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Vannacci vuole proteggere il patriarcato dalle donne: eccolo, il mondo al contrario

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Dal programma di Futuro Nazionale firmato da Roberto Vannacci al concetto di «patriarcato mediterraneo»: il commento di Damiano Rizzi su come la promessa di proteggere le donne si traduca in possesso, controllo e giustificazione della violenza di genere.

Vannacci non chiede di proteggere le donne dal patriarcato. Al contrario, chiede di proteggere il patriarcato mediterraneo. Ma si sa, Vannacci vede sempre tutto al contrario. Un uomo che dice «ti proteggo» sta anche dicendo, contemporaneamente, «ti possiedo». Forse non lo sa. O forse lo sa e conta sul fatto che non si colga la differenza.  In italiano, come in quasi tutte le lingue del mondo occidentale, il verbo «proteggere» regge un complemento oggetto: una cosa, non una persona. Si protegge un raccolto. Si protegge un patrimonio. Si protegge una casa.

Quando lo si applica a una donna, il verbo implica, silenziosamente, una grammatica che viene da lontano: quella con cui si parlava delle merci. È dentro questo spostamento quasi impercettibile, dalla merce alla persona, mantenendo la stessa sintassi, che si nasconde una delle radici del possesso: in Italia, ogni settantadue ore muore una donna per mano di un uomo che aveva promesso di amarla, non solo di proteggerla. È forse da questa premessa che va letto l’intero capitolo del programma di Futuro Nazionale, pubblicato l’11 agosto 2026, dedicato alla violenza sulle donne. In particolare, la formula attorno a cui ruota l’intero passaggio sul «patriarcato mediterraneo». Due parole accostate fino a sembrare inseparabili, come se lo fossero sempre state. In linguistica una coppia del genere si chiama sintagma, parola derivata dal greco che indicava uno schieramento militare, un gruppo di soldati disposti in ordine di battaglia. È esattamente ciò che accade qui: un aggettivo caldo, «mediterraneo», schierato a difesa di un sostantivo freddo, «patriarcato», perché il primo attenui la forza del secondo.

Roberto Vannacci scrive testualmente che «dovremmo proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del patriarcato mediterraeo» (fonte: programma di Futuro Nazionale, 11 agosto 2026). Si consuma così il rovesciamento più insidioso del documento: Vannacci non chiede di proteggere le donne dal patriarcato. Al contrario, chiede di proteggere il patriarcato. Ma si sa, Vannacci vede sempre tutto al contrario.

Mentre le donne chiedono di essere riconosciute come persone, una legge sul femminicidio, un Codice Rosso che funzioni, centri antiviolenza finanziati, il programma chiede tutela per la struttura culturale che quelle vittime le produce.

Le donne non hanno bisogno di essere protette. Hanno bisogno di non appartenere a nessuno. Sembra una sfumatura semantica, ma è la linea che separa la libertà dalla cronaca quotidiana. Perché ogni volta che un uomo dichiara di «proteggere» una donna, sta contemporaneamente rivendicando il diritto di decidere da che cosa. Decidendo dove può andare, chi può frequentare, come può vestirsi, cosa può pensare, quando può andarsene. I numeri descrivono bene questa distanza tra protezione dichiarata e violenza reale. I dati dell'Istat pubblicati nel novembre 2025 sono lo specchio inequivocabile di questo meccanismo: sei milioni e quattrocentomila donne italiane, che equivale al 31,9%, hanno subìto almeno una violenza fisica o sessuale nella vita; il 63,8% degli stupri è opera del partner o dell'ex; il 17,9% ha subìto violenza psicologica dentro la coppia; il 6,6% violenza economica (fonte: Istat, «La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia», comunicato del 21 novembre 2025). Sono i numeri della radiografia di una società in cui la protezione promessa dagli uomini si è trasformata, per una donna su tre, nella prima causa di paura.

La cosiddetta protezione, insomma, non protegge. Nasconde. Nasconde il pugno dentro l'abbraccio, il controllo dentro l'attenzione, la gelosia dentro la cura. Nel 91% dei femminicidi italiani del 2025, l'assassino era un uomo che aveva promesso, in qualche forma, di proteggere quella donna: un marito, un compagno, un ex, un padre, un fratello. La statistica del Viminale del gennaio 2026 parla di novantasette donne uccise, ottantacinque dentro le mura di casa, sessantadue per mano del partner o dell'ex (fonte: Ministero dell'Interno, Servizio Analisi Criminale, Report omicidi 2025, gennaio 2026). È qui che la retorica del «maschio protettore» mostra la sua contraddizione: molto spesso il pericolo non viene da uno sconosciuto, ma dall’uomo più vicino. Chi avrebbe dovuto proteggere.

