salvini sta con i poliziotti

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Salvini a febbraio 2026, mentre manifesta la vicinanza con le Forze di Polizia
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È un video di pochi minuti, quello che registra gli ultimi istanti di vita di Abderrahim Fakir, l’uomo di 42 anni che ieri è morto a Bologna, mentre veniva immobilizzato a terra da due agenti della polizia. Tutto è cominciato poco dopo mezzogiorno, nel quartiere Pilastro, in periferia, dove Abderrahim aveva vissuto in passato, dove aveva ancora diversi amici. Sono proprio i residenti della zona a chiamare le forze dell’ordine: segnalano un uomo “in escandescenze” che se la sta prendendo con il conducente di un’auto che cercava di entrare in un garage. Arriva una prima volante, inviata dalla Questura, poco dopo arriva anche un’automedica, mandata dall’ospedale Maggiore.

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I poliziotti avrebbero tentato di bloccarlo usando anche lo spray urticante. E poi lo avrebbero immobilizzato placcandolo a terra: un agente sopra le spalle, che gli premeva il viso sull’asfalto, un altro seduto sul fondoschiena, a legargli i polsi con le fascette. Nei video girati dai residenti, che hanno assistito a tutto dalle finestre e dai terrazzi dei palazzi, si vede anche un terzo uomo, un civile, che gli tiene le gambe per evitare che possa scalciare. Poi, sempre dai filmati, si vedono dei soccorritori del 118. Sono in piedi, a qualche metro di distanza, non intervengono. Si sentono le urla strazianti dell’uomo, che grida “aiuto, basta”, di continuo, per circa due minuti. Poi smette di muoversi, smette di lamentarsi. Rimane immobile. Quando viene girato e si avvicinano i soccorritori probabilmente è già morto.

La morte di Abderrahim Fakir e lo "scudo" per gli agenti

La prima nota diffusa dalla questura dice che “gli agenti sono intervenuti su richiesta dei cittadini che avevano segnalato una persona in escandescenza e, per contenere il soggetto, sono stati aiutati da altri cittadini, anche a seguito del danneggiamento di un'auto. I poliziotti hanno richiesto immediatamente anche l'ausilio dei sanitari del 118 e dopo le operazioni di contenimento effettuate anche alla presenza dei sanitari, l'uomo è deceduto”. Intanto la procura ha iscritto i poliziotti nell’apposito registro modello 45 bis, cioè il nuovo registro di annotazione preliminare, introdotto dal governo con l’ultimo decreto Sicurezza, che evita l’iscrizione automatica nel registro degli indagati. Una sorta di “scudo penale” per cui, invece che l'avvio di un procedimento penale (con l’iscrizione a un registro degli indagati come atto dovuto), si opera in una fase preliminare di verifica.

Le verifiche devono comunque essere fatte, chiaramente. Ad esempio, uno degli agenti indossava una bodycam e le immagini riprese sono state messe a disposizione della magistratura. Verrà fatta anche l’autopsia per chiarire le cause della morte: bisognerà capire se l’uomo ha avuto un malore, se il decesso sia avvenuto per un concorso di cause, come lo spray urticante, il caldo, la pressione degli agenti. Bisognerà capire se fossero state assunte sostanze o cos’altro potrebbe essere accaduto. Insomma, servirà fare chiarezza. Oltre all’indagine della procura anche l’azienda sanitaria bolognese ha avviato un’inchiesta interna. In un comunicato ha fatto sapere che “sta acquisendo tutte le informazioni disponibili al fine di ricostruire puntualmente lo svolgimento dell’intervento e procedere a una valutazione delle modalità con cui si sono svolti i fatti per quanto di competenza del sistema sanitario”.

Un caso già politico

È fondamentale ora capire cosa è successo, ci sono delle responsabilità e di che tipo. Ma il caso è già diventato politico. La sorella dell’uomo, arrivata sul posto quando Abderrahim era ormai morto, ha chiesto giustizia, accusando i poliziotti di averlo ammazzato. Ha detto che “se uno è agitato tu lo devi calmare, non ammazzarlo sotto il sole”. Anche l’altro fratello della vittima ha denunciato come Abderrahim sia stato trattato come un animale. Già ieri sera familiari e amici si erano radunati nel quartiere, per questa sera il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha convocato un’altra veglia in piazza Nettuno per chiedere verità e giustizia.

Ilaria Cucchi ha presentato un’interrogazione in Parlamento. In una nota ha scritto: “In Italia non si può morire per un fermo di Polizia. L'Italia non è l'America, e la nostra Polizia non è l'Ice di Trump. Però le immagini del fermo di Abderrahim Fakir non solo sono agghiaccianti, fanno tornare alla mente altre manovre di immobilizzazione che costarono la vita a Riccardo Magherini, Federico Aldrovandi e Andrea Soldi. Se ancora qualcuno ha dubbi, quelle manovre di immobilizzazione uccidono e devono essere evitate e vietate”.

E poi ha ricordato che “la Corte Europea dei diritti dell'Uomo di Strasburgo (CEDU), ha recentemente condannato lo Stato italiano per il caso Magherini, morto durante un intervento di polizia, in quanto responsabile di non aver fornito alle forze dell'ordine istruzioni chiare e una formazione adeguata sulle tecniche di immobilizzazione, necessarie a minimizzare i rischi di asfissia e tutelare la vita. Il ministro dell'Interno venga a riferire in Parlamento".

I post della destra

Dall’altra parte c’è chi, come il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, parla di un “intervento condotto con professionalità e modalità consone da parte delle forze dell’ordine”. Matteo Salvini pure ha subito assicurato che lui sta sempre e comunque dalla parte dei poliziotti e, a stretto giro, la Lega ha pubblicato dei post sui social in cui scriveva “giù le mani dalla polizia” e rivendicava che fosse stato applicato lo scudo per gli agenti, una norma voluta proprio dal Carroccio.

Le parole più necessarie – nell’ennesima tragedia che diventa strumentale allo scontro politico, dimenticando come si stia parlando di un uomo che ha perso la vita  mentre veniva immobilizzato contro l’asfalto torrido, sotto gli occhi di tutti – sono quelle del padre di Federico Aldrovandi, ucciso durante un controllo di polizia nel 2005. Lino Aldrovandi ha detto che ogni caso ha la sua storia, che bisogna aspettare, essere cauti prima di dare giudizi, lasciare che nel frattempo vengano fatte le indagini nella maniera più rapida e corretta possibile. Certo è, ha però aggiunto, “che quelle urla avrebbero dovuto essere un campanello d’allarme per chi in quel momento stava esercitando la forza su quella persona”.

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