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OPINIONI

L’Ue apre a Ucraina e Moldavia: è il momento di riformare l’Europa o resterà paralizzata a vita

L’Ucraina e i Balcani occidentali vogliono entrare in Unione europea. Ma a cosa aderirebbero oggi? Un’Ue economicamente rilevante, ma impotente su molte decisioni che contano e che non ha ancora individuato chi parla in suo nome. I negoziati con Ucraina e Moldavia rendono una riforma dell’Ue sempre più urgente.
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A cura di Redazione
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A cura di Monica Frassoni, ex europarlamentare

Il 15 giugno l'Ue ha aperto ufficialmente i primi capitoli negoziali con Ucraina e Moldova, dopo che gli Stati membri avevano superato dubbi, divisioni e il veto ungherese per trovare l’unanimità necessaria a procedere. Un passo storico, salutato come tale da tutte le istituzioni europee. Eppure i giorni successivi hanno mostrato, con un tempismo quasi beffardo, perché la domanda di fondo resti aperta: l'Ucraina e i Balcani occidentali vogliono entrare in un'Unione europea. È una scelta legittima, coraggiosa, pagata spesso a caro prezzo. Ma proprio per questo meritano una risposta onesta: a cosa aderirebbero, oggi? Abbiamo un'Ue economicamente rilevante, ma impotente su molte decisioni che contano, e dopo più di trent'anni dal suo entusiastico lancio nemmeno il mercato è ancora davvero unico.

Altiero Spinelli lo aveva capito decenni fa: dall'integrazione economica non deriva automaticamente quella politica, a differenza di quello che pensava Jean Monnet, che propose un approccio gradualista e funzionalista. Il risultato è sotto i nostri occhi: un'Europa che ha costruito un importante livello di integrazione economica ma non un governo comune, e senza un governo le decisioni che contano restano bloccate. “La federazione europea”, scrisse Spinelli, “è la sobria proposta di creare un potere democratico europeo.” È lì che dobbiamo tornare.

Un'Unione che conosce i suoi limiti ma non li corregge

L'Ue di oggi ha difetti strutturali che tutti conoscono. La discussione si ferma sempre davanti allo stesso muro: la regola dell'unanimità. Per cambiare le regole del gioco serve il consenso di tutti, compresi coloro che traggono vantaggio dal bloccarle. È il paradosso che consuma l’Europa da trent'anni, e il vertice dei leader del 18 e 19 giugno a Bruxelles ne è stato l’ultima, paradossale dimostrazione.

Il primo nodo è l'unanimità in politica estera, fisco e difesa. Il Lussemburgo blocca da anni la proposta di una base fiscale comune europea, che obbligherebbe le multinazionali a calcolare i propri profitti secondo regole uniformi invece di spostarli nei paradisi fiscali interni all'Ue. L'Irlanda blocca la web tax sulle grandi piattaforme. Sul fronte geopolitico, l'Ungheria ha tenuto in ostaggio l'intera Unione per anni, usando procedure deliberatamente deboli per bloccare le sanzioni alla Russia e ottenere miliardi in cambio. Dopo i terribili massacri a Gaza, le violenze dei coloni e le bombe su Beirut, l'Ue non è riuscita a trovare il consenso per sospendere l'accordo di associazione con Israele, che prevede il rispetto dei diritti umani: una paralisi che ha contribuito all'impunità con cui il governo israeliano agisce.

Proprio mentre si apriva il negoziato con Kyiv, è esploso un caso che racconta meglio di ogni analisi lo stato dell’Unione. Bloomberg e il Financial Times hanno rivelato che il capo di gabinetto del presidente del Consiglio europeo António Costa ha avuto, in maggio, due telefonate riservate con un alto funzionario vicino a Putin, per aprire un canale diplomatico con Mosca. La notizia ha dominato la prima giornata del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, e quello che ne è emerso non è un'intesa ma una frattura aperta: alcuni leader hanno protestato di non essere stati nemmeno consultati. Belgio, Slovenia, Austria, Slovacchia e Bulgaria appoggiano l'iniziativa di Costa; Polonia, Paesi baltici, nordici, Danimarca e Paesi Bassi l'hanno contestata, non solo nel metodo ma nel merito, perché per loro non è nemmeno il momento di parlare con Mosca. C'è persino chi vorrebbe che il dialogo passasse dal formato E3, cioè Germania, Francia e Regno Unito, che ha già un proprio canale con il Cremlino: un'ulteriore frammentazione fuori dalle istituzioni comuni. La domanda di fondo resta senza risposta: chi ha il diritto politico di parlare a nome dell’Europa con la Russia? Mentre il G7 di Evian si chiudeva con un messaggio di unità occidentale, l'Unione si è ritrovata a litigare su chi debba sedersi al tavolo più su che cosa dire. È la sintesi perfetta del problema: ventotto anni dopo Maastricht, l'Europa non ha ancora deciso chi parla in suo nome.

Esiste poi una cultura del consenso che contamina anche i settori dove basterebbe la maggioranza qualificata. La gestione delle migrazioni ne è l'esempio più doloroso: dopo anni di rinvii, il risultato è un Patto su migrazione e asilo così annacquato e permissivo da minacciare direttamente i diritti dei migranti e da aprirsi a soluzioni sbrigative adottate da ogni stato. Il meccanismo dell’articolo 7 del Trattato, che richiede l’unanimità meno lo Stato incriminato, ha permesso a Polonia e Ungheria di proteggersi a vicenda per anni, rendendo inutile l'unico strumento di difesa dello stato di diritto.

