Amatrice, la ricostruzione infinita: viaggio nel Centro Italia a 10 anni dal terremoto
Il 24 agosto 2016 alle ore 3:36, in piena notte, una scossa di magnitudo 6.0 devasta l’Appennino Centrale. In pochi secondi interi borghi vengono spazzati via. Tra i paesi più colpiti ci sono Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Il bilancio è di 299 vittime. Amatrice è il comune che pagherà il prezzo più alto con 237 vittime. A dieci anni dal sisma che ha devastato l’Appennino Centrale, resta cruciale il tema della ricostruzione e della rinascita di questi territori. Ma a che punto sono davvero i cantieri nelle zone più colpite dal sisma?
Siamo tornati in quelle zone per realizzare un lungo reportage a dieci anni dal sisma e per vedere da vicino cosa è cambiato in quei territori e cosa è rimasto invece esattamente come prima. Ma facciamo prima un piccolo passo indietro.
Il terremoto del 24 agosto e le scosse nei mesi dopo
Quasi tutti ricordano questa vicenda come “il terremoto di Amatrice” – ma quella notte di dieci anni fa è stato solo l'innesco di una delle sequenze sismiche più lunghe e complesse mai registrate in Europa. Non è stato solo un terremoto, ma l'inizio di un effetto domino che ha riattivato un intero sistema di faglie adiacenti, provocando nei mesi successivi migliaia di terremoti, la maggior parte impercettibili ma alcuni molto forti. Tra i più violenti ci sono quelli del 26 ottobre di magnitudo sopra i 5, la più forte vicino Visso e Ussita. Il 30 ottobre arriva il colpo peggiore di magnitudo 6.5. È il terremoto più forte in Italia dal sisma dell'Irpinia nel 1980. Epicentro a Norcia. A gennaio 2017, altre quattro scosse sopra magnitudo 5. Tra agosto 2016 e gennaio 2017, sette terremoti superiori a magnitudo 5. Qualche casa ha resistito, ma sono comunque vuote. La ricostruzione si fa per aggregati di case vicine, non una alla volta. E in alcune frazioni minori come Capricchia, i lavori non sono mai partiti. Alla fine della sequenza si conteranno oltre 124.000 scosse. Considerando tutto l’insieme delle faglie, le fratture del sottosuolo hanno raggiunto un’estensione di oltre 70km. Per farvi capire l’entità di questo fenomeno, in alcuni punti la terra si è spaccata fino in superficie per ben 10km di profondità. Ancora oggi è possibile osservare a occhio nudo la terra spaccata in due.
La fine dello stato di emergenza
I primi di agosto il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo pacchetto di misure con una programmazione fino al 2029. Il 31 dicembre 2026 è la data stabilita per la fine dello stato di emergenza nazionale per il sisma del 2016 e il passaggio allo "stato di ricostruzione". Dal 2027 quindi cesseranno le residue attività di Protezione civile che saranno trasferite alla struttura commissariale operativa fino alla fine del 2029. Questo è quello che sappiamo e leggiamo sui decreti emessi dal governo ma, come vi avevamo anticipato, la realtà che stanno vivendo le persone rimaste a vivere nel cratere del sisma è diversa e ancora a tratti emergenziale.
Dal centro di Amatrice alle frazioni
Basta infatti spostarsi da quello che una volta era il centro di Amatrice, dove ora svetta ancora il campanile in mezzo ad un’enorme spianata che compone la zona rossa, e addentrarsi nelle frazioni per trovare uno scenario ancora desolante.
A Capricchia, una delle 69 frazioni e che oggi conta 15 abitanti d’inverno e 150 d’estate, solo per tre o quattro case è partita la ricostruzione. Il resto del centro del paese sembra rimasto congelato al 24 agosto 2016. Le macerie sono ancora tutte lì, l’erba sempre più incolta avvolge e abbraccia quello che resta di case sventrate e abbandonate da anni. Qui la Pro Loco si è organizzata da sola. A luglio 2017, ha costruito un piccolo villaggio indipendente con delle casette su ruote donate. Ancora oggi ospitano lì quello definito “il popolo delle seconde case”. “A Capricchia alcune SAE sono ormai vuote perché le persone sono morte o hanno trovato un’altra sistemazione. Abbiamo chiesto di prenderle in gestione per permettere di tornare anche a chi veniva qui solo per i mesi estivi, così da ripopolare il paese. Ma il Comune ci ha risposto che non essendo di sua proprietà (le SAE sono ancora gestite dalla Protezione civile) non era possibile metterle in affitto”. E così un villaggio nato nell’emergenza per permettere a più persone possibili di non abbandonare il paese, è diventato un vero punto di riferimento per mantenere viva la zona, nonostante la lentezza dei lavori per la ricostruzione.
