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Giorgio Zanchini: “La strage di Lockerbie riguarda anche noi. Una storia di spie e terrorismo ancora aperta”

Giorgio Zanchini racconta il suo libro sula strage aerea di Lockerbie: tra verità giudiziaria, geopolitica, servizi segreti e i legami con la storia italiana. Una storia di spie e terrorismo, che riguarda tutti, anche noi italiani.
Giorgio Zanchini – ph Dino Ignani:Getty Images
Giorgio Zanchini – ph Dino Ignani:Getty Images

Quella di Lockerbie è una delle più grandi stragi della storia recente. La caduta del volo Pan Am 103, partito il 21 dicembre 1988 da Francoforte e diretto a Detroit, causò la morte di 270 persone, tra passeggeri e persone a terra. L'aereo cadde su questa – fino ad allora sconosciuta – cittadina scozzese, a causa di una bomba nascosta in una valigia nel vano bagagli. Il processo è ancora in corso, la verità giudiziaria indica la mano libica dietro alla strage, ma, come sappiamo anche a causa dello stragismo italiano, queste conclusioni non convincono tutti. A partire dall'incontro a Parigi con una ragazza che pochi giorni dopo avrebbe perso la vita su quel volo, il giornalista Giorgio Zanchini ha cercato di fare chiarezza in un libro intitolato proprio "Lockerbie", pubblicato da Laterza. Non ricorre alcun anniversario, né è noto quando il procedimento giudiziario proseguirà, ma l'urgenza nasce da una serie di ragioni. Analizzando le crepe tra la verità giudiziaria e quella storica, raccontando le vittime e la situazione geopolitica che faceva dell'Europa un crocevia di spie e terroristi, l'autore ci immerge in un racconto che restituisce un periodo torbido della storia contemporanea, senza mai perdere la pietas nei confronti dei tanti personaggi che compongono questa storia. Ecco l'intervista.

Vorrei capire come mai è emersa l'esigenza di scrivere questo libro proprio ora. Stiamo aspettando il proseguimento dei processi, ma non c'è un anniversario particolare. Solitamente si aspetta una ricorrenza, tu come mai hai deciso di farlo adesso?

Ci sono tre ragioni principali che posso provare a elencare, al di là dei motivi più misteriosi che si muovono nei nostri cervelli. La prima è che dentro di me sonnecchiava da sempre questa storia. L'avevo incrociata quasi quarant'anni fa, ed era una specie di debito che avevo con una parte di me stesso. La seconda ragione, quella che ha attivato davvero il tutto, è stata la serie TV uscita l'anno scorso su Sky dedicata a Lockerbie, che ha riacceso la mia memoria personale. In Inghilterra, tra l'altro, è uscita anche un'altra serie della BBC e Netflix che sposta la tesi della responsabilità libica; questo dimostra che l'attenzione pubblica per quella che resta un'enorme e oscura detective story è ancora altissima. Il terzo motivo, il più prosaico, è che parlando con gli amici dell'editore Laterza – con cui avevo già scritto dei libri collettivi – mi hanno proposto di lavorare su qualcosa di vicino alla mia attività di giornalista, magari un'inchiesta. E visto che quella di Lockerbie resta un'inchiesta insoddisfacente nei risultati, ho pensato fosse il terreno ideale.

Una delle cose che mi ha colpito del libro è che spesso noi siamo molto "italianocentrici", mentre tu non tratti diversamente i morti italiani rispetto agli altri. C'è uno sguardo davvero complessivo sul lutto.

Ci provo, anche perché è una riflessione stimolata dai fatti e da alcuni libri che cito, come "I morti degli altri" di Aime e Faloppa. Noi abbiamo un modo di fare – che a dire il vero è fisiologico e naturale – che ci porta a parlare dei nostri morti come se fossero diversi. È un principio anche giornalistico: tendiamo a leggere prima le notizie della nostra città, poi della regione, del Paese e infine del mondo. Diamo un peso diverso ai morti italiani. Ma da un punto di vista razionale ha ragione Eugenio Montale: noi conosciamo la vittima di un incidente d'auto in Italia esattamente come conosciamo un morto in Indonesia. Ci è totalmente estranea. Creiamo una "gerarchia del lutto" che ha elementi naturali, ma del tutto irrazionali. Nel libro ho cercato di ragionare su questo. Pensa anche agli incidenti sul lavoro: se muore un lavoratore extracomunitario o un italiano, la reazione pubblica è diversa. Del primo spesso non importa quasi a nessuno, così come quando vengono uccise delle prostitute, quasi fossero esseri umani minori. È assurdo.

Perché Lockerbie può interessare al pubblico italiano? 

Mi sono avvicinato a Lockerbie per ragioni di memoria personale e per approfondire un caso che conoscevo solo in parte. Studiando, mi sono reso conto che è un labirinto enorme. Più andavo a fondo, più vedevo uno scollamento tra verità giudiziaria e verità storica del tutto simile a quello che abbiamo vissuto noi italiani con le nostre stragi, dove la verità giudiziaria è spesso insoddisfacente e quella storica si raggiunge a fatica. Inoltre, dentro la storia di Lockerbie ci sono pezzi d'Italia: i nostri leader politici dell'epoca, i nostri rapporti con la Libia e con i palestinesi. Lockerbie era parte integrante del cosiddetto "grande gioco" mediorientale tra gli anni '70 e '80, fino alla caduta del muro.

