Giorgia Meloni potrebbe dimettersi a marzo: quando si andrebbe a votare
A Palazzo Chigi la consegna ufficiale rimane quella di smentire categoricamente ogni voce di addio prematuro, ribadendo la ferma intenzione di completare l'intera legislatura. Dietro la facciata pubblica, tuttavia, i movimenti all'interno dei partiti di governo suggeriscono l'elaborazione di piani ben diversi. Stando a quanto ricostruito dal quotidiano la Repubblica, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe infatti illustrato ai vertici di maggioranza, incontrando Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, un disegno strategico preciso: anticipare la fine naturale dell'esecutivo per presentarsi al giudizio degli elettori forte di un momento di massima visibilità istituzionale.
Il vertice di Roma come trampolino per il Colle
Il perno attorno a cui ruoterebbe questa ipotesi è il Consiglio europeo straordinario programmato a Roma per celebrare i settant'anni dalla storica firma dei Trattati istitutivi della Cee. Un evento di altissimo profilo diplomatico, concordato con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e con il via libera del premier belga Bart De Wever, che per l'occasione ha acconsentito a spostare la riunione lontano dalla sede canonica di Bruxelles. Nelle intenzioni attribuite alla premier, sfilare sulla scalinata del Campidoglio insieme a tutti i leader dei Ventisette rappresenterebbe il sigillo ideale della propria esperienza di governo. Subito dopo la conclusione del vertice, a fine marzo, Meloni salirebbe al Quirinale per formalizzare il passo indietro di fronte al Capo dello Stato, chiudendo il mandato con qualche mese d'anticipo rispetto alla scadenza naturale.
La corsa contro il tempo e la finestra del 16 maggio
Una volta formalizzate le dimissioni e decretato lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica, scatterebbero i meccanismi previsti dalla Costituzione e dalla legge elettorale. I vincoli normativi impongono che il voto si tenga entro una finestra temporale compresa tra i 45 e i 70 giorni dallo scioglimento. Facendo scattare il cronometro dai primissimi giorni di aprile, la data più vicina formalmente disponibile sul calendario risulterebbe quella di domenica 16 maggio. Si tratterebbe di una campagna elettorale fulminea, concentrata in poche settimane primaverili, che vedrebbe le forze politiche chiamate a una mobilitazione immediata.
L'opzione election day a giugno e il nodo delle città
Benché maggio rappresenti la prima data utile, l'orientamento che raccoglie maggiori consensi all'interno della coalizione, caldeggiato in particolare dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e dal responsabile del programma di Fratelli d'Italia Francesco Filini, punta a far slittare il voto ai primi di giugno. Questa scelta permetterebbe di dare vita a un vero e proprio election day, unificando le elezioni politiche con la tornata delle amministrative.
L'accorpamento comporta vantaggi logistici e di mobilitazione ma pone anche complesse sfide politiche: tradizionalmente il centrodestra guarda con prudenza alla sovrapposizione tra voto nazionale e locale, temendo l'effetto traino dell'elettorato progressista nei grandi centri urbani. Proprio per questo la prospettiva di votare a giugno sta già costringendo i leader ad accelerare le trattative per blindare le candidature a sindaco in città cruciali come Milano, Roma, Napoli e Torino, dove gli equilibri tra alleati restano ancora da definire.