Non ce la facciamo più”: i fornai del Mezzogiorno si uniscono allo sciopero di agricoltori e autotrasportatori
"Lo sciopero lo facciamo soprattutto per i cittadini", dice Giuseppe a Fanpage.it, panificatore da oltre quarant’anni. Tra aumenti, concorrenza dei supermercati e mancanza di tutele, una trentina di colleghi si sono organizzati da soli per chiedere risposte.
"Ci siamo resi conto che non ne possiamo più, non ce la facciamo più". Giuseppe, panificatore di Villapiana (Cosenza), racconta così la decisione di unirsi alla protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori. Una scelta arrivata dopo settimane in cui, il costo del lavoro continuava a salire senza che arrivassero risposte.
Quando gli chiediamo perché ha deciso di chiudere il suo forno e unirsi alle proteste, Giuseppe non si limita al prezzo del carburante. Il problema, ci spiega, è che gli aumenti si sommano e finiscono per pesare su ogni aspetto della sua attività. "Come abbiamo avuto gli aumenti noi, tra gas, luce, materia prima, farine, energia elettrica e gasolio, ci sono anche le tasse. Ci sono le rate dei finanziamenti, anche a tasso variabile. Sono aumentate tante voci".
Non è soltanto una questione di spese per chi produce. Gli aumenti arrivano anche nelle case dei dipendenti e dei clienti, che ogni giorno devono fare i conti con il costo dei prodotti. "Anche loro, nel carrello della spesa alla fine del mese, gli aumenti li trovano e li devono affrontare".
Una situazione che si inserisce in un quadro nazionale di rincari. Secondo l’Istat, a settembre 2026 l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2% su base annua, in aumento rispetto al 3,3% di agosto, con una forte spinta dei prezzi energetici e degli alimentari non lavorati. "Il nostro obiettivo era mantenere il prezzo del pane senza ulteriori aumenti. Però siamo stati costretti a fare un rincaro, anche se solo in minima parte, per vedere se le cose cambiano".
Una protesta organizzata da soli: "Non abbiamo un sindacato, non abbiamo nessuno"
"Gli agricoltori sono stati i primi a partire con la protesta, qui da noi ci sono presidi dal 25 settembre. Noi ci siamo uniti il 16 ottobre ai trasportatori perché abbiamo visto che le cose non cambiavano".
Giuseppe ci racconta che non c’è un sindacato che li rappresenta, né un’associazione di categoria alla quale rivolgersi per affrontare insieme i problemi, e che per questo si sono visti costretti ad organizzare queste proteste da soli. "Noi siamo abbandonati, non abbiamo né un sindacato, non abbiamo nessuno".

La decisione di scioperare è nata da un confronto diretto tra colleghi. Una trentina di panificatori della zona si sono riuniti per discutere di quello che stava accadendo e decidere come muoversi, in una provincia di Cosenza che conta 873 panificatori. "Ci siamo riuniti un giorno, noi colleghi qui nella zona. Eravamo in 30, 31. Abbiamo deciso di fare l’aumento dal primo novembre e automaticamente abbiamo deciso anche di stare fermi, per vedere se qualcosa si riesce a cambiare".
Non tutti, però, hanno deciso di schierarsi e di scioperare. "Abbiamo parlato anche con gli altri, soprattutto con quelli più vicini a noi. Alcuni non erano d’accordo a fare lo sciopero, dicendo che non serve a niente. Non tutti possono permettersi di fermare la produzione, soprattutto quando ci sono dipendenti da pagare e costi che continuano a correre".
"Abbiamo scelto proprio di chiudere le attività, di non produrre per questi giorni. Anche oggi, in parte, l’abbiamo fatto. Però abbiamo anche le nostre esigenze: giorno per giorno ne risentiamo. Dobbiamo cercare di mantenere lo sciopero, ma non possiamo più stare fermi con le produzioni"
"I meccanismi della grande distribuzione stanno distruggendo la panificazione artigianale"
C’è poi un problema che va oltre gli aumenti: il futuro stesso dei piccoli panifici. Per Giuseppe, la difficoltà di sostenere i costi è affiancata dalla concorrenza della grande distribuzione e dei grandi impianti industriali, capaci di produrre pane precotto, congelato o a lunga conservazione. "La panificazione è un’attività che sta andando a finire, soprattutto quando parliamo di pane artigianale. Il lavoro del panificatore comincia quando molti altri dormono. Servono persone, competenze e tempo per seguire le fasi della lavorazione. Mantenere una produzione artigianale richiede investimenti", secondo Giuseppe, la sua categoria, invece, non riceve il sostegno necessario.
