In Umbria l'aborto farmacologico in day-hospital non sarà più possibile. La giunta del centrodestra, guidata dalla leghista Donatella Tesei, ha infatti stabilito che per interrompere la gravidanza in questo modo sia necessario un ricovero di tre giorni. Lo ha fatto abrogando una norma approvata dal centrosinistra e innescando una bufera di proteste da parte dell'opposizione e delle associazioni per i diritti delle donne. La precedente amministrazione, guidata da Catiuscia Marini, aveva previsto la possibilità di abortire grazie alla pillola Ru486 entro la settima settimana di gravidanza, chiedendo agli ospedali di effettuare la prestazione in day hospital o tramite assistenza domiciliare.

Del resto, molti Paesi in Europa somministrano la Ru486 (o meglio, il farmaco Mifegyne) senza bisogno del ricovero. In Italia la legge sull'aborto, la 194, prevede che una donna possa abortire esclusivamente in ospedale, ma lascia alle Regioni la possibilità di organizzarsi diversamente. Opportunità che, fino ad oggi, era prevista dal quadro normativo della Regione Umbria. Il primo ad intervenire applaudendo la decisione della giunta di Tesei è stato il senatore leghista, Simone Pillon, che è anche commissario della Lega a Perugia: "D'ora in poi gli interventi dovranno essere fatti in regime di ricovero ospedaliero, evitando che la donna sia di fatto lasciata completamente sola anche davanti a eventuali rischi", ha commentato. I consiglieri del Carroccio che hanno sostenuto la decisione hanno sottolineato: "Prendersi cura di una donna con una gravidanza difficile  non vuol dire affatto limitare i suoi diritti, ma significa sostenerla e aiutarla in uno dei momenti più traumatici della sua esistenza".

Secondo il gruppo del Partito democratico in Consiglio regionale, invece, la scelta ha avuto come unico scopo quello di "assecondare il volere dell’ultraconservatore Pillon". Inoltre, aggiungono gli esponenti dem, obbligando una donna al ricovero in ospedale si rende "volutamente a ostacoli il percorso per ottenere l'ozione farmacologica". Come detto, nel resto d'Europa l'aborto tramite terapia farmacologica è diffuso: negli Stati del Nord il 90% delle interruzioni di gravidanza avviene in questa modalità, e in Francia il 60%. In Italia, invece, si registra un 18%: questo nonostante le associazioni di ginecologi siano più volte intervenute affermando che si tratti della pratica meno pericolosa.