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Le (poche) opzioni di Giorgia Meloni per far fronte al caos in maggioranza, dopo la batosta sulle preferenze

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C’è un proverbio molto famoso che dice “per un punto Martin perse la cappa” e deriva da un aneddoto del sedicesimo secolo. Un aneddoto riguardante un monaco, di nome Martino, che voleva incidere sopra la porta del suo monastero una frase per accogliere i fedeli, ma avrebbe sbagliato punteggiatura, stravolgendo del tutto il senso della scritta. Trasformandola da “la porta sia aperta a tutti, non sia chiusa agli onesti” a “la porta non sia chiusa a nessuno, tranne che agli onesti”. Un significato profondamente diverso che costò a Martino la cappa, cioè il mantello dei monaci. Da qui il detto, che sostanzialmente ci ricorda che anche un piccolo errore, una sottigliezza, può costare molto caro e avere conseguenze molto rilevanti.

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Giorgia Meloni la sua cappa non l’ha ancora persa, ma sicuramente l’emendamento sulle preferenze alla legge elettorale – che appunto, può sembrare una cosa piccola fra le centinaia di altri emendamenti – ha provocato una rottura nella maggioranza. Una crepa che,  ampliandosi, potrebbe portare alla crisi di governo totale.

Cosa è successo sulla legge elettorale

Proviamo a ricostruire. Della nuova legge elettorale, lo Stabilicum, si parla già da un po’. Una discussione non semplice, visto che all’interno della maggioranza ci sono sensibilità diverse su molti punti, in primis quello delle preferenze. Per Fratelli d’Italia ridare agli elettori la possibilità di indicare nomi e cognomi di chi mandare in Parlamento è una battaglia storica. Ma per gli altri due partiti di centrodestra, Lega e Forza Italia, abbandonare i listini bloccati vuol dire aprire battaglie interne importanti, che indebolirebbero ulteriormente leadership già fiaccate. Per settimane ci si è confrontati – con nel frattempo il partito del generale Vannacci che complicava le cose, puntellando continuamente Meloni proprio sulle preferenze – e alla fine si è trovato un accordo. Un compromesso, chiaramente: sì alle preferenze, ma con i capolista bloccati e l’alternanza di genere solo a partire dal terzo nome, cosa che aveva comprensibilmente fatto arrabbiare le parlamentari, in modo abbastanza trasversale.

Il giorno prima del voto in Parlamento Lega e Forza Italia avevano dato ufficialmente il via libera. Meloni aveva chiamato personalmente Salvini e Tajani per mettere in chiaro che sarebbe pure andata alle urne in caso di flop (poi ha ridimensionato). E, soprattutto, aveva deciso di metterci la faccia. Con un post sui social in cui si appellava alle opposizioni (ma implicitamente anche, se non soprattutto, ai suoi) e le sfidava a non chiedere il voto segreto, in modo che ognuno si assumesse le proprie responsabilità e ci mettesse la faccia davanti a tutti gli italiani. E aveva concluso con un “Sì alle preferenze, no al voto segreto”.

Solo che poi ieri, ovviamente, il voto segreto è stato richiesto e l’emendamento di Fratelli d’Italia non è passato per un solo e unico voto. 187 voti a favore e 188 voti contrari. Il che significa che in quest’utlimo gruppo ce ne sono finiti anche diversi dalla maggioranza, almeno una trentina. Forse di più, fino alla quarantina. Da dove arrivano?

Il voto segreto e Vannacci

Per evitare di essere accusati, i deputati di Futuro Nazionale (il partito del generale Vannacci) hanno fatto una cosa proibita dal regolamento: si sono filmati durante la votazione, dimostrando di non essere loro ad aver votato contro le preferenze. I franchi tiratori sono tutti dentro la Lega e Forza Italia, forse qualcuno arriva anche da Fratelli d’Italia. Subito tra i dirigenti del primo partito è cominciata la caccia ai traditori, ma chi ha un po’ di dimestichezza con i giochi di palazzo sa bene che quei nomi non usciranno. E, soprattutto, sapere chi è stato non cambierà il quadro: quello di una maggioranza spaccata su un punto centrale della legge elettorale. Un punto su cui Giorgia Meloni ci aveva messo la faccia.

Il suo commento, a caldo, è stato:

“Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude.Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci.
P.S. La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto”.

Le opzioni di Giorgia Meloni

Cosa farà quindi ora la presidente del Consiglio? Una riflessione, come ha detto, potrebbe non bastare. Quando si apre una crisi nella maggioranza, quando chi guida il governo pensa di non avere più i numeri, possono succedere tre cose. La prima è salire al Quirinale, dal presidente della Repubblica, comunicargli la situazione e poi guardarlo sciogliere le Camere e indire elezioni anticipate. L’ultima volta era successo così: a luglio Mario Draghi aveva aperto la crisi di governo e a fine settembre si era andati a votare. Certo, era uno scenario completamente diverso. Oggi è difficile pensare che Sergio Mattarella dia il via libera alla campagna elettorale in piena estate, alla vigilia di una sessione di bilancio complicatissima.

Quindi, seconda opzione, il capo dello Stato potrebbe rifiutare le dimissioni della presidente del Consiglio e dirle di cercarsi una maggioranza più solida in Parlamento. E c’è chi, dall’opposizione, già evidenzia l’asse che si è verificato sulle preferenze proprio da Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale (e ovviamente lo fa per seminare ancora più zizzania all’interno della coalizione di governo). Dal partito di Vannacci – che aveva presentato un altro emendamento sulle preferenze, votato oggi e affossato – hanno colto la palla al balzo: hanno detto di aver sentito dai banchi della Lega l’indicazione di votare contro il loro emendamento, segno che la maggioranza dovrebbe fare chiarezza al suo interno, perché se avesse voluto, avrebbe portato a casa le preferenze. Che nella maggioranza ci siano differenze sempre più ampie e che i leader siano ai ferri corti non è certo un segreto. Però è anche vero che trovare formule diverse in questo momento è complesso.

Crisi di governo rimandata?

Rimane una terza opzione, che è quella che Giorgia Meloni sta cercando ossessivamente di portare avanti dal referendum sulla giustizia, che è stato una sorta di punto di non ritorno nella legislatura, dopo il quale si sono accavallati problemi uno dopo l’altro. Tirare avanti, fare finta di nulla e andare comunque dritti come un treno. Certo, è un’opzione rischiosa. Ma forse non tanto rischiosa come andare a elezioni anticipate a ottobre. Quando si voterebbe con la legge elettorale esistente. Quella che, guardando ai numeri dei sondaggi, rischierebbe di mandare il centrodestra all’opposizione.

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