Pacini (PD) a Fanpage: “Serve una vera alternativa di sinistra, non una versione più colorata della destra”
Nel laboratorio politico di una Milano che ha fatto dell'attrattività finanziaria e dei grandi fondi immobiliari la propria narrazione vincente, la sfida per il futuro del centrosinistra riapre una spaccatura d'indirizzo profonda. Lorenzo Pacini, assessore al Municipio 1 e candidato alle primarie come Sindaco di Milano, sceglie la rottura con l'impostazione consolidata della "città vetrina", mettendo sul tavolo una piattaforma dichiaratamente di classe: l'idea di Fronte Popolare, il socialismo municipale e il contrasto alla rendita speculativa.
Mentre il dibattito a sinistra continua a interrogarsi sul perimetro e la forma delle alleanze, la sua piattaforma punta il dito contro un modello di sviluppo accusato di espellere i lavoratori per fare spazio ai milionari, cercando di riportare l'attenzione sulle condizioni materiali delle persone, sui servizi pubblici e su una transizione ecologica sottratta alle logiche di mercato. Dal piano straordinario per 20mila alloggi a canone sociale alla critica verso un centrosinistra che non può ridursi a "una versione più colorata della destra": ne abbiamo parlato con lui a Fanpage.it.
Negli ultimi mesi il dibattito a sinistra si è incartato sulla formula del "campo largo", ma lei hai dichiarato senza mezzi termini che non vuol dire niente e che bisogna parlare piuttosto di un Fronte Popolare. Elly Schlein rivendica da tempo di aver già spostato l'asse del partito a sinistra: questo cambio di rotta basta o no? Ritiene che per battere le destre sia un errore rincorrere il centro?
Non è un cavillo linguistico. Continuiamo a discutere di quanto debba essere largo il campo, senza chiederci abbastanza che cosa vogliamo costruirci dentro. Per me un Fronte Popolare non è semplicemente un’alleanza elettorale tra partiti, ma un progetto politico capace di unire le forze della sinistra, i movimenti, le organizzazioni sociali e soprattutto le persone che oggi non si sentono più rappresentate. E cioè un progetto politico che torni a parlare e a farsi difensore dei diritti e delle condizioni materiali della classe lavoratrice. Elly Schlein ha il merito di riportare al centro del dibattito del Partito Democratico temi che per troppo tempo erano rimasti ai margini, a partire dal lavoro, dai salari e dalle disuguaglianze. E concordo sul fatto che, come ha dichiarato recentemente, inseguendo il centro non si vince.
Il modello di sviluppo che abbiamo perseguito genera grossi problemi strutturali, e le conseguenze sulla qualità della vita delle persone le vediamo ogni giorno. Queste persone, legittimamente, ci chiedono soluzioni nette, radicali e concrete, che offrano una visione alternativa di salari, casa, sanità, servizi pubblici, non una versione più colorata di quello che dice la destra. Servono candidati di sinistra, ma ancora di più: politiche coraggiosamente di sinistra.
Lei parla di socialismo municipale, di limiti netti al capitalismo e di lotta alla "dittatura dei miliardari". Però il centrosinistra governa Milano da oltre dieci anni proprio in stretto raccordo con i grandi fondi immobiliari e i privati. Sta dicendo che quel modello ha mostrato i suoi limiti e che la sinistra deve smettere di fare la versione più moderata della destra?
Questa amministrazione, di cui anch'io faccio parte come Assessore di Municipio, ha lavorato molto per rispondere alle esigenze dei quartieri e alla crescente domanda welfare. Anche con risorse sempre più limitate, dato che gli enti locali sono stati abbandonati dal Governo nazionale. Allo stesso tempo, è stato perseguito un modello di sviluppo che aumentasse a tutti costi "l’attrattività" della città, attirando in verità soprattutto ricchi e turisti, con la conseguenza immediata di alzare il costo della vita per tutti gli altri, i cittadini residenti.
Io penso questa direzione vada radicalmente cambiata, e sostituita da una politica di sinistra, che smetta di allontanare da Milano chi ci lavora, ci vive e la fa funzionare ogni giorno.
Sul tema dell'abitare e del costo della vita la sua ricetta è radicale: tassare le grandi eredità, far pagare di più i multimilionari e i turisti per garantire servizi e case a canone sociale ai lavoratori. Allora le chiedo, di fronte a un mercato immobiliare che ha reso Milano inaccessibile, concretamente, qual è la prima misura anti-mercato che avrebbe il coraggio di approvare domattina, assumendosi (anche) la responsabilità di far scappare i capitali da Milano?
