Il rischio di povertà in Italia è sopra la media Ue: il rapporto Istat

A cura di Giulia Renda
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Il Rapporto Bes 2026 dell’Istat racconta un’Italia in cui le condizioni di vita migliorano, ma restano forti le disuguaglianze economiche e territoriali. Il rischio di povertà è superiore di 2,3 punti percentuali alla media Ue, mentre il divario tra Nord e Sud continua a pesare soprattutto su lavoro, istruzione e benessere economico.

L’Italia migliora, ma non per tutti allo stesso modo. Il nuovo Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, prova a misurare come si vive nel nostro Paese andando anche oltre i numeri dell’economia. Contano la salute, il lavoro, l’istruzione, la sicurezza e le relazioni sociali oltre alla possibilità di arrivare a fine mese.

Secondo il rapporto, il rischio di povertà in Italia è superiore di 2,3 punti percentuali alla media dell’Unione europea. Anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile e la difficoltà a sostenere le spese collocano l’Italia agli ultimi posti nella classifica europea.

Nord e Sud, la distanza resta profonda

Il rapporto Istat conferma che le condizioni di vita cambiano molto da una regione all’altra. In quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo, la maggioranza degli indicatori regionali disponibili si colloca sotto la media nazionale. Nel Centro-Nord accade generalmente il contrario, con un’eccezione: il Lazio.

Le differenze emergono soprattutto quando si parla di lavoro, benessere economico e relazioni sociali. Friuli-Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano stanno ai primi posti. All’estremo opposto ci sono Campania, Puglia e Calabria, che presentano valori inferiori alla media nazionale.

Poi ci sono le zone grigie. Abruzzo e Sardegna mostrano spesso risultati in linea con la media italiana, mentre alcuni ritardi riguardano anche territori del Centro-Nord, come Valle d’Aosta e Liguria, soprattutto sul fronte dell’innovazione e della ricerca.

Sulla sicurezza, diverse regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione della Campania, registrano livelli migliori della media nazionale. Le grandi aree metropolitane del Centro-Nord, a partire dal Lazio, risultano invece penalizzate da una maggiore incidenza di alcuni reati predatori e delle violenze.

Lavoro e istruzione: risultati lontani dall'Ue, soprattutto per le donne

Ma è soprattutto su lavoro e formazione che si concentrano le distanze con il resto d’Europa. Secondo l’Istat, il tasso di occupazione è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media europea. Il divario è particolarmente ampio per le donne: 13,3 punti, contro i 3,8 registrati per gli uomini.

Pesano anche il lavoro part-time involontario e la mancata partecipazione al mercato del lavoro. Il part-time involontario presenta uno scarto di 4,6 punti percentuali rispetto all'Europa, che sale a 8,2 punti tra le donne. Qui l'osservazione non riguarda solo il trovare lavoro, ma anche riuscire ad avere un'occupazione stabile e non essere costretti a lavorare part-time perché non si trova altro.

Anche l’istruzione continua a essere un punto debole. La quota di persone che ha almeno il diploma di scuola superiore è inferiore di 14,2 punti percentuali rispetto alla media Ue; quella dei laureati è più bassa di 13,7 punti. Le competenze digitali di base riguardano il 54,3% della popolazione, contro il 60,4% europeo.

Tra i giovani, inoltre, il 13,3% non studia e non lavora, contro l’11% della media Ue. Il confronto europeo evidenzia ritardi anche nella ricerca: gli investimenti in ricerca e sviluppo valgono l’1,40% del Pil italiano, rispetto al 2,26% europeo.

Si vive più a lungo, quasi un over 75 su due ha problemi di salute cronici

Tra le notizie positive c’è la salute. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita in Italia ha raggiunto gli 83,7 anni, il valore più alto mai registrato nel Paese. È in aumento rispetto al 2024 e supera di 2,2 anni la media europea.

Anche la mortalità evitabile è più bassa rispetto all’Ue: 16 decessi ogni 10mila residenti. Inoltre, la mortalità per tumori tra gli adulti tra i 20 e i 64 anni è scesa a 7,4 decessi ogni 10mila residenti nel 2023, dai 9,1 del 2014. Le differenze territoriali esistono anche in questo caso: nel 2023 i decessi per tumore tra gli adulti tra i 20 e i 64 anni erano 8,3 ogni 10mila residenti al Sud e 7,9 nelle Isole, contro 7,2 nel Centro e nel Nord-ovest e 6,6 nel Nord-est.

