Strage di Bologna, 46 anni dopo: Molteni ammette la “matrice neofascista”, ma Meloni manda solo un sottosegretario

Nel cortile di Palazzo d'Accursio, alle 10.25 di una mattina d'agosto che ha ancora il peso di quel tragico 1980, l'Italia si ritrova di nuovo divisa tra chi la memoria la difende scendendo in piazza e chi, dai palazzi del potere romano, preferisce sfilarsi. Per questo 46° anniversario della strage di Bologna, l'esecutivo ha scelto la strada del profilo basso, senza inviare neanche un ministro. Dopo le scintille dello scorso anno per la presenza di Anna Maria Bernini e il cronico imbarazzo della destra al governo nel pronunciare la parola "fascista", a rappresentare le istituzioni c'era soltanto il sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni. Eppure, proprio dal rappresentante della Lega sono arrivate parole che sanno di atto dovuto davanti alla realtà dei fatti: "Un attentato terroristico di matrice neofascista ha squarciato la vita di tante persone", ha riconosciuto Molteni nel cortile del Comune, ricordando che il 2 agosto "è una data che appartiene all'Italia intera". Una dichiarazione importante, certo, ma che non basta a coprire il vuoto politico dell'aula di governo.
Il coraggio delle parole e il peso delle sentenze
Che la strage di Bologna fosse un massacro eversivo di matrice neofascista non è una tesi politica, né un’opinione di parte ma una verità scolpita in diciassette sentenze della Repubblica. È il tracciato giudiziario che ha ricucito la catena di comando dagli esecutori dei NAR fino ai mandanti, svelando le complicità e le coperture di apparati deviati dello Stato. Lo ha ribadito con forza il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando come "la strategia neofascista del terrore pretendeva di distruggere i valori di libertà e democrazia". E lo ha confermato Paolo Lambertini, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime, che dall'alto del palco della stazione e prima ancora nei chiostri comunali non ha risparmiato stoccate al potere politico: "Ci aspettiamo che la Presidente del Consiglio abbia il coraggio di tagliare con il passato. Spero riesca a sbloccare questa parola a livello verbale. Non lo diciamo noi che è una strage fascista: lo dicono i tribunali".
Lambertini ha poi espresso la forte delusione dell'Associazione per i recenti lavori della Commissione Antimafia, denunciando il rischio di una "rinuncia ad approfondire" piste storiche ed eversive ancora oscure, come il ruolo di Stefano Delle Chiaie, e puntando il dito contro i ricorrenti tentativi di revisionismo che tentano di "normalizzare" figure della galassia stragista come Gilberto Cavallini.
La risposta di una comunità
Mentre il Palazzo sfila a ranghi ridotti o preferisce evitare la piazza, Bologna risponde nel frattempo nell'unico modo che conosce dal 2 agosto 1980: con la partecipazione di massa. Guidato dal sindaco Matteo Lepore, scortato e sommerso dagli applausi e dai cori di sostegno dei cittadini lungo via Indipendenza, dopo le pesanti minacce ricevute nei giorni scorsi per le vicende legate alla morte di Abderrahim Fakir, il corteo ha attraversato via Indipendenza fino al piazzale della stazione.
Al suo fianco hanno sfilato le massime istituzioni territoriali e politiche: il neopresidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e la segretaria del PD Elly Schlein, perentoria nel ribadire che "non consentiremo a nessuno di riscrivere la storia" e nel richiamare il Governo alla piena attuazione della legge sulle vittime.
Una piazza viva, plurale e persino attraversata da anime diverse, compresi i familiari di Fakir e gli spezzoni di protesta sociale, che ha dimostrato come la memoria del 2 agosto sia un corpo collettivo capace di accogliere le istanze di giustizia del presente senza smarrire il proprio baricentro storico. Nel piazzale della stazione, davanti alla crepa della sala d'aspetto e all'orologio fermo alle 10.25, Bologna ha riaffermato che il filo che lega le vittime di allora alla cittadinanza di oggi non si spezza davanti all'assenza dei ministri né di fronte ai tentativi di sminuire le verità processuali.