"La grande distribuzione, le grandi catene, le grosse aziende, questo sistema capitalistico che produce pane a livello industriale ci sta distruggendo", dice, e la sua critica riguarda anche gli incentivi. Giuseppe vede una maggiore attenzione verso l’innovazione industriale e i macchinari automatizzati, mentre, racconta, sarebbe necessario sostenere anche chi vuole mantenere una produzione tradizionale. "Si parla di finanziamenti per l’innovazione, per i nuovi macchinari, per i robot. Ma magari non ci sono finanziamenti per assumere gli operai, per pagare meno contributi e tasse, o per rinnovare un panificio artigianale".
Fa l’esempio di chi vorrebbe sostituire un forno, acquistare macchinari per la lavorazione del pane o rinnovare un’attività senza trasformarla in un impianto industriale. "Non chiediamo soltanto macchinari innovativi. Ci servono anche quelli che usiamo per fare il pane artigianale, e servono agevolazioni per le assunzioni. La nostra categoria sembra dimenticata, forse perché pensano che fare il pane sia una cosa facile".
Il prezzo del grano, i trasporti e le difficoltà del Sud
Giuseppe vede un altro problema nella distanza tra i luoghi in cui si produce il grano, quelli in cui viene lavorato e le attività che acquistano la farina. Una questione che pesa soprattutto nel Mezzogiorno. Quando parla delle differenze tra Nord e Sud, porta un esempio concreto della sua esperienza: "Il mulino si trova al Nord. La farina che io pago qua 60 euro al quintale, al Nord la pagano 35". Sono prezzi che Giuseppe riferisce sulla base di ciò che incontra nel proprio lavoro e che, secondo lui, aiutano a capire quanto la filiera e i trasporti incidano sui costi dei piccoli produttori meridionali.
Per questo, nella sua protesta, agricoltori e panificatori non sono due categorie distanti. Il problema comincia da chi coltiva il grano e arriva fino a chi lo trasforma in pane e lo vende al cliente. "Noi supportiamo anche gli agricoltori, perché coltivare grano oggi è molto costoso".
"Chiediamo alle associazioni di categoria di aiutare gli agricoltori anche a creare dei mulini nei nostri paesi, a lavorare il nostro grano. Così noi compriamo il prodotto nostro". La richiesta è rivolta alle istituzioni e le associazioni di categoria, che dovrebbero sostenere non solo la coltivazione, ma anche la trasformazione delle materie prime.
Giuseppe richiama anche il problema della provenienza delle farine. "Non basta comprare farine italiane se poi vengono fatte con il 60 o il 70 per cento di grano francese o di altri Paesi". L’obiettivo, per lui, è poter lavorare con una filiera che sostenga davvero chi coltiva e chi produce sul territorio, evitando che agricoltori e panificatori debbano affrontare da soli costi sempre più difficili da sostenere.
"Vogliamo qualcuno con cui parlare, vogliamo risposte"
Le richieste dei panificatori non riguardano soltanto il prezzo del pane o il costo del gasolio. C’è soprattutto la necessità di essere ascoltati da chi può intervenire sui problemi della categoria. Finora, racconta Giuseppe, non sono arrivate risposte né a livello regionale né nazionale. "L'unica cosa che abbiamo ricevuto è stata la solidarietà dei nostri clienti".
È anche per questo che Giuseppe guarda alle altre proteste che stanno attraversando il Paese. "Siamo tutti quanti allineati e abbiamo le stesse idee sullo sfinimento dettato dal caro vita. Giustamente ogni categoria chiede le proprie rivendicazioni, dagli studenti ai lavoratori".
Giuseppe sente che chi lavora nel Mezzogiorno viene ascoltato troppo poco. "Non riusciamo a capire perché noi del Sud siamo dimenticati. Ci si ricorda dei panificatori soltanto quando ci sono le votazioni e le elezioni". La sua preoccupazione è che, senza un cambiamento, i piccoli forni finiscano per scomparire e il pane artigianale lasci sempre più spazio alla produzione industriale.
E il problema, alla fine, non è soltanto economico. Dietro quell’attività ci sono quarant’anni di lavoro, dieci dipendenti e una famiglia che si è costruita un futuro attorno al panificio. "A oggi, sinceramente, mi dispiacerebbe chiudere un’attività con la mia famiglia. Ai miei figli non so cosa dire, non posso dirgli di andare a fare gli operai. Anche se, oggi, conviene fare l’operaio e non il titolare".