Ma vivere più a lungo non vuol dire automaticamente essere in salute. Tra le persone di almeno 75 anni, il 47,2% presenta condizioni di cronicità e limitazioni gravi. Il dato è migliorato rispetto al 2014, ma resta elevato e riguarda più le donne degli uomini: rispettivamente il 53,4% e il 38,5%.

Anche le abitudini quotidiane raccontano una realtà fatta di progressi e contraddizioni. La sedentarietà è scesa al 29,8% tra le persone di almeno 14 anni, con un miglioramento di 10,6 punti percentuali rispetto al 2014. Il divario legato al titolo di studio si è allargato: il rapporto tra la sedentarietà delle persone meno istruite e quella dei più istruiti è passato da due a uno a tre a uno.

A fumare è una persona su cinque tra quelle con almeno 14 anni. Gli uomini sono più delle donne (23,5% contro 16,6%), ma negli ultimi dieci anni il dato è sceso tra i primi ed è cresciuto di 1,4 punti percentuali tra le seconde. Anche il consumo di alcol a rischio per la salute resta un problema: nel 2025 riguarda il 15,8% delle persone con almeno 14 anni, una percentuale che sale al 18% nel Nord. Il fenomeno è più diffuso tra gli uomini (22%) che tra le donne (9,9%), anche se negli ultimi anni la distanza tra i due si è ridotta.

Sul peso, invece, la situazione resta stabile, ma le differenze tra le aree del Paese sono evidenti. È in eccesso di peso il 44,7% degli adulti, una quota che nel Mezzogiorno arriva al 49,3%, mentre nel Nord-ovest e nel Centro si ferma al 41,9%. Per quanto riguarda il consumo di frutta e verdura, il 16,5% delle persone dai 3 anni in su mangia almeno quattro porzioni di frutta e/o verdura al giorno.

Le donne si sentono meno sicure e la violenza sessuale non diminuisce dal 2014

C’è poi il tema della sicurezza, che non si può ridurre soltanto al numero di reati denunciati. Nel 2025, appena il 44,9% delle donne di almeno 14 anni si dichiarava molto o abbastanza sicura nel camminare da sola al buio nella zona in cui vive. Tra gli uomini la quota saliva al 67,6%. Rispetto al 2024, è scesa dal 45,7% al 44,9% la quota di donne che si sentono sicure quando camminano da sole al buio nella zona in cui vivono.

Tra le donne di 16-70 anni, il 6% ha dichiarato di aver subito violenza fisica da parte di un uomo nei cinque anni precedenti l’intervista; il 7% ha riferito violenza sessuale, comprese le molestie con contatto. Il 3,9% delle donne ha inoltre dichiarato di aver subito episodi di violenza fisica o sessuale all’interno della coppia.

C’è un altro numero che racconta quanto la violenza possa consumarsi all’interno delle relazioni quotidiane. Nel 2024, il 92,2% degli omicidi di donne è stato commesso da una persona conosciuta dalla vittima. Quasi la metà delle donne uccise, il 47,4%, è stata assassinata dal partner attuale; il 6% da un ex partner e il 31,9% da un familiare.

Cultura, cresce la spesa dei Comuni ma restano forti differenze

Il benessere passa anche dalla possibilità di accedere alla cultura. Nel 2024 la spesa corrente dei Comuni per la cultura è salita a 23,5 euro per abitante, un euro in più rispetto all’anno precedente. Ma anche qui le differenze territoriali sono enormi: si va dai 6,4 euro pro capite della Campania ai 65,3 della provincia di Bolzano.

Nel 2025 sono aumentati anche i visitatori di musei, siti archeologici e monumenti: il 30,5% in più rispetto al 2022 e l’8,4% in più rispetto al 2019. Il numero di strutture aperte al pubblico, tuttavia, resta inferiore a quello del periodo pre-pandemico. Anche il turismo culturale continua a concentrarsi soprattutto nelle regioni che ospitano i grandi poli, come Lazio, Campania e Toscana.

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