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Valditara sbaglia: sull’educazione sessuo-affettiva l’Italia è 70 anni indietro, i femminicidi di agosto lo confermano

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Damiano Rizzi si rivolge direttamente al ministro Valditara con una lettera in cui contesta punto per punto le sue affermazioni sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Dalla formazione dei docenti al confronto con gli altri Paesi europei, spiega perché non è vero che “c’è già tutto quello che serve”.

Egregio ministro Valditara,

alla scuola di psicoterapia mi hanno insegnato ad affezionarmi poco alle mie idee e a tenere sempre il condizionale a portata di mano. Perché la realtà può sempre essere molto diversa da come la vediamo. Ci ho pensato ieri mattina, quando la giornalista de LaStampa Eleonora Camilli, nell'intervistarla, le ha fatto una domanda citandomi. Le ha ricordato che a chiedere di più sull’educazione sessuo-affettiva a scuola non è solo l'opposizione ma sono anche i genitori e i familiari delle vittime — e ha fatto il mio nome: psicoterapeuta, fratello di una donna uccisa dal marito con 111 coltellate. Lei ha risposto che "c'è un difetto di informazione", ha aggiunto che nelle scuole il rispetto si insegna già e che "non abbiamo bisogno di pensare a nuovi progetti".

Ministro, la realtà che vedo io non la racconto per fare opposizione. La rappresento perché la conosco come professionista, fratello di una vittima e padre di un orfano di femminicidio. Nessuno di questi miei lati vorrebbe averla conosciuta.

Dopo l'ennesima estate di femminicidi mi sarei aspettato altro: una parola per le vittime. Un dubbio, uno solo, sulle proprie granitiche certezze o, quanto meno, l'impegno a confrontarsi maggiormente. Invece lei ha sostanzialmente affermato che tutto va bene. Io credo che il problema sia proprio questo: essere così sicuri che ci sia già tutto quello che serve, quando invece non c’è, perché quello che manca è proprio l'essenziale, ossia uno sguardo che nei programmi metta il genere al centro.

Le linee guida internazionali dicono cosa vuol dire: l'UNESCO (International Technical Guidance, 2018) indica "understanding gender" — ruoli, stereotipi, uguaglianza — tra gli otto concetti chiave dell'educazione sessuo-affettiva; l'OMS per l'Europa dal 2010 chiede di insegnarlo per fasce d'età, dalle elementari fino a nominare, in adolescenza, la cosa che uccide davvero: il possesso, e il momento in cui può diventare mortale, cioè la fine di una relazione. I cinque fattori che moltiplicano il rischio di femminicidio sono quelli che una scuola deve insegnare a riconoscere: il controllo coercitivo — gelosia, sorveglianza, isolamento —, la separazione, la presenza di armi in casa, i precedenti di violenza e le minacce di morte, il senso di proprietà: "se non sei mia non sei di nessuno".

Questo è quello che serve insegnare per salvare una vita. La Convenzione di Istanbul ratificata dall'Italia nel 2013, all'articolo 14, obbliga gli Stati a inserirlo nei programmi di ogni ordine e grado. Non è ideologia gender: è la cornice scientifica e giuridica dentro cui dovremmo già lavorare. Questo manca. Ed è fondamentale, se vogliamo imparare a stare in una relazione senza trasformarla in possesso, controllo o violenza.

Lei afferma testualmente: "Siamo il primo governo che ha introdotto come obbligatoria l'educazione al rispetto". Non è così. L'educazione civica obbligatoria — si tratta ancora solo di questo — che include rispetto, parità, prevenzione della violenza — esiste dal 2019: legge 92, governo Conte I, ministro Bussetti. La legge 107 del 2015 la indicava già come indirizzo. Non avete introdotto l'obbligo. Avete riscritto le linee guida attuative. Le stesse linee guida (D.M. 183/2024) che il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione ha bocciato con parere non favorevole per "l'assenza di un riferimento esplicito all'educazione contro ogni forma di discriminazione e violenza di genere". La sua firma è stata ugualmente apposta dieci giorni dopo. Nelle 23 pagine delle linee guida, oggi in vigore anche alle superiori, l’espressione "violenza di genere" compare zero volte.

