video suggerito
video suggerito

Riforma Difesa, come cambiano le Forze Armate: 40 mila militari in più e nuove riserve operative entro il 2033

Lo schema di ddl sulla Difesa prevede l’incremento degli organici entro il 2033 e l’istituzione di tre nuove categorie di riservisti richiamabili. L’applicazione del provvedimento resta subordinata allo stanziamento delle risorse finanziarie e alla gestione dei richiami nel settore privato.
Immagine

Per anni il dibattito sulla Difesa italiana si è concentrato sulla fine della leva obbligatoria e sulla costruzione di uno strumento militare sempre "più professionale" e progressivamente ridotto nei numeri. Oggi il governo sembra intenzionato a imboccare una direzione diversa: non si tratterebbe di un ritorno alla leva, ma della costruzione di una struttura militare più ampia e dotata di nuove componenti di riserva, pensate per consentire alle Forze armate di disporre di personale aggiuntivo "in caso di necessità". Questo rappresenterebbe il cuore del disegno di legge voluto dal ministro della Difesa Guido Crosetto. L'incremento degli organici fino a un massimo di 40 mila unità entro il 2033 costituirebbe soltanto una parte della riforma. La novità più rilevante risiederebbe infatti nella creazione di tre nuove componenti di riserva (operativa, specialistica e territoriale) destinate a rafforzare la capacità di risposta delle Forze armate in caso di crisi, emergenze o particolari esigenze operative.

Il provvedimento si inserisce in un contesto internazionale profondamente mutato. La guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza, l'instabilità generale del Mediterraneo e il crescente peso assunto dai temi della sicurezza e della difesa collettiva hanno spinto numerosi Paesi europei a ripensare l'organizzazione delle proprie forze armate. In questo quadro l'Italia punta ad aumentare non soltanto il personale in servizio, ma anche la disponibilità di uomini e donne già formati e richiamabili "quando necessario".

Chi lascia la divisa resterebbe richiamabile per cinque anni

La prima novità è rappresentata dalla cosiddetta riserva operativa: ne farebbero parte i militari collocati in congedo da non più di cinque anni, che manterrebbero un vincolo quinquennale di disponibilità al richiamo. Durante questo periodo potrebbero essere richiamati per attività di formazione, addestramento, aggiornamento o per specifiche esigenze connesse ai compiti delle Forze armate. L'obiettivo dichiarato è evitare la dispersione delle competenze acquisite durante il servizio. Lo Stato potrebbe così continuare a disporre di personale già formato e potenzialmente richiamabile senza dover ricorrere esclusivamente a nuove procedure di reclutamento.

Per incentivare la partecipazione al sistema, il disegno di legge introduce anche una serie di misure economiche:

  • 130 euro netti al giorno per il personale della riserva operativa richiamato per attività addestrative;
  • 1.300 euro netti all’anno come premio una tantum per chi completa l’intero ciclo di richiami addestrativi previsti;
  • esonero contributivo del 100% per i datori di lavoro privati durante il periodo di richiamo del dipendente e per gli eventuali lavoratori assunti in sostituzione.

Tecnici e professionisti: come funzionerebbe la riserva specialistica

La seconda componente della riforma è la riserva volontaria specialistica, che avrebbe invece l'obiettivo di consentire alle Forze armate di avvalersi di professionalità particolarmente qualificate. Il sistema prevede cioè la possibilità di conferire, in casi eccezionali e secondo procedure specifiche, gradi di complemento a soggetti in possesso di competenze professionali ritenute utili alle esigenze militari. Ufficiali, marescialli, sergenti e graduati potrebbero quindi essere individuati sulla base delle professionalità possedute e delle necessità operative delle singole Forze armate o della Sanità militare. L'obiettivo è quello di "rafforzare la disponibilità" di competenze tecniche e specialistiche in settori sempre più importanti per la difesa contemporanea, dalla tecnologia alle telecomunicazioni, fino alle professionalità sanitarie e scientifiche.

Nasce la riserva territoriale per emergenze e supporto sul territorio

La terza novità è rappresentata poi dalla riserva territoriale. Potrebbero accedervi cittadini tra i 25 e i 35 anni, in possesso almeno del diploma di scuola secondaria di primo grado e reclutati su base regionale. La ferma avrebbe una durata di dodici mesi, prorogabile per un ulteriore anno su base volontaria. Dopo una formazione iniziale non inferiore a trenta giorni, i volontari sarebbero destinati prevalentemente a operare nell’area geografica di arruolamento, pur restando possibile il loro impiego per attività di addestramento o formazione anche al di fuori della regione di appartenenza. Secondo quanto previsto dal testo, la riserva territoriale sarebbe destinata soprattutto a supportare le esigenze funzionali delle Forze armate connesse alla gestione delle emergenze, delle calamità naturali, delle attività di soccorso e assistenza alla popolazione. Potrebbe anche essere impiegata in attività di supporto alle Forze di polizia previste dalla normativa vigente.

Quando il governo potrebbe richiamare le riserve

Uno degli aspetti più delicati della riforma riguarda poi il richiamo d'autorità delle diverse componenti della riserva. Il disegno di legge prevede infatti che il governo possa disporre il richiamo in situazioni di grave crisi suscettibili di ripercuotersi sulla sicurezza dello Stato oppure per esigenze legate alla difesa dei confini nazionali.

La procedura delineata dal testo prevede che:

  • il richiamo sia deliberato dal Consiglio dei ministri;
  • il Presidente della Repubblica venga preventivamente informato;
  • la deliberazione venga trasmessa alle Camere;
  • il Parlamento si pronunci entro cinque giorni attraverso appositi atti di indirizzo, autorizzando o respingendo la richiesta.

Nella comunicazione alle Camere il governo dovrebbe anche indicare gli obiettivi del richiamo, il numero massimo di unità coinvolte e la durata prevista della mobilitazione.

Più militari entro il 2033 e superamento della riforma Di Paola

Accanto al sistema delle riserve, il provvedimento interviene anche sugli organici: il disegno di legge delega infatti il governo a ridisegnare lo strumento militare prevedendo un incremento complessivo fino a 40 mila unità dell'Esercito, della Marina militare (escluse le Capitanerie di porto) dell'Aeronautica e del Corpo unico della Sanità militare entro il 31 dicembre 2033. Un aumento che dovrebbe avvenire in modo graduale e sarebbe definito annualmente nelle leggi di bilancio sulla base delle risorse disponibili e delle effettive capacità di reclutamento. La riforma prevede poi anche un incremento di 2.600 unità nell'organico dell’Arma dei Carabinieri, motivato dall'accresciuto contributo richiesto all'Arma nelle attività di difesa integrata del territorio nazionale, nelle missioni internazionali e nelle funzioni di polizia militare. Una scelta che segna anche il superamento dell'impianto introdotto dalla legge 244 del 2012, la cosiddetta riforma Di Paola, che aveva invece puntato sulla progressiva riduzione degli organici delle Forze armate.

L'eventuale via libera parlamentare, tuttavia, segnerà solo l'inizio di una partita complessa che si giocherà interamente sulla prova dei fatti. Al di là dei proclami geopolitici, la reale efficacia del provvedimento dipenderà da due variabili tutt'altro che scontate: la costanza dei finanziamenti nelle future leggi di bilancio e la reale tolleranza del sistema produttivo privato, che dovrà digerire la periodica sottrazione di dipendenti per i richiami alle armi, nonostante lo scudo degli sgravi contributivi.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views