La riapertura dello stretto di Hormuz non risolverà (subito) la crisi energetica

Come è possibile che un canale largo poco più di una trentina di chilometri abbia potuto tenere sotto scacco l’economia globale? Come siamo arrivati a dipendere in questo modo dallo stretto di Hormuz, un passaggio fuori dal nostro controllo, che dal giorno alla notte può essere messo fuori uso, con conseguenze catastrofiche per il resto del mondo?
Nel memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran, si stabilisce che per 60 giorni sarà garantita la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. Ma dopo i Pasdaran potranno negoziare con gli altri attori del Golfo la possibilità di richiedere dei pedaggi e di dirigere il traffico in quelle acque. Di fatto Teheran cerca di accaparrarsi il controllo perpetuo dello stretto di Hormuz, che è rimasto chiuso e minato per tutta la durata della guerra. Ma la partita per il controllo di questo canale non è iniziata a febbraio 2026, ma molto prima.
Perché è così importante controllare lo stretto di Hormuz?
Lo stretto di Hormuz è l’unica via per passare dal Golfo Persico al mare aperto, all’oceano. Oggi è una rotta fondamentale per i carburanti, circa un quinto del petrolio globale passa da lì. Ma non solo: è anche uno dei canali commerciali principali per i fertilizzanti e altri elementi chimici come lo zolfo, strategico nella produzione di batterie e chip.
Non era mai stato chiuso prima, a differenza di altri, come lo stretto di Tiran, che collega il golfo di Aqaba al Mar Rosso, chiuso tra il 1954 e il 1956 nella crisi del canale di Suez, e poi anche nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni.
È un canale molto stretto, che costringe ad adottare un sistema di regolazione del traffico ben preciso, altrimenti la navigazione non sarebbe possibile. Tra una sponda e l’altra c’è appena qualche decina di chilometri (33 nel punto più stretto) e le imbarcazioni sono costrette a transitare nelle acque territoriali dei due Paesi che si affacciano sullo stretto: Iran e Oman. L’Iran nel 1959 e poi l’Oman nel 1972 hanno entrambi esteso il proprio perimetro di acque territoriali, nel 1971 Teheran si è assicurata anche il controllo dell’isola di Hormuz, sempre nel tentativo di aumentare la propria giurisdizione in quella rotta.
Nel 1982 l’Iran ha ratificato l’UNCLOS, la convenzione delle Nazioni Unite che regola il diritto marittimo e certifica anche la libertà di navigazione. Ma nel 1993 ha ratificato una normativa che in realtà va in direzione opposta a quanto stabilito dall’ONU: dice, cioè, che le navi militari devono chiedere un permesso preventivo alle autorità iraniane prima di navigare in quelle acque.
Tutti questi passaggi raccontano come ben prima del 2026 fosse aperta una partita per il controllo dello stretto di Hormuz. Ma la sua storia è ancora più antica. Il secondo libro del famosissimo poema di John Milton, “Paradiso Perduto”, inizia proprio paragonando lo sfarzoso trono di Satana alle ricchezza di Ormus, la odierna isola di Hormuz che nel Seicento era già rinomata in tutto il mondo per i suoi mercati di gemme e pietre preziose. Nell’isola ancora oggi ci sono le rovine di una fortezza portoghese, a simboleggiare come le potenze coloniali europee abbiano combattuto per prendere il controllo di queste acque e delle rotte commerciali che rappresentano.
Il Golfo e il petrolio
Ma l’importanza che affidiamo oggi allo stretto di Hormuz, il rilievo strategico che ha questa rotta ai giorni nostri, dipende soprattutto dalla scoperta del petrolio nel Golfo. Negli anni Trenta prima il Bahrein, poi l’Arabia Saudita scoprono dei giacimenti nel loro territorio. I sauditi aprono subito un porto petrolifero nel Golfo e da lì lo stretto di Hormuz diventa fondamentale. Negli anni Cinquanta la produzione inizia a farsi massiccia, centinaia di barili passano per questa rotta diretti in Europa, dove sostengono la ricostruzione dopo la guerra. Proprio agli anni Cinquanta risale anche un primo blocco. Il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq nazionalizza l’industria petrolifera (la Anglo-Iranian Oil Company) per liberare il Paese dal controllo coloniale britannico. La Royal Navy di Londra viene mandata in quelle acque e blocca la rotta. La crisi si risolve nel 1953, quando con un colpo di Stato Mossadeq viene rimosso e inizia una fase di ri-allineamento con le potenze occidentali, che andrà avanti fino alla Rivoluzione Islamica del 1979.
Da quel momento in poi non c’è più stato un vero e proprio blocco, anche se non sono mancati i momenti di crisi. Negli anni Settanta i Paesi produttori di petrolio, riunitisi nel frattempo nell’OPEC , impongono un embargo verso quelli occidentali. Negli anni Ottanta invece, nell’ambito del conflitto regionale tra Iran e Iraq, Baghdad inizia ad attaccare le portacontainer di Teheran nel Golfo: gli Ayatollah rispondono minando lo stretto e minacciando di chiuderlo, cosa che poi però non verrà mai fatta: è considerata un’azione troppo estrema, dalle conseguenze troppo nefaste per tutti, considerando che i prezzi erano già schizzati alle stelle a causa della guerra.
