“Noi siamo minoranza nell’élite politica europea, ma siamo maggioranza tra il popolo. Dobbiamo combattere la battaglia tenendo a mente il detto: fidati di Dio e tieni asciutta la polvere da sparo. Così l’Europa diventerà di nuovo grande”.

È con la frase di chiusura dei suoi 40 minuti di discorso davanti alla platea dei militanti di Fratelli d’Italia alla festa di Atreju a Roma che il premier ungherese Viktor Orbán delinea con precisione il campo della sua sfida. Da un lato ci sono i leader liberali che “hanno deciso di far entrare in Europa masse di popolazioni diverse” per creare “un’amalgama che reputano di qualità più alta rispetto alla società cristiana”. Dall’altra i Paesi di Visegrad per cui non esiste “nessun tipo di multiculturalismo. Vogliamo una politica che non ci costringa a convivere con altri popoli in futuro”.

Orbán arriva ad Atreju accolto da cori e ovazioni, in un tendone stracolmo con le bandiere ungheresi che sventolano in platea. “Quando parlo a voi non parlo come scienziato, filosofo, analista, parlo dal punto di vista del combattente politico” esordisce il leader del blocco sovranista e blandisce l’orgoglio dei militanti del partito di Giorgia Meloni: “Sono stati gli italiani a scrivere la canzone più bella sulla rivoluzione del ’56 contro il comunismo”. Subito il pubblico scatta in piedi e intona “Avanti ragazzi di Buda”, lo storico inno della rivolta ungherese, ripreso negli ultimi anni più volte anche nella Curva Nord della Lazio.

Il premier ungherese ripercorre gli anni della militanza anticomunista, tacendo però dei suoi studi finanziati da quello che oggi è il suo arci-nemico, il miliardario George Soros. “Da quell’esperienza – dirà più tardi Orbán – ho imparato che i comunisti capiscono solo la forza”. Poi spiega i pilastri della cosiddetta “democrazia illiberale” che negli ultimi nove anni ha plasmato come modello per l’Ungheria. Si tratta in pratica di una versione aggiornata del motto fascista “Dio, Patria e Famiglia”: la supremazia del cristianesimo, la difesa della sovranità della nazione, il nucleo familiare “composto solo da uomo e donna”. Altra ovazione.

Il punto chiave del discorso però riguarda ovviamente l’immigrazione. “Nel 2015 è iniziata un’invasione – sostiene Orbán -, che è servita agli scopi ideologici ed economici della sinistra”. Secondo il primo ministro ungherese, in reazione a quest’invasione i Paesi di Visegrad, l’Austria, la Baviera e l’Italia di Salvini hanno costruito un blocco. Ora però, dice Orbán, “C’è una nuova offensiva di sinistra. In Austria il governo è stato fatto cadere, in Italia è stato separato dal popolo. Tornano vecchi politici che non hanno mai capito niente come Renzi e Gentiloni”.

Dopo essersi augurato che l’Italia possa presto tornare nel club sovranista, Orbán riserva l’ultimo attacco di giornata al premier Conte, che poche ore prima dallo stesso palco di Atreju aveva chiesto al governo ungherese più solidarietà nella redistribuzione dei migranti. “Noi possiamo aiutare a difendere i confini e a rimpatriare – replica Orbán – non a portare più migranti in Ungheria”.

A distanza replica il ministro degli Esteri Di Maio: "Orbán eviti inutili ingerenze. Non permetto a nessuno di giudicare o attaccare l’Italia, men che meno a chi fa il sovranista ma con i nostri confini. Orban non conosce il popolo italiano, parli quindi del suo popolo, se vuole, non del nostro".