La linguista Vera Gheno: “La destra ha creato il maranza, un mostro per criminalizzare i giovani stranieri”

A cura di Giulia Renda
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Alla conferenza stampa della Lega, il segretario Matteo Salvini e il deputato Igor Iezzi sono apparsi confusi sulla definizione di “maranza”. La sociolinguista spiega a Fanpage.it come il termine sia diventato un’etichetta associata alla criminalità e all’origine straniera. Uno spauracchio utile alla destra per alimentare stereotipi e pregiudizi sui giovani di seconda.
Intervista a Prof.ssa Vera Gheno
Sociololinguista e saggista

Alla conferenza stampa del 19 ottobre sulla legge anti-maranza, un giornalista del Fatto Quotidiano chiede al deputato leghista Igor Iezzi, promotore del pacchetto normativo, e al segretario Matteo Salvini, di definire il termine maranza. Salvini risponde: "Non ne ho idea". Iezzi prova invece a spiegarlo così: "Tra gli italiani di seconda generazione molti sono maranza, cioè coloro che compiono dei reati". Il cortocircuito è evidente: si presenta una proposta politica definita "anti-maranza" senza riuscire a dare una definizione precisa del termine che dovrebbe identificarne il bersaglio.

Ma che cosa significa davvero maranza? Com'è passato dall'essere uno slang giovanile ad etichetta sociale e politica, associata alla criminalità e all’origine straniera? E in che modo questo uso politico del termine, da parte della destra, alimenta un clima d’odio e contribuisce alla rabbia che sta attraversando le piazze italiane in questi giorni?

Fanpage.it ne ha parlato con Vera Gheno, sociolinguista, che subito ribalta lo stereotipo dicendo: "Io i più grandi stronzi li ho incontrati vestiti in giacca e cravatta ed erano bianchissimi".

Partiamo proprio dalla conferenza stampa della Lega. Come si spiega la continua propaganda sulla pelle dei ragazzi di seconda generazione, senza sapere neanche il significato di questo termine dispregiativo?

Da una parte penso che abbiano poca conoscenza del termine, ma è anche vero che questa è strumentale. Sarebbe molto facile informarsi con esattezza. Il problema è che, se definisci con precisione chi è il maranza, ti rendi conto che non è il nemico che hai dipinto, e quindi verrebbe meno quell'effetto. È una precisa tecnica retorica: si dipinge un mostro, che fa paura proprio perché rimane indefinito. È efficace creare uno spauracchio sociale e culturale, perché il fatto che non sia perfettamente definito alimenta la paura.

Come è cambiato il significato di maranza nel tempo? Da dove nasce l'associazione tra questo termine, l'origine straniera e la criminalità?

Negli anni Novanta, quando ne cantava anche Jovanotti, “maranza” voleva dire soprattutto tamarro, zarro, zauro: ci sono tanti termini diversi in Italia. Si indicava una persona vestita in maniera vistosa, con le catenone a vista. Insomma, un certo stile. Ma ricordiamoci che l’abito non fa il monaco. Dobbiamo superare questa idea assurda per cui, se uno è vestito da tamarro, allora è per forza un criminale. Una persona può essere di seconda generazione, vestirsi da tamarro ed essere una bravissima persona. I più grandi stronzi erano bianchissimi e li ho incontrati in giacca e cravatta.

Che cosa succede, nella società, quando si comincia ad associare l'aspetto di una persona alla sua presunta pericolosità?

È facile, oggi se vedi un ragazzo di seconda generazione, anche se non è vestito da tamarro, ormai puoi essere portato automaticamente a ritrarti, perché hai paura che sia un criminale. Questa è la cosa davvero grave: si crea un panico sociale che va in una direzione ben precisa, perché il nemico diventa lo straniero. È un pensiero che caratterizza non solo la Lega, ma più in generale le destre: l'idea che gli stranieri siano il vero problema dell'Italia e che debbano essere rimandati indietro.

L'uso politico di questa accezione alimenta un clima d'odio: quanto di ciò può contribuire alla rabbia e alle tensioni che stanno attraversando le piazze italiane?

Non credo che tutte le devastazioni siano state compiute esclusivamente da giovani di seconda generazione. In piazza c'è un po' di tutto e le motivazioni sono molto differenti. Però esiste un disprezzo generalizzato per i giovani. Abbiamo ignorato le loro proteste sull'ecologia, sull'ambiente, abbiamo sottovalutato gli effetti del Covid e del lockdown su persone che si sono trovate rinchiuse in casa in una fase della vita in cui le relazioni con i propri coetanei sono essenziali. Non si è lavorato abbastanza, secondo me, sulla loro salute mentale. E poi c'è il problema della disoccupazione giovanile, di quello che è stato fatto di sbagliato sulla scuola e di un futuro che sembra essere stato tolto a queste generazioni.

Tutto questo contribuisce a creare un clima in cui le proteste possono degenerare. Io a 50 anni sono incazzata come un picchio, ma se fossi più giovane non avrei nessuna esitazione ad andare a protestare. Posso capire le devastazioni, non le giustifico, perché comunque penso che si possa protestare in tanti modi, anche senza sfondare le vetrine. Però capisco perfettamente da dove venga quella rabbia. E non mi vengano a dire che ai miei tempi non sfondavamo le vetrine: magari non ci interessava la borsa di Vuitton, ma morivamo per una felpa della Best Company. Smettiamola di dire che questi ragazzi sono peggio di noi, perché non è vero.

Che responsabilità hanno i giornali, i telegiornali e i social nel diffondere l'etichetta «maranza»?

È tanto tempo che dico che molte testate hanno rinunciato a fare informazione, perché sono a loro volta vittime del capitalismo dell'informazione e hanno bisogno dei clic. La morbosità che vedo in tante notizie dipende da un ecosistema che si regge sul clickbait: raccontare i fatti in maniera oggettiva, senza particolari morbosi, non sempre garantisce lo stesso risultato. I giornali hanno una grandissima responsabilità, ma il problema alla base è un intero sistema sociale del quale facciamo parte tutti, compresi i media.

Che cosa possiamo fare, concretamente, per evitare che le parole diventino strumenti di stigmatizzazione?

Ognuno di noi ha una responsabilità individuale nell'uso delle parole e può decidere da che parte stare. Penso che bisognerebbe insegnare più linguistica a scuola, aiutando le persone a riflettere sulla lingua: perché usiamo certe parole? Qual è il loro significato? Quale effetto possono avere sugli altri?

Viviamo in una società iperconnessa e siamo diventati tutti piccoli personaggi pubblici. Una volta certe cose le dicevi al bar, oggi le scrivi sui social e possono fare il giro del mondo. Per questo dobbiamo avere più consapevolezza e responsabilità. Non ha molto senso continuare a lamentarsi della situazione senza chiedersi che cosa possiamo fare noi e agire di conseguenza. A me piacerebbe che maranza tornasse a voler dire tamarro, senza nessuna particolare sfumatura di profilazione etnica o razziale e senza voler dire per forza microcriminale.

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