Il passaggio chiave dell’intervista con la quale Matteo Renzi ufficializza il suo addio al Partito Democratico non è quello sul sostegno al governo Conte, né quello su Zingaretti o sui 30 parlamentari che lo seguiranno. Il passaggio chiave è un altro, racchiuso in poche parole: “C’è uno spazio enorme per una politica diversa, uno spazio che attende solo il nostro impegno”. Spazio e tempo. Da qui bisogna partire per provare a dare una risposta alla domanda “perché Renzi ha lasciato il PD proprio adesso”.

Il contesto in cui avviene lo strappo è fondamentale. Renzi lascia il Partito Democratico dopo aver contribuito in maniera determinante all’alleanza tra Zingaretti e Di Maio, che ha tagliato fuori Matteo Salvini e ha blindato la prosecuzione della legislatura. Lo fa a pochi giorni dal giuramento di ministri e sottosegretari, frammentando la rappresentanza democratica nell’esecutivo e indebolendone la consistenza parlamentare. Nei fatti, lascia a Zingaretti pochissimo spazio di manovra internamente ai gruppi e ne indebolisce la forza contrattuale all’interno del governo. Il segretario del Partito Democratico non solo ha dovuto digerire la svolta di governo (e sappiamo quanto la sua posizione fosse diversa…), ma si trova a doverla gestire senza avere gli strumenti per guidarla, stretto tra correnti sempre più aggressive, una pattuglia parlamentare ridotta (e non proprio affidabilissima) e con l’incubo di uno stillicidio di defezioni nei mesi successivi.

Ma cosa è cambiato in queste settimane e perché ora Renzi può fare ciò che ha sempre negato di voler fare? Come dicevamo, i concetti cardine sono quelli di spazio e tempo.

L’aver spinto il PD all’abbraccio con i 5 Stelle, favorendo anche il rientro di LeU/Mdp nella compagine di governo, cambia il quadro politico complessivo e, come testimonia anche il lavoro dei pontieri per replicare l’alleanza su base regionale, spinge verso un nuovo tipo di bipolarismo, dai contorni ancora non facilmente identificabili (il dualismo sovranismo-europeismo si adatta con grande difficoltà al quadro italiano e semplifica troppo la questione). Soprattutto, sposta l’asse del PD a sinistra e apre uno spazio interessante nell’area moderata, “moderatamente progressista” e liberale. Stesso spazio che, parallelamente, sembra aprirsi a destra, dove l’egemonia di Salvini non è in discussione e l’area liberale e “moderatamente conservatrice” non sembra poter digerire con naturalezza l’ulteriore escalation di metodi e contenuti che il leader del Carroccio imprimerà dall’opposizione. Renzi peraltro non condivide la lettura, molto in voga ultimamente, secondo cui i 5 Stelle si avvierebbero inesorabilmente verso la stabilizzazione moderata, con l’occupazione dello spazio al centro e il passaggio di consegne fra Conte e Di Maio. Anzi, sa che Grillo e Casaleggio premono in direzione opposta e che anche l’area fichiana spinge per una riflessione identitaria che sia un “ritorno alle origini”, precludendo dunque la trasformazione definitiva in partito tradizionale. Che il M5s sia l'ago della bilancia del sistema, è tutto da vedere, insomma.

Un soggetto centrista come nuova casa dei moderati, si sarebbe detto un tempo. “Una casa giovane, innovativa, femminista, dove si lancino idee e proposte per l’Italia e per la nostra Europa”, dice Renzi, per far capire come non voglia rinunciare alla spinta progressista e non punti a replicare una specie di Democrazia Cristiana 2.0. Ma il senso resta lo stesso, l’obiettivo pure: occupare uno spazio e rappresentare una fascia di popolazione che resterà a breve senza interpreti o riferimenti. Tra gli “esclusi” e i ceti produttivi e benestanti, infatti, c’è un altro popolo, che fa fatica a collocarsi politicamente, a riconoscersi nelle parole d’ordine di vecchia/nuova destra e vecchia/nuova sinistra, e che ha un disperato bisogno di coordinate attraverso le quali leggere la realtà e trovare la propria collocazione nella società. È il popolo del Sì al referendum del 2016, è il bacino di chi ha votato il PD nel 2018 per “mancanza di alternative”, di chi ha sempre scelto il “male minore”.

Lo spazio è anche quello che Renzi rischiava di non avere più all’interno del Partito Democratico. La guida di Zingaretti, il rafforzamento della posizione di Gentiloni (con cui i rapporti restano pessimi, al di là delle frasi di circostanza di queste settimane), la tutela sul governo di Mattarella (con cui i rapporti sono inesistenti), l’esclusione dai tavoli di concertazione di posti e incarichi, l’organizzazione in mano ai nemici di un tempo, il doppio filtro partito-governo a limitare la proposta politica della sua corrente: impensabile pensare a continui colpi di teatro per uscire dall’angolo e dettare l’agenda. Impensabile questa marginalizzazione, soprattutto se ti chiami Matteo Renzi.

Dunque serviva altro, una svolta. E qui entra in gioco il secondo elemento, il tempo. Il progetto di Renzi richiede tempo, come lui stesso ha sottolineato, anticipando (in maniera scaltra) di non volersi presentare alle elezioni Regionali o Comunali per almeno un anno. Per fare un partito con ambizione e futuro non basta avere un nome o un passato, servono molte altre cose: struttura, organizzazione, risorse, una comunità e una piattaforma politico – ideologica. Il progetto di Renzi è in moto da tempo e la Leopolda di quest’anno sarà uno snodo fondamentale, ma è chiaro che c’è ancora tanta strada da fare e che alcune reti di relazione si costruiscono solo col tempo e passo dopo passo. Tempo che adesso sicuramente c'è. Il punto è che Renzi valuta piuttosto stabile il quadro politico attuale e sa che né il PD né il M5s hanno intenzione di staccare la spina al governo Conte nei prossimi mesi. I due partiti sono “committed”, hanno scommesso tutto sull’esperimento di governo e saranno costretti a piccole concessioni a una terza forza in grado di far pesare il proprio appoggio in ogni momento. Non solo tempo per costruire, dunque, ma anche la possibilità di decidere le sorti del governo e (forse) della legislatura.

Perché ora, si dirà, perché subito? Perché Renzi sa che affinché la sua creatura viva e cresca servono visibilità e possibilità di dettare l’agenda in modo continuo. Occorreva muoversi in fretta per recuperare centralità e rilevanza, nel momento in cui il governo comincia a muovere i primi (e decisi) passi. Chiarire al Paese che questo non è il governo Conte, ma il governo di PD-M5s-Renzi è un modo per arginare la crescita della figura del Presidente del Consiglio, leader che evidentemente il senatore di Rignano considera concorrenziale proprio su quel bacino di cui abbiamo parlato in precedenza. Ma soprattutto, era necessario spingere a una rapida scelta gli eletti, “tentati” dalla casa comune zingarettiana in cui riabbracciare i vecchi compagni di viaggio di Mdp. E, infine, accelerare significava anche "anticipare" il progetto di Calenda e Richetti, il cui orizzonte è così simile.

Insomma, ora e solo ora Renzi non solo voleva, ma poteva e probabilmente doveva strappare. Ora che lo spauracchio Salvini porterà 5 Stelle e PD a cambiare la legge elettorale, accentuandone il carattere proporzionale, un progetto di questo tipo può avere anche un peso maggiore di quello che gli elettori inizialmente gli conferiranno. Tempo, spazio e potere, insomma. Se tutto funziona, certo.