Siamo cresciuti urlando “Aironuanauèi” davanti a Dawson’s Creek, mandando una quantità imbarazzante di trilli su MSN, passandoci le suonerie dei telefoni via Bluetooth e giocando a Snake sul Nokia 3310. Avevamo gli stessi riferimenti, le stesse canzoni e soprattutto le stesse discutibili mode dei primi anni Duemila: felpe di Winnie the Pooh e matita nera dentro gli occhi, in un improbabile mix tra Avril Lavigne e un peluche. A scuola aspettavamo tutti con la stessa ansia la campanella dell’intervallo, studiavamo la stessa storia d’Italia e all’intervallo tiravamo fuori dallo zaino gli stessi Flauti del Mulino Bianco. Ma quando si contavano gli studenti stranieri, alcuni di noi finivano in una casella diversa dagli altri. Io ero una di loro.
Sono cresciuta a Vicenza, ho frequentato le scuole italiane e ho costruito qui praticamente tutto quello che, da bambina e poi da adolescente, definiva il mio mondo. Eppure le mie compagne di classe erano italiane e io, per lo Stato, no. Una differenza che esisteva nei documenti molto più di quanto esistesse nelle nostre vite. La cittadinanza italiana l’ho ottenuta soltanto da adulta. E proprio per questo penso spesso a quanto mi sarebbe piaciuto, da bambina, entrare nel Comune della città in cui stavo crescendo e sentirmi dire: non possiamo cambiare quello che c’è scritto sul tuo passaporto, ma questa è anche casa tua. Mi sarebbe piaciuto ricevere quella cittadinanza onoraria.
Non avrebbe risolto il problema giuridico, né avrebbe potuto sostituire una legge nazionale. Ma avrebbe significato che la mia città riconosceva qualcosa che nella mia vita era già vero. Ed è anche per questo che credo nello ius scholae. Non soltanto perché la scuola è il luogo in cui impariamo matematica, storia o grammatica, ma perché è uno dei primi luoghi in cui impariamo a essere parte di una comunità. Ci passiamo migliaia di ore della nostra infanzia e adolescenza, impariamo una lingua, conosciamo la storia del Paese in cui viviamo, condividiamo regole, relazioni, responsabilità e amicizie. È lì che, molto prima di avere piena consapevolezza di cosa significhi la parola “appartenenza”, cominciamo concretamente ad appartenere.
Per questo aver completato un ciclo scolastico in Italia non è un dettaglio burocratico. Significa aver trascorso anni crescendo insieme ai propri coetanei, aver costruito legami con un territorio e aver fatto un pezzo importante del proprio percorso dentro la stessa comunità.
Se tutto questo non basta nemmeno per dire simbolicamente a un bambino “questa è anche casa tua”, allora dovremmo chiederci che cosa intendiamo davvero quando parliamo di integrazione. Oggi la legge italiana non riconosce lo ius scholae e un sindaco o una sindaca, naturalmente, non può concedere la cittadinanza italiana: per quella serve una legge dello Stato.
Ma le città non sono obbligate a restare ferme ad aspettare. Alcune hanno già cominciato. Bologna, Firenze, Trento, Bergamo, Torino, Ravenna, Foggia, Empoli, Modena e Parma sono solo alcune delle città italiane che, con formule e criteri differenti, hanno scelto di riconoscere simbolicamente come parte della propria comunità bambini e ragazzi che per lo Stato italiano sono ancora stranieri. A Firenze ho avuto modo di vedere da vicino il significato di questa scelta. L’anno scorso sono stata invitata dalla sindaca Sara Funaro a intervenire poco prima della cerimonia di consegna dello ius scholae onorario. Fino a quel momento ne avevo discusso soprattutto come proposta politica; quel giorno, invece, ho visto cosa significasse concretamente per quei ragazzi e per le loro famiglie. Ricordo l’emozione dei ragazzi e delle ragazze, ma forse ancora di più quella delle loro famiglie. Perché in quel riconoscimento rivolto ai figli c’era qualcosa che riguardava anche i genitori: la sensazione che una città stesse finalmente riconoscendo e legittimando un percorso familiare, anni di vita, di scuola, di lavoro e di relazioni costruite lì. Non era un passaporto e nessuno fingeva che lo fosse. Ma proprio per questo sarebbe sbagliato liquidarlo come un pezzo di carta. Sono esperienze che dimostrano una cosa molto semplice: si può fare.
E allora facciamolo. Non in qualche città, ma in cento, duecento, cinquecento città.
Vorrei lanciare un appello molto concreto ai sindaci e alle sindache, a partire da quelli delle amministrazioni progressiste: introducete lo ius scholae simbolico nei vostri Comuni, modificando dove necessario gli Statuti, approvando i regolamenti e istituendo registri che permettano di riconoscere bambini e ragazzi che hanno concluso un ciclo di studi nelle nostre città.
E proviamo a fare anche qualcosa in più: facciamolo insieme, nello stesso periodo, in tutta Italia. Immaginiamo centinaia di municipi che aprono contemporaneamente le proprie porte e migliaia di bambini che entrano insieme alle famiglie, agli insegnanti e ai compagni di scuola, accolti dai sindaci e dalle sindache nella casa della loro città.
Non potremo consegnare loro il passaporto italiano, perché quella responsabilità appartiene al Parlamento. Ma possiamo consegnare qualcosa che non sia soltanto un attestato: il riconoscimento pubblico che la comunità di cui fanno parte li considera davvero parte di sé, con lo stesso orgoglio e la stessa dignità dei compagni seduti nel banco accanto. Se lo fa un Comune, resta un gesto simbolico. Se lo fanno centinaia di Comuni nello stesso momento, quel simbolo assume inevitabilmente un significato politico e diventa un messaggio rivolto al Governo e al Parlamento: mentre la politica nazionale continua a rimandare una riforma della cittadinanza, le città possono cominciare a riconoscere il Paese che esiste già. Un Paese in cui bambini con passaporti diversi siedono negli stessi banchi, parlano con lo stesso accento, crescono con gli stessi riferimenti e costruiscono insieme la propria idea di futuro.
Vent’anni fa tra quei bambini c’ero io. Oggi sono altri, e abbiamo la possibilità di fare per loro qualcosa che avremmo voluto fosse fatto per noi. Io quella cittadinanza onoraria avrei voluto riceverla. Oggi possiamo darla a loro. Facciamolo.