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Sono scappata dalla Sardegna per avere un futuro, tornare a casa è un lusso: ma quanto fa male ripartire

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Ho lasciato la Sardegna a vent’anni per costruirmi un futuro. La famosa “fuga dal Sud” che ogni anno coinvolge migliaia di giovani. Se hai il privilegio di rivedere la tua terra, salutarla ogni volta è una sofferenza. Oggi però tornare a casa è sopratutto un lusso che in pochi possono permettersi.

Il mio è solo uno dei tanti racconti di chi è partito per costruirsi un futuro. Se anche tu hai lasciato la tua città per studiare o lavorare e oggi fai i conti con il costo, economico ed emotivo, del ritorno, scrivici. Mi piacerebbe usare la mia storia per dare voce anche a quella degli altri: assieme alla sofferenza di salutare la propria terra quando si ha il privilegio di rivederla, c'è un diritto a cui nessuno di noi dovrebbe rinunciare, che nessuno di noi dovrebbe considerare un lusso, quello di tornare a casa. Se anche tu hai una storia simile puoi scrivere a segnalazioni@fanpage.it o clicca qui.

Prima di cominciare una doverosa premessa: la mia è una storia di privilegio, di immenso e assoluto privilegio. Davvero, lo so. Ne ero consapevole quando leggevo le brochure online dei corsi di laurea magistrale offerti da università lontane dalla mia città, quando valutavo dove fosse meglio andare per proseguire gli studi, quando scorrevo gli annunci di stanze libere a Roma, quando assieme a mia madre prendevo un aereo per andare a firmare il contratto di affitto pochi mesi prima del mio trasferimento.

La mia consapevolezza si è rafforzata negli anni successivi, mentre provavo ad affacciarmi in quella indecifrabile boscaglia che è il mondo del lavoro. Mentre facevo i primi stage non retribuiti e mentre ricevevo il mio primo stipendio (750 euro al mese, sempre stage). Senza un supporto esterno – nel mio caso familiare – nulla di tutto questo mi sarebbe stato accessibile. O magari sì, ma con una buona dose di fortuna e molti più sacrifici. Dunque lo so, sono estremamente privilegiata. Me lo ricordo ogni volta che ho la possibilità di tornare in Sardegna, la terra dove sono cresciuta e che ho lasciato ormai diversi anni fa.

Credo di aver sempre saputo che prima o poi avrei dovuto lasciare l'isola. È la famosa "fuga dal Sud" che ogni anno coinvolge migliaia di giovani. In vent'anni, dal 2004 al 2024, circa 350mila laureati sono partiti dal Meridione (dati Svimez), chi verso le Regioni del Nord e del Centro, chi all'estero. Molti di questi hanno deciso di non tornare più.

Quando cresci in un territorio che limita le tue possibilità di studio, le prospettive di carriera e in cui è difficile persino avere dei sogni (figuriamoci realizzarli!), sai che cosa comporta immaginarsi il futuro. Quando sono partita dalla Sardegna l'ho fatto con la presunzione stupida e innocente di una ragazza di vent'anni. Volevo crescere. Fare e avere tutto quello che la mia terra non poteva offrirmi. Credevo che qualsiasi grande città fosse meglio della mia. L'importante era mettere un piede là fuori.

La Sardegna è un'isola bellissima, a tratti ancora selvaggia, che conserva una lingua e delle tradizioni dal valore inestimabile. Ma è anche un territorio fragile, aspro, maltrattato, trasformato dagli anni Sessanta in poi in un luogo di conquista di imprenditori multimilionari. È un posto che una volta l'anno sembra accendersi, più o meno per tre mesi, quelli dell'estate. Poi quando la luce si spegne, chi resta è costretto a leccarsi le ferite lasciate da un turismo aggressivo, che finisce per arricchire sempre gli stessi, pochi naturalmente.

In fondo è la storia di tanti fuori sede. Negli ultimi vent'anni, secondo il rapporto Mete 2026, la Sardegna ha perso 85mila residenti. Il tasso di fecondità è sceso a 0,85 figli a persona, il più basso d'Italia. Alcuni paesi nell'entroterra sono diventati dei veri e propri "villaggi fantasma".

In questi anni la stupida presunzione di cui vi parlavo prima è stata soppiantata dalla rassegnata consapevolezza di chi ha iniziato a mettere delle radici in un'altra città ma ogni tanto ha la fortuna di poter rivedere casa. Uso la parola fortuna impropriamente,  anche qui sarebbe meglio parlare di privilegio. Sì, perché quando vivi lontano dalla tua città o dal tuo Paese di origine, tornare è un lusso che non tutti possono permettersi.

Per anni mio zio, anche lui trasferitosi a Roma per lavoro, ha rinunciato a fare ritorno in Sardegna e a passare del tempo con i suoi cari perché il viaggio costava più di una qualsiasi altra vacanza all'estero. Se hai una casa su cui poterti appoggiare, forse riesci ad attutire i costi. Ma non è sempre così.

Sì è vero a volte puoi trovare dei biglietti a buon prezzo e alcune compagnie prevedono dei regimi di continuità territoriale. Ma che dire di quei giorni come Natale, Capodanno, Pasqua e tutte quelle festività in cui magari vorresti ricongiungerti con i tuoi familiari ma trovare un'offerta conveniente è quasi un miraggio?

Potrei raccontare mille altre storie di conoscenti, coinquiline, colleghi, costretti a pagare più di 300 euro per tornare a casa per qualche giorno. Personalmente, oggi ho un lavoro che mi consente di pagare un volo ma ci sono state occasioni in cui ho preferito, in alcuni casi dovuto, rinunciare. Mi sono rifiutata di spendere cifre inaccettabili per quello che alla fine, dovrebbe essere considerato il "diritto di tornare a casa".

In questi anni ho visto quasi tutti i miei amici e coetanei, partire. Prima per studiare, poi per lavorare. Per alcuni è stata una scelta obbligata, per altri una possibilità concessa dalle famiglie. A volte, quando penso a storie come la mia, mi ritrovo a chiedermi chi abbia avuto più coraggio, chi è partito o chi è rimasto. Come se la sensazione di soddisfazione per la strada fatta finora fosse costantemente accompagnata dal senso di colpa per esser scappata, per aver abbandonato quel posto che chiamavo casa. Dopotutto, se hai il privilegio di poter rivedere la tua terra, conosci bene la sofferenza che si prova a salutarla.

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Dopo gli studi in Scienze politiche a Cagliari e un erasmus a Nottingham, dall’Isola sono approdata nella Capitale, dove ho conseguito la magistrale in Media e giornalismo alla Sapienza. Prima al Foglio, ora a Fanpage.it, mi occupo soprattutto di politica (e di intelligenza artificiale, quando capita).  
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