Al cambiamento radicale di ideologia e visione per la città, devono corrispondere scelte concrete che operino sulle leve necessarie ad abbattere il costo della vita. A partire dal problema più pressante, che è quello del caro casa. Basti pensare che ogni anno 40.000 persone lasciano Milano, con una vera e propria sostituzione del tessuto sociale: i lavoratori essenziali vengono espulsi, mentre i milionari stranieri continuano ad arrivare, grazie alla flat tax, gentrificando la città e innalzando ulteriormente il prezzo degli immobili. Per questo, avvierei subito una nuova stagione della rigenerazione urbana, aprendo l’iter per un nuovo Piano di Governo del Territorio fondato su un principio chiaro: ogni nuova costruzione a Milano deve essere accessibile, con prezzi o canoni inferiori a quelli di mercato, sia tramite l’innalzamento dell’obbligo di legge, oggi al 40% per gli interventi sopra i 10.000mq, sia con un sistema di incentivi crescenti per i costruttori.
Non siamo contro l’iniziativa privata: siamo contro lasciare il mercato libero di agire indisturbato, che è come siamo arrivati a questa emergenza, speculativa ancor prima che abitativa. Correggerne gli squilibri e le degenerazioni è fondamentale quando questi finiscono per compromettere un diritto fondamentale come quello alla casa. Se così spaventeremo qualche speculatore, non ci dispereremo. Non a caso, anche l’Unione Europea, con la proposta di Affordable Housing Act, riconosce la necessità di un intervento pubblico più incisivo e di misure straordinarie per affrontare la crisi abitativa. In parallelo, ritengo infatti che il Comune debba tornare a investire direttamente, e solo l’intervento congiunto di pubblico, privato e nuovi operatori possa concorrere all’obiettivo che ci siamo preposti: creare 20.000 abitazioni accessibili in città nei prossimi 5 anni.
Anche sulla crisi climatica la narrazione prevalente punta su incentivi di mercato ed efficientamento privato. La sua visione parla invece di beni comuni strappati alla logica del profitto e della rendita. In che modo questa impostazione si distingue da quello che molti, anche a sinistra, liquidano già come semplice greenwashing di facciata?
Credo che greenwashing sia proprio la pretesa di affrontare una crisi epocale come quella del cambiamento climatico tramite piccoli interventi correttivi sul mercato, con il risultato di privilegiare rendimenti finanziari privatizzati, di certo non il benessere collettivo di lungo periodo. Noi vogliamo rovesciare questa logica e costruire una vera infrastruttura pubblica per la sicurezza climatica della città. Significa, per esempio, aumentare il verde e la copertura arborea partendo dai quartieri più esposti al caldo e alla povertà energetica, anziché concentrare gli interventi nelle zone che già ne dispongono; significa trasformare scuole, asili e spazi pubblici in rifugi climatici accessibili a tutti. Significa anche ripensare il rapporto della città con l’acqua, rendendo davvero capillare l’accesso all’acqua pubblica, depavimentare e fermare il consumo di suolo per rendere Milano più capace di assorbire gli effetti degli eventi climatici estremi.
E sull’energia, pur nei limiti delle competenze comunali, significa sostenere e ampliare le Comunità Energetiche Solidali, semplificarne l’accesso e portarle nell’edilizia pubblica, in modo che la produzione di energia rinnovabile generi benefici economici e sociali direttamente per chi vive nei quartieri.
Anche in questo caso, l’obiettivo non è escludere il privato, ma assicurarsi che sia orientato dall’interesse pubblico e produca benefici concreti e misurabili per la collettività. La transizione ecologica non può essere considerata meramente un nuovo mercato su cui generare profitto, ma va trattata al pari di un’infrastruttura pubblica essenziale, come i trasporti, la casa o l’acqua: qualcosa che deve migliorare prima di tutto la vita quotidiana delle persone e ridurre le disuguaglianze.
Lanciando la sua candidatura alle primarie con uno slogan come "La rivoluzione di Milano", sta sfidando apertamente la dirigenza del PD e la parte più moderata della coalizione. Non teme che il corpo del partito cercherà di neutralizzare o riassorbire questa spinta radicale pur di non alterare gli equilibri di potere con il centro?
Io credo che i partiti siano la loro base, i loro elettori, e le loro idee. Non sono delle regole burocratiche a poter fermare processi politici che nascono dal basso. E sono altresì convinto che la stragrande maggioranza dei nostri elettori di riferimento ambisca a linee politiche chiare, nette, di sinistra. La nostra ambizione collettiva deve essere quella di far tornare a votare il 50% delle persone che oggi si astiene. Non di rincorrere forze politiche minoritarie che pensano di imporre i loro ricatti, né di perdersi in tatticismi esasperati, che finiscono solo per allargare la distanza tra la politica e le persone.
Se lei oggi fosse il Sindaco di Milano, quale sarebbe la prima cosa che farebbe al suo primo giorno a Palazzo Marino? Mi risponda con una frase sola.
Metterei immediatamente al lavoro il Comune per riportare la casa, i servizi essenziali e lo spazio pubblico al centro dell’azione amministrativa: Milano deve tornare a essere una città organizzata intorno ai bisogni di chi la vive, non intorno al profitto.