È a Pescara, con la camicia bianca e lo sguardo alto sulla platea. Tra gli applausi si dice dispiaciuto perché avrebbe voluto fare sull’economia e sulle tasse quel che ha fatto su sicurezza, antimafia, antidroga. Così parla Matteo Salvini, ministro degli Interni e vicepremier di un esecutivo in crisi. E sulla sicurezza, in effetti, Salvini ha basato la sua opera di governo, varando in poco più di un anno ben due decreti legge denominati proprio "sicurezza". Ma sull’antimafia?

La tendenza politica generale, non solo leghista, sembra essere una diffusa sottovalutazione del fenomeno mafioso: alle ultime elezioni politiche, i programmi dei partiti non affrontavano la lotta alla criminalità organizzata, se non per poche eccezioni. La Lega di Salvini, con le sue proposte identiche a quelle di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, non proferiva verbo sul tema. E al governo la situazione non è cambiata molto, con la sezione "Lotta alla mafia" del sito istituzionale del Ministero degli Interni non più aggiornata da prima dell’insediamento del governo gialloverde.

Ma non si può certo dire che il ministro non parli di mafia. Vero. Salvini però parla di criminalità organizzata servendosene all’interno di uno schema comunicativo, la utilizza come manganello retorico in determinate situazioni. Il ministro leghista inserisce infatti la mafia in una dicotomia benaltrista: di norma non se ne occupa, salvo tirarla fuori per contrapporla genericamente a un altro argomento. Così, ad esempio, Salvini ha sentito l’irrefrenabile desiderio di far la lotta alla mafia proprio il 25 aprile, quando il calendario istituzionale gli avrebbe suggerito invece di ricordare la liberazione dal nazifascismo. E, per mostrare l’impegno antimafioso, ha deciso di andare a Corleone, come se non esistesse altra mafia al di fuori di quella Cosa Nostra raccontata nei film: quando trattata, infatti, la criminalità organizzata è affrontata da Salvini con una definizione, talvolta annacquata, talvolta macchiettistica, che è ben lontana dal modello mafioso che vive e prolifera, senza limiti geografici, controllando il territorio, instaurando rapporti di dipendenza personali, usando la violenza per regolare i conflitti e coltivando rapporti organici con la politica.

La definizione fuori fuoco e l’utilizzo retorico dell’argomento, che dovrebbero preoccupare già solo per il loro utilizzo da parte di un politico, risultano particolarmente inquietanti se si pensa che provengono dal ministro preposto alla pubblica sicurezza. E l’azione del governo, in effetti, è fin qui apparsa poco attenta al fenomeno mafioso, finendo per sembrare anzi a tratti convergente a certi interessi della criminalità organizzata. Insomma, Salvini può anche atteggiarsi a prode antimafioso, ma la sua propaganda è contraddetta dalle azioni: contro la criminalità organizzata il ministro ha fatto poco e male.

Basti pensare, ad esempio, alla riforma del codice degli appalti o, meglio, al decreto Sblocca cantieri. Alcune parti del codice dei contratti pubblici sono sospese fino al 31 dicembre 2020: è in particolare in materia di subappalti che si registrano novità interessanti. Il limite della parte di lavori subappaltabili, la cui esecuzione si potrà cioè assegnare a terzi, viene innalzato al 40% dell’importo complessivo del contratto (contro il 30% originariamente previsto). Viene inoltre meno l’obbligo di indicare la terna dei subappaltatori in fase di gara anche per gli appalti pubblici relativi alle attività maggiormente esposte a rischio di infiltrazione mafiosa (smaltimento rifiuti, movimento terra, cemento, autotrasporti, guardiania di cantieri…). Eliminando questo obbligo, peraltro, il decreto Sblocca cantieri sospende anche le verifiche in fase di gara sui subappaltatori e, in particolare, sulla sussistenza di cause di esclusione a loro carico (ossia la condanna per gravi reati indicati dall’art. 80 del codice dei contratti pubblici). Di fronte a questa riforma, l’inasprimento penalistico del reato di subappalto illecito contenuto nel Decreto sicurezza, con cui si innalza la pena fino a cinque anni (ma si lascia invariata la sanzione pecuniaria), sembra quasi una prova di forza apparente, se confrontata alle nuove concessioni del decreto Sblocca cantieri in materia di subappalti.

Ma il Decreto sicurezza non si è limitato all’apparente lotta ai subappalti illeciti. È stata introdotta infatti anche la possibilità di vendita dei beni confiscati alla criminalità organizzata non più soltanto a enti pubblici, fondazioni bancarie o cooperative di lavoratori di Forze di polizia, ma "al migliore offerente", così superando del tutto il principio di uso sociale dei beni confiscati alla mafia. Non solo: entro centoventi giorni, l’acquirente può perfino chiedere il rilascio del permesso di costruire in sanatoria (cioè con condono edilizio). Davvero permettere la vendita di beni confiscati al miglior offerente, di fronte a una criminalità organizzata a cui certo non mancano prestanome, è una misura di sicurezza?

