Victoria Karam: “Salvini spara slogan e cavalca le paure, ma siamo italiani anche noi: accettatelo”

“Dal mio primo respiro sono stata italiana”, dice a Fanpage.it Victoria Karam, oggi assistente parlamentare a Bruxelles, di origini brasiliane. Lei, come altri italiani “di fatto”, finisce nel calderone della propaganda della destra ogni volta che un cittadino di origini straniere è accusato di qualche reato. Ed è stanca di sentirsi addossare la colpa da politici come Salvini che “spara slogan e cavalca le paure delle persone”.
Intervista a Victoria Karam
assistente parlamentare a Bruxelles e coordinatrice delle Politiche Ue del Pd a Vicenza, autrice del libro del libro "Volti italiani. 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza"
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"Dal mio primo respiro sono stata italiana: lo sono stata in tutte le esperienze di vita quindi non c'è nulla da integrare", dice a Fanpage.it Victoria Karam, oggi assistente parlamentare a Bruxelles e coordinatrice delle Politiche Ue del Pd a Vicenza. Nata in Italia da genitori brasiliani, ha dovuto aspettare 22 anni per veder riconosciuta sulla carta la sua cittadinanza italiana. Lei, come tanti altri italiani "di fatto", finisce nel calderone della propaganda securitaria della destra ogniqualvolta un cittadino di origini straniere finisce sui giornali accusato di qualche reato. Ed è stanca di sentirsi addossare la colpa da politici o esponenti di governo come il ministro Salvini, che "spara slogan e cercare di aumentare la distanza sociale e le paure delle persone". La richiesta sua e di molti altri ragazzi e ragazze italiani finora è rimasta inascoltata: cambiare la legge sulla cittadinanza.  "Non vuol dire regalare qualcosa. Vuol dire semplicemente riconoscere l'Italia che oggi esiste".

Dopo quello che è successo a Modena tu hai scritto una lettera, pubblicata su Fanpage, indirizzata al ministro Salvini. In quella lettera dici: sono una nuova italiana e mi sono stufata di sentirmi in colpa e di essere chiamata in causa per ogni episodio di cronaca che coinvolge un cittadino di origini straniere (anche se in questo caso è stato chiarito subito fosse italiano). Vuoi spiegarci meglio il tuo messaggio?

Quello che cercavo di trasmettere è che ogni volta che succede qualcosa di tragico, che ha un cognome, una pelle, una storia familiare che viene percepita come diversa, viene immediatamente trascinato in un dibattito pubblico sulla sicurezza, sull'integrazione o sull'immigrazione. A Modena è successo questo. Si è iniziato subito a parlare di "seconde generazioni", di "integrazione fallita". Ma dobbiamo stare attenti perché quando parliamo di seconde generazioni parliamo di più di 1 milione e 300mila ragazzi e ragazze che sono nati qui, cresciuti qui e che hanno ovviamente storie molto diverse tra loro. Credo che sia profondamente sbagliato giudicare un'intera generazione come se fosse da tenere sott'occhio sulla base di un singolo episodio di cronaca. Una società che secondo me invece riesce a raggiungere la sua maturità è una società in grado di distinguere quella che è la responsabilità individuale da quella che è un'intera collettività. Secondo me tantissimi ragazzi e ragazze come me si sentono un po' stanchi di dover rispondere non come individui ma come simboli da giudicare. Perché questo porta quasi a dimostrare di meritarsi il luogo in cui si è nati.

Hai parlato anche di come la destra ha usato due pesi e due misure nel trattare l’attentato a Modena e il caso di Bakari Sako, il bracciante maliano ucciso a Taranto da un gruppo di sei ragazzi italiani. Nel primo si è parlato subito di immigrazione, integrazione, sicurezza, nel secondo di disagio giovanile e periferia. Perché secondo te?

Perché c'è sempre un doppio standard su come si racconta. È anche un'opportunità da parte di una certa parte politica che se ne approfitta e cavalca le paure delle persone. Noi l'abbiamo visto molto bene a Taranto. Bakari Sako è stato ucciso da cinque ragazzini italiani. Un bracciante del Mali che magari stava andando a lavoro. La cosa più tragica è pensare che quando ha chiesto aiuto ad un bar è stato allontanato. Quando iniziamo a vedere un ragazzo nero come un problema anziché come una persona prima di tutto c'è qualcosa che non funziona. Questo doppio standard inevitabilmente disumanizza certe persone invece  implicitamente ne assolve altre, senza avere una coerenza nel giudizio. Questo doppio standard può diventare molto pericoloso quando si giudica prima di aver accertato i fatti.