Il secondo nodo è il bilancio, anch'esso sul tavolo del vertice.  L'Ue dispone dell'1% del PIL europeo, mentre il bilancio federale degli Stati Uniti supera il 28%. Da anni ogni governo arriva al tavolo puntando a portare a casa il massimo o pagare il minimo, trattandolo come un bancomat invece che come strumento per politiche comuni. Si parla da tempo di un bilancio più ampio, alimentato da risorse proprie europee come una carbon tax o una web tax sulle grandi piattaforme, che non dipenda dai contributi degli Stati. Ma anche questa decisione richiede l'unanimità, e il Parlamento europeo viene solo consultato sulle risorse proprie, senza alcun potere reale: l'unica istituzione eletta dai cittadini resta ai margini delle decisioni su come si finanzia l’Unione.

Il terzo nodo è l’equilibrio istituzionale, che man mano che crescono le sfide comuni si sposta sempre più verso i rappresentanti degli Stati nel Consiglio, riducendo la Commissione a una specie di segretariato. Il Parlamento europeo resta escluso da interi settori decisionali ed è ancora espressione di ventisette elezioni nazionali separate: anche la riforma verso liste almeno in parte transnazionali è bloccata, perché richiede l’unanimità del Consiglio.

Un errore già visto

Negli anni Novanta, con Austria, Finlandia e Svezia, e poi nel 2004 con i dieci paesi dell’Europa centrale, si aprì ogni volta la stessa discussione: prima di allargare, bisogna riformare. Il PE ci provò, arrivando quasi a bloccare il processo, ma alla fine cedette. I Trattati sono stati modificati più volte da allora, da Maastricht a Lisbona, ma i nodi strutturali sono rimasti intatti. L’impotenza dell’Unione di fronte alle crisi degli ultimi anni ci dice che chi insisteva sull’unione politica subito aveva ragione, e l’apertura dei negoziati con Ucraina e Moldova rende quella riforma ancora più urgente, non meno. Serve un nuovo trattato costituzionale: come spiega Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo italiano, ci vuole un testo che istituisca una vera comunità federale, con governo responsabile davanti al Parlamento, potere legislativo condiviso, esclusione del veto e bilancio fondato su risorse proprie, che entri in vigore con un referendum paneuropeo, idea che Spinelli aveva già proposto nel 1986.

Riconquistare il sogno senza dividersi in tribù

Ma tutto questo non può prescindere da una vera riconquista dei cittadini europei. Gli Eurobarometri lo confermano: l’opinione europea esiste, ed è più solida di quanto la politica sembri credere. Un’Ue che funziona, che decide, che migliora la vita concreta delle persone è la migliore risposta alle sirene sovraniste e populiste. Esiste uno zoccolo di valori comuni su cui conservatori, liberali e progressisti possono e devono convergere: lo stato di diritto, che permette a ogni impresa di operare in un mercato equo; la lotta al clima impazzito, primo fattore di rischio per il nostro futuro collettivo; i diritti fondamentali, che riguardano la libertà concreta di chi vive nell’Unione; il contrasto alla dominazione delle piattaforme americane, che è difesa della sovranità di cittadini e imprese; la tassazione dei grandi capitali, condizione perché le società reggano senza precipitare nel populismo. Chi si impegna su questi temi spesso lo fa in recinti separati, guardando alla Ue con sospetto. Ma senza un’Europa capace di agire, nessuna di queste battaglie produrrà risultati duraturi.

Mille giorni per costruire il mandato

La spinta a riaprire il cantiere della riforma non verrà dai governi. E contrariamente al passato, non verrà neppure dal Parlamento europeo in carica: il PPE pratica ormai la politica dei due forni, alleandosi ora con socialisti e verdi ora con l’estrema destra, e gonfiando così il consenso di forze nazionaliste che potrebbero usare la loro crescente forza per smontare l’Unione invece che rafforzarla.

La spinta deve venire dai cittadini, da un processo partecipativo che attraversi le differenze ideologiche e costruisca un mandato reale per il Parlamento eletto nel 2029: non una revisione al ribasso tra governi, ma un mandato costituente vero, come quello che Spinelli tentò nel 1984 e che Mitterrand definì “un’unione tra coloro che vorranno”. Una pressione capace di influenzare forze politiche, media e opinione pubblica, come accadde con il Green Deal: la scienza aveva documentato l’urgenza climatica, i movimenti la portarono in piazza, i media la resero impossibile da ignorare e la politica dovette rispondere.

È quello che propone il Movimento Europeo italiano con “Obiettivo 1000”: mille giorni per costruire una convergenza tra società civili, movimenti, partiti europei e i paesi candidati stessi. Le scadenze non sono arbitrarie: dicembre 2026, anniversario della Dichiarazione di Laeken; marzo 2027, settantesimo dei Trattati di Roma; maggio 2028, Congresso d’Europa. Tre occasioni per costruire, passo dopo passo, la pressione che arrivi al 2029 con una richiesta chiara: un Parlamento con mandato costituente, capace di scrivere il testo fondante che Spinelli sognava.

Perché Spinelli aveva ragione: dall’integrazione economica non deriva automaticamente quella politica. L’esperienza mostra anzi che senza una reale integrazione politica anche l’economia langue. Serve un atto fondante, deliberato, che crei un potere democratico europeo nuovo. Mille giorni per cominciare a costruirlo.

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