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Guerra tra Iran, Usa e Israele

La guerra in Iran mette a rischio anche le rate del mutuo: un economista spiega per chi possono aumentare

Non è ancora certo che la Banca centrale europea decida di alzare i tassi d’interesse, quest’anno, a seguito della guerra in Iran. Più il conflitto va avanti, però, più questa possibilità si avvicina. Fanpage.it ha intervistato l’economista Giorgio Bellettini per spiegare cosa guiderà la decisione della Bce e, nel caso, cosa rischiano gli italiani con un mutuo.
Intervista a Prof. Giorgio Bellettini
Professore ordinario di Finanza internazionale all'Università di Bologna
A cura di Luca Pons
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La guerra in Iran scatenata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele, che si sta allargando anche ad altre aree del Medio Oriente, per il momento sugli italiani rischia di avere soprattutto effetti economici. Al di là delle paure sul servizio militare, finora ciò che gli esperti prevedono è soprattutto un aumento dei prezzi dei carburanti e una ricaduta sull'industria e l'agricoltura. Non solo: se i prezzi tornano a salire, il rischio inflazione è dietro l'angolo. E quando l'accelerazione dei prezzi è troppo alta, in Europa, a intervenire è la Banca centrale europea.

Fanpage.it ha chiesto a Giorgio Bellettini, professore ordinario dell'Università di Bologna, di fare un punto della situazione per spiegare cosa può succedere. Se la guerra non si ferma presto, un intervento della Bce diventerà sempre più probabile. E a rimetterci sarà soprattutto chi ha un mutuo a tasso variabile.

Professore, pensa che la Banca centrale europea presto tornerà ad aumentare i tassi, come alcuni analisti sostengono?

Non ne sarei così certo. Questa settimana la presidente della Bce Christine Lagarde ha ribadito che la politica monetaria della Bce che viene decisa volta per volta, un'innovazione rispetto agli ultimi tempi.

Ovviamente stanno monitorando ciò che succede, e per il momento – ha detto – ritengono che i tassi d'interesse siano quelli ‘corretti', cioè che garantiscono l'obiettivo dell'inflazione attorno al 2% e una crescita economica sostenibile.

Se invece un aumento dei tassi dovesse arrivare che conseguenze ci sarebbero per i cittadini?

Ci sarebbe un effetto sui tassi di interesse di mercato, e in particolare su quelli più impattanti sulle famiglie, ovvero quelli sui mutui immobiliari. Se la Bce decidesse di aumentare i tassi di interesse, le rate dei mutui si alzerebbero. Per il momento è impossibile prevedere di quanto.

Cosa dovrebbero fare le famiglie per tutelarsi?

In una fase di aumenti si potrebbe propendere per mutui a tasso fisso. La valutazione comunque è personale, dipende dalle proprie valutazioni e dall'avversione al rischio. Visto che si parla di finanziamenti a lungo termine, si può anche pensare di ‘scommettere' sul fatto che questi eventuali aumenti saranno limitati nel tempo, che la crisi geopolitica passerà relativamente in fretta. Ma è chiaro che in condizioni di incertezza, è piuttosto normale che le famiglie optino per dei tassi fissi.

Questo per quanto riguarda chi deve chiedere un nuovo prestito. E chi ha già un mutuo?

Chi ha un tasso variabile probabilmente sarà più ‘agitato' in questo periodo (in alcuni casi è possibile chiedere la surroga in banca per passare a un tasso fisso, ndr). È nella natura di questo tipo di prestito: chi ha un tasso fisso lo paga un po' di più, ma può stare più ‘tranquillo' perché è meno esposto a queste crisi esterne. Come ho detto, comunque, penso che per il momento non possiamo dare per scontato che ci sarà un aumento dei tassi d'interesse da parte della Bce.

Cosa influenzerà le decisioni dei banchieri?

Dipende dall'evoluzione del conflitto.

