Solo un mese fa, i rapporti tra Silvio Berlusconi avevano toccato il minimo storico, con il leader leghista che, confortato dai sondaggi, sembrava pronto a mollare definitivamente una alleanza ormai ininfluente sul piano elettorale e sempre più problematica dal punto di vista programmatico / ideologico. Ormai egemone a destra, Salvini si preparava a lanciare una piattaforma politica distante da quella forzista e del centrodestra unito per struttura (la community personale), riferimenti ideologici (sovranismo e nazionalismo al posto della tradizione della destra liberale) e ambizioni (spostamento sull’asse geopolitico, rottura del tradizionale schema dell’alternanza e via discorrendo). L’ex ministro dell’Interno poteva contare sul soldato Giorgia (malgrado rapporti non proprio idilliaci…) e confidava nella capacità di Giovanni Toti di guidare la transizione di parte della classe dirigente forzista verso il Carroccio, certo che a FI non sarebbe rimasto altro piano che affidarsi a Carfagna diventando una forza centrista “non concorrenziale” a destra sul piano del consenso.

La crisi ha cambiato tutto e lo scenario post Papeete costringe Salvini a tornare sui suoi passi. Le voci su un imminente incontro con Silvio Berlusconi e il rafforzamento dell’asse con Giorgia Meloni (con la partecipazione “sofferta” alla manifestazione di Montecitorio nel giorno della fiducia al Conte bis) confermano la necessità di un ripensamento della strategia nel breve e medio periodo.

In tal senso, il primo e centrale fattore è dettato dal cambio di scenario in Parlamento, con leghisti e forzisti di nuovo fianco a fianco sui banchi dell’opposizione. Salvini sa che la maggioranza è solida “solo fino a un certo punto”, ma per metterla in crisi serve convincere Berlusconi a tenere un approccio duro e intransigente verso i giallorossi e soprattutto a “gestire” i mal di pancia dei peones forzisti che, di fronte al rischio di andare a casa, potrebbero “agevolare” la tenuta dell'asse PD-M5s. L’esperienza e la capacità di muoversi in Parlamento (e fuori) delle truppe berlusconiane, inoltre, costituiscono un valore aggiunto, cui i leghisti non possono rinunciare (anche perché le dinamiche interne ai gruppi parlamentari sono molto più complesse di quanto appaiano all’esterno e la Lega ha oggettivi problemi di bilancio e solidità economica).

Questo ragionamento è collegato alla “madre di tutte le battaglie”, ovvero alla nuova legge elettorale e alla svolta “proporzionale puro” cui pare mirino in tanti nel PD e nel M5s. Salvini è in una situazione delicata: avrà bisogno di Berlusconi per provare a fermare il progetto giallorosso, ma dipenderà dal Cavaliere anche nel caso in cui 5 Stelle e Pd trovino un accordo e dunque la soglia per la governabilità si alzerà significativamente. Con una legge di questo tipo diventerà un miraggio la possibilità di governare "da solo" o in alleanza soltanto con Fratelli d'Italia.

Il problema vero per Salvini è che il progetto di Toti richiede ancora tempo e i sondaggi testimonino come la sua creatura politica abbia basso appeal tra l'elettorato moderato. E ciò si ripercuote anche a livello locale, con i voti forzisti che sono ancora determinanti in molte realtà. L’appuntamento umbro è l’antipasto dell’assalto vero e proprio, quello a Emilia Romagna e Campania, che Salvini proverà a portare a termine per ridisegnare la mappa del potere politico territoriale e per mettere il governo con le spalle al muro. Farlo senza il Cavaliere appare complicato, se non impossibile.

Il problema per Salvini è che Berlusconi lo sa. E alzerà la posta, per sentirsi di nuovo determinante. Post Papeete tutto è possibile.