Prima parlavi del "grande gioco" mediorientale e delle analogie con le stragi italiane. Lockerbie non è solo un incidente aereo, è geopolitica pure, e Gheddafi è un personaggio chiave. Le teorie sulla strage sono principalmente due: te la senti di riassumerle per chi non ha ancora letto il libro?

Le piste principali sono due. La prima è quella ufficiale, attestata dall'unica sentenza confermata in tutti i gradi di giudizio dalla Corte scozzese: i responsabili sono agenti libici che operavano nell'aeroporto di Malta. Di questi, uno solo è stato condannato, Abdelbaset al-Megrahi, poi morto di tumore nel 2012. Un secondo agente è stato assolto, mentre oggi un terzo presunto complice – l'artificiere che avrebbe costruito la bomba – è stato estradato a Washington dopo la caduta di Gheddafi ed è in attesa di giudizio. Secondo me questo processo non si farà mai.

Perché?

Perché lui sta male e ha già ritrattato la confessione resa alla CIA sotto giuramento ma senza avvocati. Quindi, la verità giudiziaria attuale dice: responsabilità della Libia di Gheddafi. Tra l'altro, il capo dei servizi esteri libici è stato interrogato nel 2020 da inglesi e americani, ma i verbali sono secretati. Lì dentro secondo me c'è la verità.

L'altra tesi, invece?

L'altra tesi, sostenuta con forza da James Swire – un medico inglese che nella strage ha perso la figlia Flora e che oggi ha quasi ottant'anni – afferma che i libici non c'entrino e che le prove siano state costruite dalla CIA per interessi geopolitici. Secondo questa pista, i veri mandanti sarebbero gli iraniani, che volevano vendicarsi degli americani poiché sei mesi prima, nel luglio del 1988, la marina USA aveva abbattuto per errore sul Golfo di Hormuz un aereo civile iraniano con 290 persone a bordo. Gli iraniani avevano giurato vendetta, ma non sono mai state trovate prove certe della loro mano.

Però la suggestione che possa esserci anche la loro mano non è completamente fuori di senno.

La mia idea è che ci sia stata una cooperazione tra palestinesi, libici e forse gli stessi iraniani. Poche settimane prima della strage, due cellule terroristiche – o presunte tali – palestinesi erano state scoperte in Germania, a Francoforte e a Neuss. Nei loro covi furono trovati esplosivi identici a quello di Lockerbie e gli orari dei voli PanAm, inclusa la rotta Francoforte-New York che è poi esplosa. Gli investigatori hanno seguito queste tracce senza però arrivare a una condanna. Molti storici e lo stesso ex ministro della giustizia scozzese, Kenny MacAskill, ipotizzano questa colossale cooperazione. Ma la verità giudiziaria, per ora, parla solo libico.

Fai un discorso molto lucido sulla differenza tra verità storica e verità giudiziaria, un tema che un lettore italiano ben conosce. Un'altra cosa impressionante è come Lockerbie, un paesino sperduto, si sia trovato improvvisamente nei libri di storia. È un luogo ancora profondamente segnato da quell'evento, vero?

Sì, è incredibile. Oggi è ancora segnato: c'è un memoriale, la biblioteca custodisce una sezione dedicata alla strage e il cimitero ospita molte delle vittime. Lì sono morte anche 11 persone a terra, abitanti del paese a cui la grande storia, il "grande gioco", è letteralmente franato addosso dal cielo sconvolgendo le loro vite. All'inizio pensarono a un normale guasto tecnico, poi compresero l'immensità del dramma.

Nel libro si avverte anche il peso dell'arretratezza tecnologica dell'epoca. Probabilmente molte risposte mancano perché all'epoca non c'erano i sistemi di controllo digitali che abbiamo oggi. Penso a tutta la ricostruzione che fai sul viaggio da Malta all'aereo Pan Am della valigetta con l'esplosivo.

Oggi è cambiato tutto. Con le tecnologie attuali ci sarebbero telecamere ovunque e prove genetiche immediate. Il punto critico è che, davanti a una corte diversa da quella scozzese – ad esempio una corte italiana – Megrahi probabilmente sarebbe stato assolto per insufficienza di prove. Nessuno lo ha visto materialmente caricare quella valigetta sul rullo trasportatore, né ci sono prove dirette che l'ordigno sia stato fabbricato da lui. La sentenza scozzese non dimostra la colpevolezza "al di là di ogni ragionevole dubbio", come richiedono i codici penali moderni. Oggi, compiere un attentato del genere senza farsi scoprire sarebbe quasi impossibile.

Cosa hai imparato scrivendo questo libro?

Ho imparato due cose fondamentali. La prima è la fragilità e la fallacia della nostra memoria: dal principale testimone dell'accusa, Tony Gauci, fino a chi ha dovuto ricostruire i fatti a distanza di anni, ricordare con esattezza è difficilissimo. La seconda è quanto la geopolitica e gli interessi internazionali rendano quasi impossibile spiegare in termini semplici gli atti terroristici del secondo dopoguerra. Ti perdi letteralmente in una nebbia di piste, servizi segreti e testimonianze contrastanti.

Quanto tempo ci hai messo a studiare tutto il materiale prima di iniziare la stesura?

Un annetto, anche se, a dire il vero, è un caso che ho sempre seguito nel corso degli anni, restando aggiornato sui vari sviluppi. Per scrivere il libro, però, sono dovuto tornare sui faldoni in modo sistematico.

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