Tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento l'Italia ha vissuto quelli che vengono comunemente chiamati "Anni di piombo", espressione coniata dall'omonimo film diretto da Margarethe von Trotta del 1981, che raccontava la situazione simile che si stava vivendo all'epoca nella Germania Ovest. Si tratta di un decennio, che molti fanno cominciare con le contestazioni studentesche del 1968, in cui lo scontro politico si è talmente esasperato da sfociare nella lotta armata e in una reazione dello stato che, secondo la teoria della "Strategia della tensione", ha coinvolto settori deviati dei servizi segreti.

La "strategy of tension" è una definizione introdotta dal settimanale inglese The Observer, che così sintetizzava il piano esposto nei documenti del MI6 (servizio segreto britannico) e sottratto all'ambasciatore greco in Italia. In piena Guerra fredda, gli Stati Uniti avrebbero messo in pratica una strategia finalizzata a mettere in "sicurezza" l'area mediterranea dall'influenza sovietica, destabilizzando la società e predisponendola ad accettare il governo di forze conservatrici o colpi di stato. In quest'ottica gli attentati contro la popolazione e il generale senso di insicurezza avrebbero concorso al rafforzamento dei partiti centristi e alla progressiva marginalizzazione dell'estrema sinistra. Ecco, allora, l'elenco degli attentati verificatisi sul territorio nazionale nel corso del decennio della paura. Della maggior parte di esse non si conoscono ancora oggi né i mandanti né gli esecutori.

Torino 1977: gli scontri che precedono l'attentato all'Angelo Azzurro (Wikipedia).
in foto: Torino 1977: gli scontri che precedono l’attentato all’Angelo Azzurro (Wikipedia).

Strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969)

Il decennio di violenza terroristica italiano comincia in un freddo venerdì di dicembre, il 12 precisamente, del 1969 a Milano, con la cosiddetta Strage di piazza Fontana. Fu nella città meneghina che l'Italia pianse i primi morti di una lunga serie di vittime innocenti, per questo ancora oggi definita la "madre di tutte le stragi". L'esplosione dell'ordigno, contenente ben sette chili di tritolo, si verificò nella sede della Banca dell'Agricoltura intorno alle 16:37, quando l'istituto era ancora molto affollato. Diciassette furono le persone che persero la vita, altre 87 vennero ferite. Altri quattro attentati furono sventati nei cinquanta minuti successivi, tra Roma e Milano. Un attacco in piena regola al sistema repubblicano, che trascinò il Paese intero in una spirale di paura e tensione. Inizialmente, fu seguita l'ipotesi della destra fascista come mandante dell'atto terroristico, mentre altri, tra cui l'allora questore di Milano Marcello Guida, si orientarono sui gruppi di estrema sinistra, ma ancora oggi restano da chiarire molti punti oscuri nell'intera vicenda. Nei giorni successivi alla strage, fu fermato dal commissario Luigi Calabresi Giuseppe Pinelli, detto Pino, capo del circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Ventiquattro ore dopo, Pinelli era morto, schiantato al suolo dopo un volo dalla finestra della caserma di polizia. Molti parlarono di suicidio, altri di assassinio. Calabresi venne ucciso nel 1972 nel corso di un agguato per mano dei militanti di Lotta Continua.

Strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970)

Quella che è stata ribattezzata la "Strage di Gioia Tauro" è la conseguenza del deragliamento del treno direttissimo Palermo-Torino, il cosiddetto Treno del sole, del 22 luglio 1970. A causare l'incidente furono "sobbalzi e strappi subiti dal locomotore" probabilmente dovuti all'esplosione di un ordigno, come raccontarono i macchinisti, a pochi metri dalla stazione di Gioia Tauro, in Calabria. Il che li costrinse a frenare, facendo scivolare fuori dai binari le carrozze finali della vettura. A bordo vi erano circa 200 persone, tra cui un gruppo di 50 pellegrini diretti a Lourdes. I morti furono sei, più di 70 i feriti. Pochi giorni prima dell'attentato nella vicina Reggio Calabria i cittadini erano insorti contro la nomina di Catanzaro, e non di Reggio, a capoluogo di regione. Che i due eventi fossero in qualche modo connessi tra di loro non apparve subito chiaro agli inquirenti. Il caso fu esaminato negli anni, senza però mai arrivare ad una vera conclusione.

