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Opinioni

Sono una “nuova italiana” e mi sono rotta le scatole di sentirmi sempre colpevole di tutto, anche di Modena

In una lettera Victoria Karam replica al vicepremier Salvini, che dopo i gravi fatti di Modena ha rilanciato la proposta della Lega di di revocare il permesso di soggiorno ed espellere chi delinque. Nonostante il colpevole dell’aggressione sia un cittadino italiano.
A cura di Redazione
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Dopo i gravi fatti di Modena, riceviamo e pubblichiamo la lettera di Victoria Karam – assistente parlamentare a Bruxelles e coordinatrice delle Politiche Ue del Pd a Vicenza, autrice del libro del libro "Volti italiani. 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza" – indirizzata al vicepremier Salvini.

Ministro Salvini, io sono nata qui da genitori brasiliani. L’Italia è casa mia da sempre.
Lo è nelle scuole che ho frequentato, nelle verifiche sulla Divina Commedia e nelle notti passate a imparare a memoria Leopardi, nelle amicizie che mi hanno vista passare dal Tamagotchi alla laurea, nei luoghi della mia infanzia, nelle vasche in centro storico durante l’adolescenza, nelle cose che mi fanno sentire al sicuro, nel modo in cui penso, scherzo, vivo.

L’Italia è nelle abitudini che ho, nel fastidio istintivo quando vedo qualcuno mettere il ketchup nella pasta, nel mio gesticolare, nel modo in cui immagino il mio futuro.

È nel fatto che un giorno ai miei figli farò ascoltare Fabrizio De André e Pino Daniele dicendo che certe canzoni di un tempo forse raccontavano l’amore un po’ meglio rispetto a quelle di oggi.

Per questo ogni volta che si riapre questo dibattito ferisce sentirsi raccontare come ospiti temporanei. Come persone da integrare anche quando sono nate qui, cresciute qui, formate qui. Come se l’appartenenza fosse sempre una concessione revocabile e mai una realtà evidente.

Io non mi sento integrata.

Io sono sempre appartenuta.

E come me si sentono italiani centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze che questo Paese lo vivono ogni giorno, lo amano, lo difendono, litigano con lui come si litiga con casa propria.

Per questo, dopo la tragedia di Modena, colpisce vedere come lei e la Lega non abbiate perso un minuto per incolpare i nuovi italiani, intervenendo quando ancora non c’era alcuna chiarezza sui fatti. Ha parlato di “integrazione fallita”, di “permessi di soggiorno revocabili”, di persone “non integrabili”. Poi però è emersa la realtà.

Mentre qualcuno provava a trasformare tutto nell’ennesima campagna contro immigrati e seconde generazioni, un uomo egiziano e suo figlio, insieme a un cittadino modenese, avevano appena immobilizzato il responsabile armato di coltello. C’è qualcosa di profondamente rivelatore in questa immagine rispetto allo stato del dibattito pubblico italiano. Da una parte chi usa ogni tragedia per alimentare paura. Dall’altra persone che, senza chiedersi il cognome o il passaporto di qualcuno, intervengono e basta, perché è la cosa giusta da fare.

E allora sì, viene quasi da sorridere, se non fosse drammatico e anche terribilmente controproducente, sentirla parlare di persone “non integrabili” proprio mentre a dare una mano sono ragazzi cresciuti in Italia. Perché l’origine continua a contare solo quando serve trovare un colpevole. Molto meno quando qualcuno lavora, studia o rischia la propria vita per gli altri. Eppure, a Modena non stiamo parlando di cittadinanza. Stiamo parlando di una persona con problemi psichiatrici certificati.

E forse, visto che lei fa il Ministro dei Trasporti, prima ancora di evocare cittadinanze revocabili bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una persona in quelle condizioni potesse guidare. Se qualcuno rappresenta un pericolo per sé stesso e per gli altri, il problema non è il passaporto. Il problema è che in questo Paese la salute mentale viene affrontata quasi sempre allo stesso modo: dopo una tragedia, mai prima. E nel frattempo il racconto mediatico cambia continuamente a seconda di chi commette il reato. Quando il colpevole ha origini straniere, l’origine diventa immediatamente la notizia. Titoli, talk show, richieste di espulsione, cittadinanza revocabile, allarmi sulla sicurezza. Quando invece cinque minorenni italianissimi massacrano un bracciante nero, com’è accaduto qualche giorno fa a Taranto, la narrazione pubblica cambia. Non si parla di “emergenza culturale italiana”, non si mette in discussione l’educazione ricevuta. E nessuno chiede di togliere diritti alle famiglie dei responsabili. Si parla piuttosto di disagio giovanile, periferie, bullismo degenerato. Si nasconde la testa sotto la sabbia, o almeno questa è la sensazione.

Ed è pura ipocrisia che alcuni crimini vengano usati per costruire paura contro intere categorie di persone, mentre altri, pur diversi, restano casi isolati da trattare con comprensione. Una delle cose più inquietanti emerse dalla tragedia di Taranto è stata leggere che un ragazzo impaurito, inseguito, sarebbe stato allontanato da un bar dove aveva chiesto rifugio invece che aiutato. Perché il pregiudizio non nasce da solo. Si costruisce lentamente, attraverso parole, slogan, titoli, discorsi ripetuti ogni giorno. Finché davanti a un ragazzo nero ferito qualcuno non vede più una persona in difficoltà, ma un pericolo da cui stare lontani.

Fatico a credere che dichiarazioni come queste provengano da un Ministro della Repubblica. Una persona che ha giurato sulla Costituzione, che all’articolo 3 afferma che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che limitano uguaglianza, dignità e piena partecipazione delle persone alla vita del Paese. E che, invece, sceglie di alimentare la paura contro intere generazioni di ragazzi cresciuti in Italia. Perché quasi 900.000 bambini crescono oggi nelle scuole italiane senza cittadinanza. Che cosa vogliamo insegnare loro? Che l’Italia è il luogo in cui costruire il loro futuro oppure un Paese che continuerà sempre a considerarli estranei?

La cosa più assurda è che i bambini tutte queste differenze non le vedono nemmeno. Giocano e crescono insieme, diventano amici senza chiedersi da dove vengano i genitori dell’altro. Il pregiudizio non nasce spontaneamente. Qualcuno lo crea, lo alimenta, lo normalizza, lo trasforma in linguaggio politico quotidiano. E quando succede, il danno entra nelle scuole, nei bar, nelle strade, nel modo in cui le persone imparano a guardarsi a vicenda.

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