Come ampiamente prevedibile il disegno di legge sulle unioni civili che porta la firma della senatrice Monica Cirinnà è stato rinviato a data da destinarsi. La conferenza dei capigruppo ha preso atto del fatto che la Commissione non ha ancora terminato di esaminare la valanga di emendamenti presentati da Area Popolare e da Forza Italia: dunque, nessuna calendarizzazione in Aula prima della pausa estiva e tutto rinviato. A settembre? Probabilmente più in là, considerando che proprio ieri era stata respinta la richiesta di Sel di calendarizzare il ddl sulle unioni civili per il 10 settembre.

Insomma, un altro flop. L’ennesimo rinvio, l’ennesima figuraccia del Partito Democratico. Perché, lo diciamo molto chiaramente, la responsabilità è tutta del gruppo dirigente PD e del suo segretario, il quale continua a pensare che bastino slogan e promesse a colmare il vuoto di diritti. Un vuoto insopportabile, asfissiante, vergognoso.

Lo abbiamo scritto più volte: era compito del Governo, del Presidente del Consiglio magari, sbloccare l’impasse sulle unioni civili. Come ama dire spesso Renzi, “c’è il tempo della discussione e c’è il tempo della decisione”. Ecco, questo era il tempo delle scelte politiche, delle decisioni, dei fatti. Se ne discute da mesi, anni; si sono accumulate multe, sono fioccate le condanne, non si contano più i richiami delle istituzioni europee e le sentenze della magistratura; si è giunti ad un compromesso (più che accettabile, a parere di chi scrive) sul quale c’è un’ampia maggioranza in Parlamento e ancora più ampia nel Paese.

Ora basta, però. È, o meglio, era il tempo di decidere e votare. E di farla finita con le promesse, con le date a casaccio (una volta era maggio, poi “prima dell’estate”, poi “prima della pausa”, infine “entro il 15 ottobre”, anzi “entro la fine dell’anno”), con gli slogan, con le supercazzole, come quella di chi ha cercato di giustificare la scelta di non mandare in Aula il testo senza relatore.

Possibile che solo quando si tratta di diritti il Governo non ravvisi nessuna urgenza? Possibile che l’ostruzionismo sia un problema insuperabile solo stavolta? Ci rendiamo conto che questa maggioranza ha mandato in Aula senza relatore persino la legge elettorale? Possibile che il Governo che ha il record di questioni di fiducia (proprio ieri la Boschi ne ha messa un’altra al Senato, così, tanto per non perdere l’abitudine) solo in questo caso sia diventato ossequioso e rispettoso delle competenze del Parlamento?

Possibile, infine, che l'enorme lavoro fatto dai loro stessi colleghi del PD (Cirinnà, Campana, Scalfarotto solo per citarne alcuni) possa essere sacrificato in questo modo? Possibile che non ci si renda conto del valore che ha anche un solo giorno in più in cui si continua a negare un diritto a migliaia di persone? Perché il punto è questo: non siamo di fronte ad un mero atto amministrativo, ma ad un segnale di civiltà, quasi di decenza. E il problema è sempre lo stesso: questo Governo, questa maggioranza e questo PD hanno dimostrato di non essere in grado di portare avanti con coerenza ed efficacia le battaglie sui diritti, ma di limitarsi a chiacchiere, annunci e propaganda. È accaduto per lo ius soli, per l'aborto, sulle carceri, sulla questione Cie. E sta accadendo adesso.

Certo, fossimo amanti dei retropensieri e dei complottismi, diremmo che si tratta di scelte non casuali, volute e pianificate per non turbare gli equilibri della maggioranza. Diremmo che il peso dei cattolici e dei conservatori è sempre più forte ora che al Senato i numeri sono ballerini e che dunque Renzi ha la necessità di non irritarli con un provvedimento del genere. Diremmo che quando non ci sono interessi concreti, ma solo questioni di principio e di giustizia, i parlamentari democratici sono pigri e svogliati (lo sapevano tutti che con quel ritmo di riunioni non sarebbe stato possibile concludere l'esame degli emendamenti).

Ma siamo ingenui, lo riconosciamo. E non pensiamo che il Pd di Renzi possa arrivare a tanto. Dunque pensiamo che Governo e PD si siano semplicemente fatti fregare da Giovanardi, che ha vinto la sua battaglia parlamentare e li ha costretti ad una figuraccia epica. Ed è tutto dire.