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Ogni giorno uccidono una donna, ogni volta rivivo il femminicidio di mia sorella e ho capito che lo Stato non c’è

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Prima sono nomi. Poi, se non facciamo nulla, diventano numeri. Infine, i numeri diventano silenzio. Governi che si succedono investendo miliardi in un ponte sullo Stretto e solo spiccioli nella prevenzione della violenza sulle donne.

Dal 15 agosto contiamo almeno una donna al giorno uccisa dal marito, dal compagno, dall’ex. Ogni volta, per me, è rivivere l’omicidio di mia sorella.

Prima sono nomi. Poi, se non facciamo nulla, diventano numeri. Infine, i numeri diventano silenzio.

Conosco bene quel silenzio. Mia sorella ci vive dentro dal 9 luglio 2013, quando suo marito l’ha uccisa con 111 coltellate. Da allora, nello stesso silenzio, sono finite oltre 1.700 donne.

Finisce per sembrare un destino inevitabile: denunce ignorate, braccialetti che non suonano, fondi che non arrivano. Governi che si succedono investendo miliardi in un ponte sullo Stretto e solo spiccioli nella prevenzione della violenza sulle donne.

Tra i nomi di questi giorni c'è quello di Tania Terrin. Aveva denunciato sette, otto volte. Lui era già stato querelato da altre tre donne. Il questore lo aveva ammonito. Il Codice Rosso era stato attivato. Ma lui ha avuto lo stesso la libertà di ucciderla. Strangolandola sul divano.

Le donne continueranno a morire se il Paese continuerà a guardare da un’altra parte. La cronaca di questi giorni lo dimostra, ancora una volta, un giorno dopo l’altro.

15 agosto: Maria D'Alessandro, 75 anni, Sant'Angelo a Cupolo, accoltellata dal marito.

16 agosto: Ornella Forastefano, 46 anni, lasciata sanguinante davanti al pronto soccorso di Trebisacce. Il compagno fugge verso l'Albania, lo fermano a Bari.

17 agosto: Tania Terrin, 39 anni, Camponogara, strangolata dall'ex.

18 agosto: Joanna Rouissi, 50 anni, Colleferro, quattro coltellate alla gola dal marito davanti ai figli.

18 agosto: Carmela Bifano, 72 anni, uccisa a colpi di pietra in Calabria.

"C'erano segnali, ma sono sfuggiti".

Sfuggono spesso. Troppo spesso.

A questi nomi se ne aggiungeranno altri, perché il sistema di protezione in caso di violenza non funziona.

Cosa non funziona?

La denuncia, in Italia, non è uno scudo: è un pezzo di carta in un imbuto. Il Codice Rosso (L. 69/2019) impone alla Procura di ascoltare la vittima entro 3 giorni e di chiedere subito una misura cautelare.

Non accade: turni scoperti, psicologi mancanti, agenti senza formazione specifica, magistrati che ricevono le notifiche dopo settimane (Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio).

Al pronto soccorso dovrebbe scattare il "Percorso Rosa". Non è un timbro né può ridursi alla consegna del numero di un centro antiviolenza. È un protocollo che mette in rete ASL, Procura e Forze dell’ordine: prevede un triage riservato, un referto che riconosca e documenti lesioni compatibili con una violenza e l’immediata segnalazione alle Forze dell’ordine.

La realtà: referti fermi al "trauma contusivo" e denunce che non vengono avviate. Troppo spesso a essere avviata tempestivamente c’è solo l’autopsia.

Una grande parte degli uomini che uccide, presenta disturbi psichiatrici che nessuno intercetta: nel pubblico si aspettano 30-90 giorni per una prima visita (Osservatorio CPI 2025). Chi non può pagare il privato resta senza cura. La cultura patriarcale fa il resto.

I numeri. Il Piano strategico nazionale vale 136 milioni di euro l'anno: ai centri antiviolenza restano in media meno di 60mila euro a centro (Pari Opportunità; Corte dei Conti). Con quella cifra un centro dovrebbe pagare avvocate, psicologhe, affitti, turni h24.

I braccialetti. Batterie scariche, GPS senza segnale, allarmi in ritardo. Tra 2024 e 2025 almeno cinque donne sono state uccise con il dispositivo attivo. Il segnale suona, nessuno arriva.

Quando ho perso mia sorella ho capito che lo Stato non c'è.