Lo sciopero della fame di papà Mario
A Rieti incontriamo Mario Sanna. La notte del 24 agosto dormiva nella sua casa ad Amatrice insieme alla moglie e al figlio Filippo. Quella casa crolla su di loro e il ragazzo muore dopo una settimana di agonia in ospedale. Aveva solo 22 anni. La famiglia ha perso anche l’abitazione dove però vivevano in affitto quindi non avrà nessun beneficio da una eventuale ricostruzione. Ha solo ricevuto un contributo per pagare l'affitto i primi due anni dopo il sisma. Incontriamo Mario il 10 agosto, il suo 71esimo giorno di sciopero della fame.
Dopo il Friuli, nel 1976, la legge prevedeva un contributo specifico per chi aveva perso un familiare. Lo stesso dopo l'Irpinia, nel 1980. Per L’Aquila prima e per Amatrice poi, quella norma non è mai stata scritta. “Noi non abbiamo ricevuto nulla, assolutamente niente. Neanche l’agevolazione per un mutuo da prendere per costruirci una casa. L’ultima scusa che ho sentito è quella del veto della Ragioneria dello Stato. Ma io dico perché non ci sono i soldi? Per le vittime di Amatrice servirebbero meno di 60 milioni di euro, possibile che non si riescono a trovare per fare questo fondo? Mi sembra una cosa ridicola”.
L’emergenza infinita nelle casette
Ma se da un lato c'è chi ha dovuto lasciare quei territori, come Mario che non aveva diritto a nessuna soluzione abitativa di emergenza, tanti residenti vivono da quasi dieci anni nei prefabbricati in attesa della ricostruzione. Le SAE dovevano durare qualche anno, invece al momento ci sono ancora più di 2mila famiglie che vivono al loro interno. “Ad Amatrice ci sono ancora 640 SAE divise in 41 villaggi – ci spiega Sonia Santarelli, presidente del Comitato 3 e 36 – sono ancora attive e abitate e quindi vuol dire una cosa sola. Le case non sono state ricostruite o almeno ne sono state costruite un numero insignificante”. E in una di queste 640 SAE vive Lucia Annibali. Lei è rimasta per ore sotto le macerie della sua abitazione, nel centro di Amatrice, ma si è salvata. Non ce l'hanno fatta invece i suoi due figli Anna e Franco e sua madre Anna. Lucia è stata tra le prime a ricevere le chiavi di una casetta, ma nonostante il passare del tempo la sua mente è ancora lì: "Quando tu ad una mamma fai morire entrambi i figli e l'unico genitore rimasto, la cosa più naturale sarebbe stata che io pure morissi quella notte. È innaturale che io sia sopravvissuta a loro".
Nei territori di Ussita e Pievetorina, una grandinata di dimensioni anomale, con chicchi grandi quanto palle da tennis, ha danneggiato il 21 luglio 2026 i tetti di oltre 100 SAE, causando un’emergenza nell’emergenza. Queste strutture in legno, a quasi dieci anni dal terremoto, sono infatti sempre più esposte al deterioramento causato dal tempo e dagli agenti atmosferici. A raccontarlo è anche Matteo, 28enne di Visso, che studia sismologia e vive con la sua famiglia in una Sae: “Con il tempo queste strutture in legno si degradano, si creano spazi vuoti e ci passano dentro insetti o topi”.
Il futuro sospeso dei giovani
Per chi è rimasto, la domanda non è soltanto quando potrà tornare a vivere nella propria casa, in un paese finalmente ricostruito, ma se quel paese avrà ancora una comunità. A Visso, Matteo racconta di un tessuto sociale che, dopo il terremoto, si è progressivamente sfaldato: molti anziani non sono tornati e "non c’è quel senso di comunità stretta che ci si sarebbe potuti aspettare dopo un trauma collettivo". La nuova piazza, costruita alle porte del vecchio agglomerato urbano e a ridosso delle aree Sae, ha restituito un centro al paese, ma resta percepita come "aliena" rispetto agli spazi del borgo storico, la cui ricostruzione richiederà ancora anni. Il cantiere dello storico Palazzo dei Priori, sede del Comune, è stato inaugurato soltanto lo scorso 27 luglio. Difficile, dunque, immaginare quando i cittadini potranno riappropriarsi di quegli spazi che per generazioni hanno rappresentato il cuore della vita del paese.
