
Sono giorni piuttosto complessi per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Gli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani per il referendum sulla riforma della Giustizia segnalano un costante avanzamento del No in una partita che si annuncia apertissima. La rilevazione dell’Istituto Demopolis per Otto e Mezzo, addirittura, segnala il primo vero sorpasso del No alla riforma, stimando l’affluenza alle urne di poco superiore al 42%. Youtrend nella sua Supermedia per Agi, pur mostrando il Sì ancora in vantaggio (col 51,2%), individua chiaramente un trend negativo per i sostenitori della riforma Nordio. Un problema non da poco per il governo, considerando il consenso di cui sembrava godere la riforma solo qualche settimana fa.
La campagna referendaria, però, è ancora lunga e soprattutto dalle parti di Fratelli d’Italia si studiano le contromosse. Aver caricato a testa bassa contro la magistratura, sfruttando qualunque episodio di cronaca potesse servire a mettere in cattiva luce i giudici e coinvolgendo direttamente anche Giorgia Meloni, non è sembrata la migliore delle scelte, soprattutto perché ha ricompattato il fronte del No e mobilitato una base elettorale tendenzialmente decisa a rimanere a casa. Una delle regole base delle campagne elettorali, del resto, è quella di non regalare argomenti agli avversari quando si è in vantaggio, negandosi anche a confronti diretti che potrebbero esporti a problematiche e scivoloni.
È per questo che la sovraesposizione di Giorgia Meloni ha destato qualche perplessità. Se è vero che la presidente del Consiglio continua ad avere un altissimo gradimento personale e Fratelli d’Italia naviga stabilmente intorno al 30% dei consensi, allo stesso tempo le sue entrate a gamba tesa sulla magistratura sono sembrate piuttosto controproducenti. In primo luogo perché hanno acuito lo scontro tra i poteri dello Stato, portando persino un arbitro mite come Mattarella a mostrare platealmente la propria vicinanza alla magistratura. In secondo luogo perché hanno mobilitato l’elettorato dell’opposizione, che considera il referendum non più come un appuntamento nel merito di una riforma, ma come una buona occasione per dare una spallata alla maggioranza. In subordine, perché l’ennesima tirata vittimista di Meloni su immigrazione e sicurezza è sembrata più l’ammissione di un fallimento che una constatazione di buonsenso (davvero gli italiani possono bersi la narrazione secondo cui la maggiore insicurezza nelle nostre città dipende da un paio di sentenze di qualche magistrato a caso?).
Non è un mistero che nell'inner circle della presidente del Consiglio si stia ragionando sulla direzione da prendere e sul grado di coinvolgimento diretto nel rush finale della campagna referendaria. Il timore è che la personalizzazione determini uno slittamento completo dal merito delle modifiche alla Costituzione (che è condiviso anche da una quota non marginale di elettori del centrosinistra) a un piano prettamente politico, su cui la destra fa oggettivamente più fatica a mobilitare il proprio corpo elettorale. Se le cose dovessero andar male, Meloni si troverebbe a gestire una situazione non semplice. È vero che il contraccolpo immediato sarebbe tutto sommato risibile (anche in ragione dello scarso impegno di parte della maggioranza), ma sul lungo periodo le cose potrebbero cambiare.
L'opposizione ne uscirebbe rafforzata, soprattutto nella convinzione di poter contendere la vittoria nelle cruciali Politiche del 2027, a patto di restare unita. Il campo largo, forse larghissimo, sarebbe insomma l'unico argine al bis di Meloni al governo, che comporterebbe anche l'elezione del nuovo presidente della Repubblica da parte di un Parlamento egemonizzato dalla destra. Un cartello elettorale, un'alleanza meramente strategica più che sostanziale, che sarebbe competitivo in virtù della possibilità di vincere buona parte dei collegi uninominali (in particolare al Centro e al Sud) e della potenziale dispersione di voti a destra (Vannacci e non solo).
Uno scenario preoccupante, che Meloni e i suoi fedelissimi hanno deciso di anticipare con un grande classico della politica italiana: la modifica della legge elettorale. Sulla scia dei grandi esempi del passato (resta inarrivabile la "porcata" di Calderoli), la maggioranza ha dunque presentato una modifica delle regole del gioco che va a incidere esattamente su quello che sarebbe stato il punto di forza del cartello dell'opposizione: la componente maggioritaria. Dunque, via i collegi uninominali, ecco un premio di maggioranza costruito sondaggi alla mano. E, ovviamente, niente preferenze ma listini bloccati tanto per non diminuire il peso delle segreterie di partito (hai visto mai che qualcuno dall'opposizione ci caschi?).
Nella bozza presentata la definiscono "fisiologica attività di revisione normativa". Ma certamente.