Io e mia moglie abbiamo aspettato otto anni per adottare nostro nipote. Era il figlio di mia sorella e adesso è nostro figlio. Il registro nazionale degli orfani di femminicidio non esiste: le famiglie pagano di tasca propria psicoterapia, cure, scuola.

Dove sono, oggi, Meloni, Nordio, Piantedosi, Valditara? Cosa fanno mentre le donne continuano a morire? Mentre un nuovo attore politico, per racimolare voti, arriva a teorizzare la protezione del "patriarcato mediterraneo"?

Quando sento parlare di femminicidio, troppo spesso mi vergogno della politica del nostro Paese. Perché mentre si discute, le donne continuano a morire. Non è retorica.

Nordio, in Senato, sui braccialetti che non funzionano, ha risposto che le donne minacciate possono cercare rifugio "in una chiesa, in una farmacia". Il Guardasigilli dice a una donna in pericolo di scappare in parrocchia. Valditara, davanti a Gino Cecchettin, ha avuto l’ardire di affermare che "il patriarcato è finito".

Successivamente ha vietato l’educazione sessuo-affettiva alle elementari imponendone il consenso dalle medie. Non considerando che è dove c’è violenza che mancherà il consenso.

Proprio dove si dovrebbe cominciare a insegnare che nessuna donna appartiene a qualcuno.

Sappiamo cosa va fatto.

Lo diciamo da tempo: bisogna formare le Forze dell’ordine e il personale sanitario, finanziare i centri antiviolenza, creare apparati giudiziari specializzati, coinvolgere ed educare gli uomini al rispetto, perché sono gli uomini che uccidono le donne.

Sono tutte azioni necessarie. Ma se vogliamo cambiare davvero le statistiche, bisogna intervenire prima: con l’educazione sessuo-affettiva a partire dalla scuola materna.

Non servono i comunicati del Viminale.

Per il Viminale i femminicidi sono in calo: nel primo semestre del 2026 sono state uccise 34 donne, contro le 54 dello stesso periodo del 2025.

La cronaca e i dati ISTAT raccontano però una realtà diversa: dal 2019 al 2024 la media è rimasta stabile, 103 femminicidi all’anno. Non basta isolare i primi sei mesi del 2026 per dire che il fenomeno sta arretrando.

Contare le morti non le ferma.

Perché il femminicidio è un crimine di potere. Affonda le radici nella disuguaglianza di genere, nel dominio, nella possessività, nella gelosia, nella crisi dell’identità maschile di fronte all’autonomia femminile.

È qui che bisogna intervenire.

Bisogna entrare dentro quella che oggi ci viene raccontata come un’utopia e renderla praticabile. Farne una politica pubblica, strutturale, continuativa.

Serve responsabilità politica, non logica da campagna elettorale. Non propaganda sulla pelle delle donne.

Servirà un decennio per vederne gli effetti. Ma quel decennio deve cominciare adesso.

Bisogna iniziare. E bisogna chiederlo a gran voce.

L'educazione affettiva non è una nuova materia, non è un'ora facoltativa strappata con il consenso dei genitori. È un programma trasversale: sta in italiano quando si legge un romanzo, in storia quando si studia il potere, in scienze quando si parla del corpo, in matematica perché si smetta di contare le donne uccise. Dalla materna all'ultimo anno di superiori. All'ultimo giorno di vita.

Docenti formati – tutti gli 835mila della scuola statale – non con un webinar ma con formatori nei corpi di polizia, nella magistratura, nella sanità. Psicologi nelle scuole, non uno sportello di due ore in una stanza in uno scantinato.

Perché famiglia e scuola possano educare in sinergia e, quando una delle due è assente, sia l’altra a colmare quel vuoto educativo.

Costo decennale: 600-700 milioni di euro l'anno per dieci anni.

Sette miliardi.

Meno della metà del Ponte sullo Stretto.

In cambio, la prima generazione italiana educata al rispetto, capace di disarmare la violenza prima che arrivi al suo culmine.

Non è utopia: succede già. In altri Paesi leggi organiche, fondi e educazione alle relazioni nelle scuole hanno ridotto i femminicidi. In Spagna, per fare un esempio vicino, con la legge quadro del 2004 i femminicidi si sono ridotti di circa il 30% in vent'anni: da 71 vittime nel 2003 a 47 nel 2024.

È un programma per il futuro da iniziare immediatamente, antitetico al patriarcato. Per smettere di trasformare le donne in nomi, i nomi in numeri, i numeri nel silenzio dell’ennesima tomba.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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