Sempre nella lettera tu scrivi “io non mi sento integrata, io sono sempre appartenuta”. Allora, sulla base della tua esperienza, ti chiedo: credi che l’Italia sia un Paese razzista?

Ma io non credo che l'Italia sia razzista o non razzista. La società è molto più complessa di così. Credo che esiste un razzismo latente che si manifesta soprattutto nelle aspettative, nei pregiudizi, nel modo in cui certe persone vengono raccontate. Quando io dico "non mi sento integrata, sono sempre appartenuta" è perché non si può integrare qualcosa che nasce dal primo giorno della sua vita già dentro il tessuto sociale, economico, umano di questo Paese. Io dal mio primo respiro sono stata italiana: lo sono stata in tutte le esperienze di vita quindi non c'è nulla da integrare. Allo stesso tempo, l'Italia è un Paese straordinario fatto di associazioni, volontariato, un terzo settore molto forte che lavora tutti i giorni nelle periferie, nei quartieri, nelle scuole nei centri sportivi sulle condizioni sociali e sulla solidarietà. Siamo il più grande volontariato in Europa: esiste sicuramente un'Italia diversa ma credo che ci sia una differenza evidente tra l'Italia reale e ciò che viene raccontato soprattutto da alcune parti politiche.

Dopo Modena Salvini ha rilanciato la proposta di revocare la cittadinanza e il permesso di soggiorno per “chi delinque”. Come ti ha fatto sentire leggere quelle parole da parte di un ministro? 

Delusa. In più c'è una riflessione che vorrei fare. Secondo me si può decidere che ministro essere. Si può assumere la responsabilità del ruolo istituzionale che si ha, anche partendo da posizioni politiche distanti e lavorare su proposte fedeli alla Costituzione, che rispettino i suoi principi e i suoi limiti. Oppure si può decidere di fare il ministro come lo fa Salvini e quindi sparare slogan e cercare di aumentare la distanza sociale, le paure e le diffidenze delle persone. Un ministro che ha letto (o quantomeno si spera) la Costituzione e che dovrebbe anche rispettarla, sappia che sulla base dell'articolo 3 la Repubblica cerca di diminuire le disuguaglianze e di promuovere la partecipazione di tutti in modo uguale. Poi un'altra cosa: quando si parla di reati così violenti come nel caso di Modena si parla anche di fragilità psicologiche e di salute mentale. Ridurre tutto alla cittadinanza rischia di essere molto pericoloso e inefficiente perché non solo non si risolve il problema della sicurezza ma non si guarda neanche in faccia il problema reale, che invece esiste.

Nel tuo libro tu racconti le storie di italiani di seconda generazione – in alcuni casi persone nate in Italia ma con origini straniere, in altri nate all’estero e cresciute nel nostro Paese – e del loro faticoso percorso per diventare cittadini. Perché seconde te è importante cambiare la legge sulla cittadinanza?

Sul libro "Volti italiani" noi mostriamo i volti di ragazzi e ragazze che sono arrivati in Italia piccoli o che ci sono nati e che non hanno la cittadinanza. Alcuni l'hanno ricevuta e hanno dovuto aspettare tantissimo come nel mio caso. L'ho ricevuta a 22 anni, nonostante io sia nata e cresciuta qui e tutta la mia vita l'abbia svolta in Italia. Dobbiamo capire che questi sono ragazzi che vivono in Italia, studiano nelle nostre scuole, frequentano i nostri figli, parlano dialetto, litigano con l'Italia come si litiga con la propria casa. Eppure non lo sono per legge, non vengono riconosciuti italiani per tantissimi anni. Bisogna capire che tipo di Paese vogliamo essere. Ci sono ancora 900mila studenti nelle classi italiane che non hanno la cittadinanza. Bisogna capire cosa vogliamo dire loro: se l'Italia è il posto dove possono costruire la loro vita, le loro famiglie e dove possono investire, magari cercando di aprire un'attività o trovando il lavoro della loro vita, e in qualche modo sentirsi a casa, oppure se saranno sempre degli ospiti non troppo graditi che appena possibile desidereremmo cacciare. Cambiare la legge sulla cittadinanza non vuol dire regalare qualcosa. Vuol dire semplicemente riconoscere l'Italia che oggi esiste e che è fondamentale per la sopravvivenza di questo Paese. Visto che tra poco ci saranno gli ottant'anni della Repubblica italiana quello che vorrei chiedere alla Repubblica è di riconoscere tutti i suoi figli senza alcuna discriminazione.

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