Nel 1993 nell'ambito della maxi inchiesta "Olimpia 1" sulla ‘Ndrangheta calabrese, il pentito Giacomo Lauro, dichiarò davanti al sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì, di aver saputo nel 1979, in carcere, che era stato il neofascista Vito Silverini, a piazzare la bomba di Gioia Tauro su mandato del Comitato d'azione Reggio Capoluogo. Dichiarazioni suffragate in seguito dalla testimonianza di Carmine Dominici, neofascista di Avanguardia nazionale calabrese, ex faccendiere del marchese Felice Genoese Zerbi, dirigente di An. Nel 2001, la Corte di Assisi di Palmi emise una sentenza di condanna per gli esecutori della strage, compiuta con esplosivo: Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella sono i nomi degli imputati riconosciuti colpevoli, ma erano tutti e tre già deceduti. Dopo quasi 50 anni, i nomi dei mandanti restano tuttavia ancora ignoti.

Strage di Peteano a Gorizia (31 maggio 1972)

Da Nord a Sud non c'è pace per l'Italia all'inizio degli anni Settanta. Il 31 maggio 1972 si registra l'ennesima strage a Peteano, frazione del comune di Sagrado, in provincia di Gorizia. A perdere la vita furono tre carabinieri. In quel periodo, la politica interna era caratterizzata dall'ennesima vittoria della Dc alle elezioni politiche, in seguito alle quali venne formato il nuovo esecutivo guidato da Giulio Andreotti. Quella notte, una telefonata anonima arrivò alla stazione dei militari dell'Arma della città friulana, segnalando la presenza di una 500 abbandonata con due buchi sul parabrezza "nella strada da Poggio Terza Armata a Savogna". Tre pattuglie vennero inviate sul posto. Tre carabinieri tentarono di aprire il cofano del mezzo, provocando l'esplosione dell'auto e rimanendo uccisi, mentre altri due rimasero gravemente feriti. Dopo indagini serrate, si conobbe il nome dei protagonisti dell'attacco: si trattava del reo confesso Vincenzo Vinciguerra, che sta scontando ancora l'ergastolo, di Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio, neofascisti aderenti al gruppo Ordine Nuovo.

Strage della Questura di Milano (17 maggio 1973)

Il 17 maggio del 1973 è ancora una volta Milano a essere presa di mira dai terroristi. Questa volta l'attacco si svolge all'interno dei locali della Questura, in via Fratebenefratelli, dove si svolgeva la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi ucciso un anno prima. Da poco era andato via l'allora ministro dell'Interno Mariano Rumor, quando un ordigno fu fatto esplodere in mezzo alla folla. Più tardi si scoprì che lo scoppio era stato causato da una bomba a mano. Quattro persone persero la vita, più di 50 furono i feriti. Subito venne fermato l'artefice della strage, tale Gianfranco Bertoli, che si definì anarchico e che confessò che il suo vero obiettivo era proprio Rumor, la cui uccisione avrebbe vendicato i suoi compagni perseguitati. Nel 1975 fu condannato all'ergastolo.

Strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974)

Era nascosta in un cestino della spazzatura la bomba che fu fatta esplodere nella centrale piazza della Loggia a Brescia la mattina del 28 maggio 1974, mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista. Centodue persone rimasero ferite e altre otto persero la vita. Insieme alla strage di piazza Fontana a Milano è considerata tra le più violente dell'intero decennio del terrore. Il processo che ne seguì per dare una identità ai colpevoli fu lungo e tortuoso. Dopo molti anni di depistaggi e ben 12 sentenze, vennero condannati alcuni membri del gruppo della destra neofascista Ordine Nuovo, tra cui Ermanno Buzzi, che nel frattempo era stato ucciso in carcere, e Maurizio Tramonte, come esecutori materiali, e Carlo Digilio. Come mandante, invece, la responsabilità è stata riconosciuta al dirigente ordinovista Carlo Maria Maggi, a cui nel 2015 la seconda Corte d'Assise d'Appello di Milano ha inflitto l'ergastolo insieme a Tramonte.