Futuro Nazionale non si limita a rilanciare il patriarcato. Nel suo programma si rifiuta anche di chiamare «femminicidio» il femminicidio. Nega la specificità del reato, ribattezza le uccisioni delle donne «delitti passionali».

Non è una scelta lessicale innocente. Per decenni la “passione” è stata il racconto con cui si è attenuata la responsabilità dell’uomo che uccideva una donna: gelosia, amore, ira, onore. Il delitto d’onore, che prevedeva pene ridotte per chi uccideva in uno «stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore», è stato abolito in Italia nel 1981.

Quarantacinque anni dopo, quel linguaggio torna in un programma politico. Più che vedere il mondo al contrario, qui si rischia di camminare al contrario: all’indietro.

Il passo successivo è ridimensionare i numeri: il programma sostiene che le statistiche italiane siano «oggettivamente non preoccupanti se confrontate con quelle degli altri Paesi».

È una manipolazione sfacciata: cita i tassi più alti dei Paesi scandinavi come prova che il «patriarcato mediterraneo» funzioni, dimenticando di dire che in quei Paesi le donne denunciano di più, i sistemi di rilevazione sono più capillari e la soglia culturale di ciò che viene riconosciuto e nominato come «violenza» è più bassa (fonti: FRA, Agenzia UE per i Diritti Fondamentali, «Violence against women: an EU-wide survey», 2014; Gracia & Merlo, «Intimate partner violence and the Nordic paradox», Social Science & Medicine, 2016).

In Italia, del resto, denuncia solo il 10,5% delle vittime di violenza da partner o ex partner (fonte: Istat 2025). Costruire una rassicurante normalità sul numero delle denunce significa ignorare tutte le donne che nelle statistiche giudiziarie non arrivano mai.

Il punto forse più rivelatore arriva quando il programma passa dalla diagnosi addirittura alla cura: «maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni». È precisamente qui che la contraddizione del «patriarcato mediterraneo» raggiunge il suo culmine. Gli uomini che esercitano violenza non hanno bisogno di imparare a dominare le proprie emozioni, ma a riconoscerle, nominarle e regolarle. Rabbia, gelosia, umiliazione, paura del rifiuto non scompaiono perché vengono represse. L'analfabetismo emotivo — quella terra silenziosa in cui rabbia, gelosia, umiliazione, paura del rifiuto si accumulano senza mai trovare parola — è il primo fattore di rischio nelle relazioni intime. Educare i maschi a «dominare» significa insegnare loro a reprimere ciò che sentono. E quando non si hanno gli strumenti per riconoscere e attraversare il dolore di una fine, quel dolore può trasformarsi in violenza. Il dominio non è l'antidoto della violenza, è il suo terreno di coltura. Indicarlo come modello maschile significa legittimare proprio quella cultura del controllo da cui la violenza trae origine.

È a questo che serve l’educazione alle relazioni, quella che Vannacci attacca ogni volta che può: a impedire che il dominio diventi un modello affettivo, insegnando esattamente il contrario. Non a dominare le emozioni, ma a riconoscerle, quando arrivano, a dar loro un nome preciso; a regolarle con calma e non con la forza; a metterle in relazione, cioè a farle uscire e a farle diventare parola. Perché la forza non è controllo, un rifiuto non è un’umiliazione, una separazione non è una sconfitta e la libertà dell’altra persona non è una minaccia.

Un uomo che ha imparato a riconoscere la propria rabbia non alza le mani, non controlla il telefono, non decide per lei.  Un uomo che sa stare dentro le proprie fragilità non ha bisogno di dominare nessuno. Esattamente il contrario del «maschio forte» che il patriarcato mediterraneo pretende di formare.

Nel 2026 in Italia una donna viene uccisa ogni settantadue ore da chi aveva promesso di amarla e proteggerla. Chi, in un programma di partito, chiede di «proteggere» il patriarcato invece delle donne — schierando militari in ordine di battaglia — ha messo nel mirino le donne.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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