Anche se nessuno di questi avvenimenti si era tradotto in un vero e proprio blocco dello stretto di Hormuz, una cosa diventava sempre più chiara: Chi controllava lo stretto aveva il potere di controllare l’economia globale, di innescare crisi a livello mondiale semplicemente chiudendo quel passaggio. Negli ultimi vent’anni questo potere non ha fatto che aumentare, vista l’accelerata dei primi anni Duemila nella produzione di gas nel Golfo. Comprendendo la propria vulnerabilità, alcuni Paesi del Golfo hanno cominciato a cercare delle alternative. L’Arabia Saudita ha cominciato a costruire delle pipeline, degli oleodotti e delle condutture per il gas, in modo da portare i propri barili direttamente a destinazione, bypassando lo stretto di Hormuz. Ma ci sono altri prodotti, come i fertilizzanti e gli elementi chimici, che per essere trasportati hanno necessariamente bisogno di container, quindi di navi o treni merci. Risultato? Lo stretto è rimasto indispensabile per alcune delle principali rotte commerciali al mondo. E chi lo controlla è rimasto potentissimo.
Le crisi energetiche
Negli anni Venti di questo nuovo millennio, l’Europa ha già subito due crisi energetiche. La prima con lo scoppio della guerra in Ucraina, quando è stato tagliato l'approvvigionamento di petrolio e gas dalla Russia. La seconda da febbraio 2026, quando l’Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz cospargendo il fondale di mine e minacciando di attaccare qualsiasi nave fosse passata di lì senza il suo permesso.
Come è possibile, avendo già vissuto una profonda crisi nel 2022, che arrivassimo così impreparati a questo momento?
La risposta è complessa e va cercata guardando al piano energetico italiano, il PNIEC. Questo è un piano che va contestualizzato in uno sforzo più ampio, a livello europeo. Da un lato c’è infatti un’esigenza strategica di renderci più indipendenti a livello energetico, in modo appunto da schermarci meglio dalle crisi. Dall’altro però c’è anche un’esigenza ambientale: l’Unione europea si è infatti data l’obiettivo di arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Questo significa che abbiamo meno di venticinque anni per portare a zero le nostre emissioni inquinanti. In questo piano, quindi, si cerca di mettere a terra un passaggio alle fonti energetiche rinnovabili, dall’eolico al solare, ma al momento siamo ancora lontani.
Il mix energetico italiano
Storicamente e a livello infrastrutturale, l’approvvigionamento italiano è fortemente sbilanciato sui combustibili fossili. Secondo i dati contenuti nel PNIEC, il mix energetico italiano è composto da circa l’80% di fonti fossili (con il gas che rappresenta la colonna portante, seguito dal petrolio, mentre il carbone è in via d’abbandono definitivo) contro appena un 20% di rinnovabili, seppure questa fetta sia ormai in costante crescita. Per quanto riguarda unicamente il settore elettrico, la quota di rinnovabili ha superato ormai la metà del mix (51%, con il gas al 42% circa), e negli obiettivo dovrebbe aumentare fino al 65% entro il 2030.
Di questo mix, circa l’80% viene importato. La quasi totalità del petrolio greggio e circa il 95% del gas naturale che consumiamo in Italia è comprato da mercati esteri. E anche per quanto riguarda nello specifico l’energia elettrica, l’Italia è uno di quei Paesi che viene definito importatore netto, cioè che copre il suo fabbisogno comprando energia oltre le proprie frontiere. I principali Paesi da cui importiamo sono l’Algeria e l’Azerbaigian (ricorderete viaggi recenti di Giorgia Meloni verso queste mete, nell’ambito del Piano Mattei) per quanto riguarda il gas naturale; Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Libia per quanto riguarda il petrolio; Svizzera e Francia per quanto riguarda l’energia elettrica. L’energia che viene invece prodotta in Italia è quella che deriva da fonti rinnovabili, quindi idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico…
Cambiare questa formula è qualcosa di estremamente complesso. Richiederebbe nuovi accordi con i Paesi produttori, nuove infrastrutture nel Paese, un altro modello di fornitura. Non è qualcosa che si può mettere in campo dall’oggi al domani. Ed è proprio questo che ci costringe oggi a subire gli effetti della crisi. L’Unione europea è stata costretta a rivedere a ribasso le sue previsioni di crescita, puntando il dito proprio contro la crisi nel Golfo e la chiusura dello stretto di Hormuz. In tutto questo l’Italia è il fanalino di coda, ancora una volta, del continente. Il nostro è il Paese che più subisce gli effetti negativi dello shock energetico, quello che crescerà meno nel 2026 e 2027.
Le vittime della crisi
Ora lo stretto di Hormuz riaprirà e nei prossimi 60 giorni verranno definiti i termini con cui verrà gestita questa rotta. Ma la crisi è lontana da una risoluzione. In primis perché ci vorrà comunque del tempo per le operazioni di sminamento dei fondali. E poi bisognerà capire se l'accordo regge. Senza tenere conto del tempo fisiologico di cui hanno bisogno i mercati per riprendersi. Insomma, la crisi non è ancora finita.
E chi ne risente di più? Il popolo. Il report annuale dell’Istat ci dice che con lo scenario attuale ci sono 11 milioni di persone a rischio povertà in Italia. Sono quelle che non decidono direttamente le mosse nella scacchiera. Ma quelle che ne subiscono più di tutti gli effetti quando le cose si mettono male. Perché crisi energetica non significa solo che il prezzo del greggio sale e che la benzina costa di più. Significa anche che aumenteranno i prezzi del cibo che troviamo nei supermercati, perché portarlo dai campi alla grande distribuzione di colpo è diventato molto più oneroso. Significa che aumenteranno i costi per le industrie, che consumano tantissima energia elettrica e di conseguenza dovranno anche aumentare i prezzi dei beni finali. Significa che anche le bollette delle famiglie saranno più pesanti, e che una spesa imprevista di colpo potrebbe diventare problematica.
Ed è per tutte queste ragioni che uno stretto a migliaia di chilometri da noi, un canale ampio poche decine di chilometri, diventa fondamentale per il mondo intero.