Perché una guerra scatenata dagli Stati Uniti in Iran ha un effetto sulle decisioni della Bce, e quindi sulle rate dei mutui degli italiani?

Conflitti e tensioni generano difficoltà economiche, soprattutto in alcune aree del mondo, quelle che influenzano in maniera significativa l'offerta di di energia (gas, petrolio e altro). E soprattutto – questo è un punto chiave – se perdurano nel tempo. Per questo sarà cruciale capire se la guerra avrà un orizzonte temporale lungo o meno.

E se dovesse durare a lungo? Cosa succede?

La prima cosa che può accadere è un aumento dell'inflazione. Lo abbiamo visto molto chiaramente nel caso dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia: ha messo a repentaglio la fornitura di gas, ha creato tensione sul mercato dell'energia, e così i prezzi sono saliti.

Oggi sappiamo che ci sono rischi per il gas e per il petrolio, con l'interruzione dello stretto di Hormuz da cui passano milioni di barili al giorno. In pochi giorni di tensioni il prezzo del gas ha visto un rialzo vicino al 50%. E il prezzo dell'energia influenza fortemente il tasso di inflazione. Qui interviene la Bce, che ha come obiettivo quello di frenare l'inflazione.

La Banca centrale europea, alzando i tassi d'interesse, non rischia di mettere ancora più in difficoltà famiglie e aziende che già devono fare i conti con un aumento delle bollette e non solo?

Può sembrare controintuitivo, ma è il grande dilemma che devono fronteggiare le banche centrali in questi momenti. Nei periodi di cosiddetta stagflazione, cioè quando c'è sia crisi economica (o ‘stagnazione') sia un rialzo dell'inflazione, bisogna scegliere delle priorità. E la maggior parte delle banche centrali, inclusa la Bce, hanno come obiettivo principale il controllo dell'inflazione. Quindi tendenzialmente privilegia un aumento dei tassi d'interesse, per evitare che la corsa dei prezzi diventi fuori controllo.

Stiamo per vivere una situazione simile a quella dopo l'invasione dell'Ucraina, quindi? Allora ci fu un picco dell'inflazione che in Italia non si vedeva da decenni.

Ci sono differenze sul piano geopolitico, ma sul piano economico penso che ci possano essere delle forti analogie. Come detto, però, molto dipende dalla durata della guerra.

La Bce agirà in base a quanto si aspetta che possa durare il conflitto. Nel caso in cui si profili una guerra lunga, il rischio di inflazione aumenta. A quel punto la banca potrebbe decidere di alzare i tassi di interesse, o anche solo di non abbassarli.

Il prossimo incontro della Bce sulla politica monetaria è il 19 marzo, tra meno di due settimane. È un tempo sufficiente per decidere?

Non è poco tempo, ma neanche moltissimo. Teniamo conto che qualunque mossa faccia la Banca centrale ha effetti sull'inflazione non immediati. Può essere necessario aspettare mesi, anche un anno, prima di vedere i risvolti. Quindi se si muove è perché vede rischi inflazionistici nel medio periodo.

Nel frattempo, cosa può fare la politica?

Per i governi non è semplice agire sull'inflazione e i prezzi in un'economia di mercato. È difficile ipotizzare tetti sui prezzi o altri interventi diretti. Le misure che hanno l'impatto maggiore sono di lungo periodo: penso alla politica energetica, al lungo dibattito sulla dipendenza energetica da alcuni Paesi, e così via. Per il resto, a parte misure indirette come il taglio delle accise, i margini di azione della politica sul brevissimo periodo sono piuttosto limitati.

La gestione dell'inflazione, insomma, è in mano alla Bce.

Sì, e l'indipendenza della Banca centrale è un valore. Non può essere invocata solo quando serve, o quando le cose vanno bene, e poi invece pretendere che in altri momenti siano governi o ministri a dettare la politica monetaria. Lo vediamo bene cosa succede quando una Banca centrale è messa sotto pressione, come avviene negli Stati Uniti. E non sono l'unico esempio.

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