Strage dell'Italicus (4 agosto 1974)

Il treno Italicus era diretto da Roma a Monaco di Baviera, via Brennero, quando nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 un ordigno di tipo dinamitardo esplose nella quinta carrozza del treno che stava transitando nei pressi della galleria dell'Appennino a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna. La bomba era nascosta in una valigetta ed è stata azionata tramite la sveglia di una marca tedesca, la Peter, all'epoca molto conosciuta. Nell'attentato ci furono 12 morti, tra cui alcuni arsero vivi nell'incendio che seguì alla deflagrazione, mentre 48 furono i feriti. L'allora 25enne Silver Sirotti, dipendente delle Ferrovie dello Stato, fece il possibile, gettandosi anche nelle fiamme per salvare quanti più passeggeri poteva, evitando una ecatombe: ancora oggi è ricordato per il suo eroismo, anche se ci rimise la sua stessa vita. A bordo, si sarebbe dovuto trovare anche Aldo Moro, nel tentativo di raggiungere la sua famiglia a Bellamonte, ma fu fatto scendere in extremis da alcuni funzionari del Ministero di Grazia e Giustizia per firmare dei documenti importanti. Negli anni successivi furono incriminati come esecutori dell'atto terroristico diversi esponenti del neofascismo italiano, legati anche alla loggia massonica della P2 di Licio Gelli, ma l'iter processuale si è concluso con l'assoluzione degli imputati.

Strage di Alcamo Marina (27 gennaio 1976)

Il 27 gennaio 1976 si verificò la cosiddetta strage di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. A perdere la vita furono due carabinieri: si trovavano di guardia nella casermetta "Alkamar" quando furono raggiunti da una raffica di proiettili, mentre stavano riposando. Per il 19enne Carmine Apuzzo e l'appuntato Salvatore Falcetta non ci fu nulla da fare. Nessuno si accorse dell'attacco, se non la polizia, di scorta al segretario del MSI Giorgio Almirante, che stava passando sulla statale alle sette del mattino dopo e che diede l'allarme. Numerose sono state le ipotesi sulle quali la magistratura ha indagato nel corso del tempo, dal delitto di mafia fino al terrorismo legato alle Brigate Rosse, che però hanno sempre sottolineato la propria estraneità ai fatti, e al traffico di armi. Ed è proprio per questo che il caso è rimasto irrisolto. Furono accusati anche un gruppo di tre giovani del luogo sulla base di alcune testimonianze fornite da Giuseppe Vesco, un carrozziere di Alcamo vicino agli anarchici, trovato impiccato in prigione qualche anno più tardi. Tra questi, spiccava Giuseppe Gulotta, condannato e poi assolto dopo aver trascorso più di 20 anni in carcere e aver subito torture e sevizie da parte di alcuni militari dell'arma.

Strage della stazione di Bologna (2 agosto 1980)

Ancora una volta sono le stazioni ferroviarie ad essere prese di mira dal terrorismo. All'inizio degli anni Ottanta, a circa dieci anni dal primo attentato alla Banca dell'Agricoltura di Milano, una nuova bomba viene fatta esplodere il 2 agosto nella stazione di Bologna, affollata di turisti e cittadini in partenza, intorno alle dieci del mattino. L'ordigno era contenuto in una valigetta abbandonata nella sala d'aspetto, il cui scoppio fece crollare l'ala Ovest dell'edificio. Il bilancio fu drammatico: 85 persone persero la vita, tra cui anche alcuni stranieri in vacanza nel nostro paese, altre duecento furono gravemente ferite. L'onda d'urto e la pioggia di detriti investì anche il treno Ancona-Chiasso, che si trovava in sosta sul primo binario. Si tratta del più grave evento di questo genere mai verificatosi nel secondo dopoguerra in Italia. In seguito la magistratura ha individuato gli esecutori materiali della strage: si tratta di alcuni esponenti di estrema destra appartenenti ai Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), tra cui Valerio Fioravanti, condannato nel 1995 all'ergastolo con Francesca Mambro, e Luigi Ciavardini, la cui condanna fu confermata nel 2007. Rei confessi di decine di altri omicidi, i tre si sono sempre dichiarati non colpevoli della strage di Bologna.