Anche per Matteo, dopo gli anni trascorsi a Pisa per l’università, la scelta di tornare non è scontata. I presupposti, dice, "potenzialmente ci sono", ma il territorio resta segnato dall’isolamento e dalla scarsità di servizi: "Senza un’auto non vai da nessuna parte". Sono elementi che rendono difficile immaginare qui il proprio futuro, nonostante la ricostruzione privata a Visso sia ormai entrata in una fase più avanzata. Tra i cantieri c’è anche quello della casa in cui Matteo è cresciuto: "Ci hanno detto che ci vorranno un altro paio d’anni, ma non è credibile, saranno almeno altri tre; dipende dalla variabile impazzita dei subappalti".
Anche Luca, 42enne residente a Ussita, attende di rientrare nella propria abitazione, ma la sua preoccupazione maggiore riguarda gli spazi della socialità. Ricorda come le strutture che un tempo rappresentavano punti di ritrovo per i più giovani siano state cancellate dal terremoto: "Sono state tolte non solo a noi, ma soprattutto alle generazioni che sono venute dopo". Questo piccolo comune dei Sibillini era noto anche per la sua vocazione sportiva, grazie alla presenza di un palaghiaccio e di una piscina coperta. Dopo quasi dieci anni, quelle strutture sembrano essere rimaste congelate al 30 ottobre 2016. Il tetto della piscina è crollato, l’acqua è diventata "la casa delle rane" – come la chiamano i residenti – e la struttura è stata oggetto di atti di vandalismo. Solo lo scorso maggio il Consiglio regionale ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economica per la ricostruzione del palaghiaccio. Ai ragazzi nati dopo il terremoto non resta che reinventarsi: "Siamo dei sopravvissuti a una situazione che abbiamo subito – continua Luca – Anche alle generazioni più giovani toccherà questa sorte; dovranno riscoprire modi diversi per stare insieme, nell’attesa che la ricostruzione possa magari cominciare a dare qualche frutto".
La lunga attesa di chi è rimasto
Sono pochi quelli che scelgono di restare e, tra questi, c’è Vincenzo, 24 anni, allevatore a Castelsantangelo sul Nera insieme al padre Giovanni Battista. La loro azienda è una delle poche rimaste sul territorio dopo il sisma e Vincenzo ha scelto di continuare questo percorso nonostante le difficoltà e la delusione per ciò che, a quasi dieci anni dal terremoto, ancora non è stato fatto. I due vivono attualmente in un modulo abitativo provvisorio di pronto intervento (Mapre), una struttura diversa dalle Sae in legno. Questi piccoli prefabbricati in acciaio e lamiera sono stati assegnati agli allevatori del cratere poco dopo il terremoto, per consentire loro di non allontanarsi dal bestiame. Come spiegano Vincenzo e Giovanni Battista, però, questa soluzione non permette loro di accedere a una Sae, mentre la vita nel prefabbricato si fa sempre più dura. "È un container: quando fa freddo, fa freddo, e quando fa caldo, fa caldo".
È stato lo stesso Commissario straordinario per la ricostruzione, Guido Castelli, a definire Castelsantangelo sul Nera il comune che ha prodotto più macerie in tutto il cratere: quasi 75 milioni e 500 mila chili. Oggi di quelle macerie è rimasto poco nel borgo, ma la ricostruzione è entrata solo quest’anno nel suo "anno zero". Il ritardo è stato causato dal grave dissesto idrogeologico e dal rischio idraulico legato alla presenza del fiume Nera, che ha impedito a lungo l’avvio della ricostruzione privata. Il progetto per far fronte a questo rischio avrà un costo di circa 14,6 milioni di euro e la gara per i lavori è stata avviata nel 2026. L’inizio degli interventi non è previsto prima del 2027, allungando ulteriormente l’attesa per chi spera di tornare a vivere nel borgo.
C’è anche chi questa speranza l’ha abbandonata, come Rita, 83 anni, proprietaria del bar che nel paese porta il suo nome. Rita vive in una Sae – come quasi tutti a Castelsantangelo sul Nera – e anche la sua attività si trova in una di queste strutture, nella nuova piazza del borgo. Qui accoglie i clienti sempre con il sorriso e racconta che, in questa nuova normalità, dove il numero degli abitanti si è sensibilmente ridotto, i nuovi clienti del suo bar sono soprattutto gli operai impegnati nei cantieri della ricostruzione. Sulle pareti in legno del prefabbricato campeggiano le foto del vecchio bar nel centro storico, accanto a uno scatto dei vigili del fuoco impegnati negli interventi di assistenza e soccorso dopo il sisma. Per lei sono come trofei di una vita passata dietro al bancone, ma anche il ricordo concreto di un paese che, quasi dieci anni dopo, ancora aspetta di tornare a vivere.
di Simona Berterame e Giorgia Olivieri