Il decreto Bollette salta ancora una volta, niente da fare al Cdm: dubbi sul tetto al prezzo del gas
Il decreto Bollette, ancora una volta, non vede la luce. Il governo Meloni si era riunito nel Consiglio dei ministri di oggi per vararlo, e l'ordine del giorno recitava appunto: "Disposizioni urgenti per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas in favore delle famiglie e delle imprese". Invece, il testo è saltato. Slittato, probabilmente, a lunedì 9 novembre.
Un motivo ufficiale non c'è, ma si parla di un problema sulle coperture. La Ragioneria generale dello Stato, organo del ministero dell'Economia che ha il compito di controllare che i conti tornino nelle leggi e nei decreti, avrebbe sollevato dei dubbi su alcune parti del provvedimento. Le agenzie di stampa, citando fonti di governo, parlano di "necessità di approfondimenti". Fatto sta che, per adesso, gli aiuti contro il caro energia restano fermi.
Non è la prima volta. Già una settimana fa, il 28 ottobre, il governo si era riunito con l'aspettativa di varare il decreto Bollette, ma poi erano emersi dei problemi. Oggi il ministro dell'Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha svolto una relazione sul decreto davanti ai suoi colleghi di governo. La quadra, però, non è arrivata. Dovrebbe trattarsi di problemi minori, contando che il rinvio è di pochi giorni. Lunedì, dopo gli ultimi aggiustamenti, il testo dovrebbe arrivare nella sua forma definitiva (forse) nuovamente al Consiglio dei ministri.
Lo stesso ministro Pichetto solo ieri, parlando a un evento di Elettricità Futura (associazione dei produttori di energia elettrica) aveva detto che il decreto sarebbe arrivato oggi. Aveva detto che su alcune norme c'era stato "un confronto molto serrato" proprio con i produttori, che aveva portato ad "affinare le eventuali distorsioni derivanti dal provvedimento". Evidentemente, però, i tecnici della Ragioneria non sono stati convinti.
Il decreto Bollette ha avuto una gestazione lunghissima, che ancora non si è conclusa. A febbraio il testo fu varato per la prima volta. All'interno, però, una norma venne messa da parte per essere discussa con l'Unione europea, visto che equivaleva a un aiuto di Stato per le imprese (cosa che, di norma, va contro le regole sulla concorreza): il tetto al prezzo del gas usato per generare l'energia elettrica. Quindi, di fatto, un limite legale imposto dallo Stato al costo dell'elettricità.
A inizio ottobre Meloni aveva fatto capire che la soluzione era vicina, e la trattativa con la Commissione europea si era effettivamente conclusa alla metà del mese. Ne era emersa una misura che il governo aveva rivendicato con entusiasmo: un tetto a 58,90 euro al megawattora, che porterebbe a una riduzione delle bollette che superano questa soglia.
Il problema che è emerso nel tempo è: chi paga per tenere i prezzi così bassi? L'idea originale era che in parte, il costo sarebbe finito nelle bollette dei clienti che hanno un prezzo variabile, con un aumento degli oneri di sistema (che comunque sarebbe stato compensato dalla tetto al prezzo dell'energia); e in parte sarebbe stato pagato proprio dai produttori di energia.
Naturalmente, i produttori si sono opposti a questa impostazione, e ne è emerso il "confronto molto serrato" di cui ieri parlava il ministro Pichetto. Non sono noti i dettagli tecnici emersi da quel confronto, ma sembra evidente che non siano stati sufficienti per far quadrare i conti, agli occhi della Ragioneria generale dello Stato. Il governo però vuole chiudere in fretta. Dunque, per il momento il via libera definitivo è rimandato solo a lunedì 9 novembre. Resta da vedere se il tempo basterà e questa volta il testo sarà solido.