Non è peraltro l’unico caso in cui, sotto l’etichetta della sicurezza, viene colpito un pilastro dell’antimafia sociale: se il riuso dei beni mafiosi per la collettività rappresentava la riappropriazione del patrimonio criminale, riqualificato in bene comune, l’altra faccia dello Stato è (o dovrebbe essere) rappresentata dal sostegno alle vittime. E invece il Decreto sicurezza bis, con l’articolo 4, prevede che il finanziamento alle operazioni di addestramento di agenti sotto copertura (di forze dell’ordine straniere) per il contrasto all’immigrazione clandestina derivi dal fondo di cui all’articolo 18, comma 1, lettera a), della legge 23 febbraio 1999, n. 44, cioè dal Fondo di solidarietà per vittime di richieste estorsive. Il colpo simbolico è peggio di quello economico.

Il benaltrismo tra mafia e altro nella retorica salviniana torna, allora, nella sua forma più nota: ignorare la lotta alla criminalità organizzata indicando il pericolo degli stranieri. Lo scorso ottobre, a Napoli, la passerella di Salvini ha seguito proprio questo schema: in un periodo estremamente teso, soprattutto relativamente all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone, il Ministro degli Interni si è recato non a San Giovanni a Teduccio o a Ponticelli, ma al rione Vasto, e in conferenza stampa, accanto alle dichiarazioni contro la camorra, non ha mancato di scagliarsi contro rom e stranieri ("tornerò al Vasto, son sicuro con meno immigrati presenti e con la situazione a via Milano 40 censita e possibilmente bonificata"). A quasi un anno di distanza, peraltro, il Ministro degli Interni continua a non aver risposto all’interrogazione parlamentare sulla situazione di Napoli est, ostaggio delle stese che «rappresentano, ormai, non più episodi rari e isolati, ma costituiscono piuttosto espressione di pericoli costanti che ricadono negativamente sulla città e sulla sicurezza dei cittadini che vivono nella paura, invocando aiuti da parte delle istituzioni», per citare il testo dell’interrogazione: Salvini avrebbe dovuto rispondere entro l’inizio di ottobre 2018, in Parlamento, illustrando le intenzioni del suo ministero sulla situazione denunciata. A oggi risposta non c’è stata.

Così preso a contrastare l’immigrazione o, meglio, a render la vita difficile agli immigrati, Salvini ha davvero provveduto alla sicurezza? Anche in quest'ambito, la retorica sulla criminalità organizzata inquina il dibattito: si vagheggia di mafie straniere, di business dei flussi, si accomunano concettualmente scafisti, ong e boss. Eppure, la mafia non è buonista, anzi. Non gode dell'immigrazione (dieci anni fa, la strage camorristica di Castelvolturno fu per motivi razziali), ma guadagna sull'irregolarità, nelle sacche di disagio, nella fornitura di servizi al ribasso. Anche per questo Asgi denunciava come la riduzione del capitolato del Viminale per l'accoglienza, da 35 euro a 19, fosse "un regalo alla criminalità organizzata perché solo persone senza scrupoli o speculatori potranno accettare di gestire strutture in condizioni disumane, con gente che vivrà ammassata, con personale dequalificato". Non a caso, infatti, diverse realtà cooperative che si occupano di accoglienza con percorsi di integrazione hanno disertato i bandi del Ministero, per ragioni etiche ed economiche: è infatti impossibile garantire un servizio utile alla collettività (prima che ai migranti) a quelle condizioni. Quando Salvini presentava trionfalmente quella misura parlando di "mangiatoia finita" evidentemente ignorava che, per qualcuno, la mangiatoia era appena cominciata.

Allo stesso modo, le misure sull'immigrazione previste dal primo decreto sicurezza, con il permesso di soggiorno non più titolo per l’iscrizione all’anagrafe, l’abolizione della protezione umanitaria, il cortocircuito per i neomaggiorenni richiedenti protezione, non riducono il numero di stranieri sul territorio, diminuiscono solo le loro possibilità di integrazione e inclusione, mentre cresce la ricattabilità: gli stranieri semplicemente vengono banditi dalla società, cacciati in un'invisibilità in cui la mafia prolifera e recluta la propria manovalanza.

È questa l'antimafia di cui si vanta Matteo Salvini, con la camicia bianca e lo sguardo alto, sulla platea?