Nelle nuove Indicazioni Nazionali 2025 per infanzia, primarie e medie, operative dal prossimo settembre 2026, la parola violenza di genere compare una sola volta in 154 pagine: definita "triste patologia". Come se fosse una malattia dei singoli, e non un fenomeno sociale strutturale che OMS ed EIGE — l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere — ci chiedono di nominare con precisione, perché è dalla precisione con cui si scelgono le parole che comincia la prevenzione e si contrastano le discriminazioni.

Lei rivendica i "3,1 milioni per formare i docenti". È il progetto MIM-INDIRE "Educare al rispetto e alla parità", diventato operativo nell'aprile 2026, tre anni e mezzo dopo il suo insediamento. Visto da vicino: sono 20 ore di corso online asincrono — cioè video da guardare quando si vuole, senza confronto, senza esperti in aula. Non è obbligatorio: chi vuole partecipa, chi non vuole no. Non c’è nessuna certificazione delle competenze acquisite. Se si divide la cifra per i circa 900.000 docenti italiani, fa 3,45 euro a testa, una tantum. Il costo di due caffè. Questo, ministro, non è un piano di formazione. È una goccia d'acqua sopra un incendio.

Dice che facciamo "più di altri Paesi europei". Ma i dati Eurydice e UNESCO dicono l'opposto. L’Italia è uno dei soli sette Stati dell’Unione — insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia — in cui l’educazione sessuo-affettiva a scuola non è obbligatoria. In Svezia lo è dal 1955. In Germania dal 1968. Nei Paesi in cui l’educazione sessuo-affettiva è prevista fin dalla scuola materna, ragazzi e ragazze sanno prima riconoscere una relazione violenta, hanno meno gravidanze adolescenziali e meno esperienze sessuali non desiderate. Non siamo davanti agli altri. Siamo, al contrario, settanta anni indietro.

Lei ha avuto l’ardire di sostenere che il patriarcato è finito nel 1975. È finito come istituto giuridico, non come sistema culturale, che continua a produrre stereotipi, cultura del possesso e controllo coercitivo: alcuni dei principali fattori di rischio del femminicidio individuati dalla letteratura scientifica. Ha inoltre aggiunto che la fragilità narcisistica dei giovani uomini viene dall'educazione permissiva dei genitori. Da psicoterapeuta dell'infanzia e dell'adolescenza le posso dire con cognizione di causa che non è così. Le meta-analisi internazionali (WHO, EIGE) indicano ben altri predittori: esposizione a violenza in famiglia, adesione a mascolinità egemoniche, isolamento sociale, disuguaglianza di potere nella coppia. Attribuire tutto alla "cattiva educazione familiare" è comodo: sposta la responsabilità dallo Stato ai genitori. Ma i genitori non scrivono le indicazioni nazionali. A deciderlo è lo Stato. È lei. Il nostro ministro dell’Istruzione.

Il consenso informato che lei ha imposto sui progetti portati a scuola dalle associazioni esterne — proprio quelli che facevano prevenzione della violenza di genere — è una scelta dello Stato. Le parole scelte nei documenti che formeranno milioni di bambini e adolescenti sono una responsabilità dello Stato. C’è però una cosa su cui, ministro, sono d’accordo con lei. Nell’intervista ha detto che l’educazione al rispetto "innerva tutti i programmi": italiano, storia, scienze. È vero, dovrebbe essere così. Ma dire che una cosa "innerva" non basta a farla accadere. Le indicazioni nazionali servono proprio a questo: a scrivere, per ogni disciplina, cosa un ragazzo deve avere imparato al termine della classe. Se in quelle pagine la violenza di genere è nominata una volta sola e chiamata "patologia", l’innervazione non c’è. Resta affidata alla buona volontà del singolo docente. Una buona volontà che oggi rischia di trasformarsi in una sfida alle istituzioni.

E la buona volontà, lo sappiamo, non basta a educare una generazione.

Dire che "va tutto bene" può forse servire al consenso, ma non a evitare l’ennesima vittima. Dico forse perché credo e voglio credere che il vento stia cambiando. Sono sempre stato un ottimista. Ma lei non lo sente, ministro, questo vento?

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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