Quando le piazze hanno iniziato a riempirsi di giovanissimi, quando gli studenti hanno iniziato a occupare le loro scuole e a uscire dalle classi, hanno portato con sé le bandiere della Palestina. E non c’è da stupirsi: è intuitivo che lottare contro la guerra e il caro vita vuol dire anche battersi contro l’orizzonte di guerra imposto da Trump e Netanyahu che passa per Gaza. Aggiungiamoci che chi ha 17 o 18 anni ha formato la sua coscienza politica, è diventato adulto e scoperto la politica guardando un genocidio in diretta.
Ma la destra non ha perso l’occasione di dirgli come dovevano protestare. “Sventolano qualsiasi bandiera ma mai quella italiana!”, recitava il profluvio di content vomitato sui social dagli influencer sovranisti e Maga. “La bandiera palestinese sì, il tricolore mai!”, hanno fatto eco i politici della destra di governo.
Poi è successo qualcosa che deve avergli spiazzati: sabato 17 ottobre a Milano, Bologna e Torino sono apparse in tutte le piazze della protesta sfociata in incidenti e sommosse i tricolori. A Milano alla partenza del corteo è stato intonato l’Inno di Mameli, tra lo stupore dei più consumati militanti della sinistra, che non capivano cosa diavolo stesse succedendo. Anche sabato scorso quando la protesta si è allargata nonostante i decreti sicurezza, l’allarmismo, i Lince dell’Esercito in Piazza Duomo e l’isteria di alcuni media, le bandiere italiane sono comparse in tutte le manifestazioni.

Scorrendo le gallery social ecco a Milano un gruppo di ragazzini in posa con il tricolore mentre sono arrampicati sul basamento di una statua. Ecco a Roma una ragazza che indossa un balaclava nero a coprigli il volto lasciandogli liberi solo gli occhi truccatissimi, sventolare la bandiera italiana mentre sfila al Colosseo. A Bologna ecco ancora la bandiera rossa, bianca e verde spuntare tra i manifestanti che resistono all’urto dell’idrante.

A portare in piazza la bandiera italiana sono sempre ragazzi di seconda o terza generazione. Nelle loro mani è il simbolo di chi è stato escluso dal patto sociale e rivendica la sua esistenza. È la rivendicazione di essere a pieno titolo parte della società e non ospiti.
Che mal di pancia per Salvini e per Giorgia e i suoi ministri! Questi “maranza” che agitano il sacro vessillo posto a difesa di invasioni, confini e identità. Ma i simboli sono fatti per cambiare di segno.
Cantava già Ghali:
Oh eh oh, quando mi dicon, "Va' a casa"
Oh eh oh, rispondo, "Sono già qua"
Oh eh oh, io TVB cara Italia
Oh eh oh, sei la mia dolce metà
E non è un caso che per manifestare il suo sostegno ai manifestanti, un altro rapper come Marracash abbia scelto la foto di un ragazzo colpito dal getto di un estintore con la bandiera legata sulle spalle, entrando immediatamente in sintonia con la piazza.

Le piazze italiane sono inserite in un discorso politico e simbolico transnazionale. Risuonano di quello che accade a Parigi, quanto a Tirana o a Madrid. L’estetica, i meme, la musica gli slogan creano un discorso comune. In Francia si canta in italiano “Siamo tutti antifascisti”, a Roma sui cartelli compare la scritta "Bismillah, c’est les ténèbres", ovvero il goffo tentativo di un poliziotto infiltrato in una chat di scimmiottare il linguaggio dei giovani delle banlieues diventato virale.

E proprio gli studenti francesi che si sentono esclusi dal patto sociale hanno agitato da subito nelle proteste le drapeau bleu, blanc et rouge. Dicono di essere loro la nuova Francia, quella figlia delle decolonizzazione, un paese creolo come la sua storia, una Francia che parafrasando Ghali "è già qua" e non ha altro posto dove andare. Non è un caso che guardando quelle immagini sul proprio feed i giovani italiani che condividono lo stesso sentimento, magari con il dubbio di sapere se al compimento del diciottesimo anno riusciranno ad avere la cittadinanza, abbiano scelto di portare in strada il tricolore.
Ecco la nuova Italia allora, è già qui, ed è qui per rimanere. Con buona pace di chi vorrebbe "remigrarli tutti".