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Il più grande nemico di Giorgia Meloni si chiama Donald Trump

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Il grande paradosso della parabola politica di Giorgia Meloni è che tutto è cominciato ad andare male quando Trump è arrivato alla Casa Bianca. Cronaca di una nemesi da manuale.

E se Trump non avesse mai vinto le elezioni e non fosse mai diventato presidente degli Stati Uniti, il 5 novembre del 2024? Non sappiamo se Giorgia Meloni se lo sia mai chiesto, ma forse sarebbe la prima cosa che le chiederemmo, il giorno in cui riuscissimo mai a intervistarla. Pensava davvero che sarebbe andata così, quando ha vinto Donald Trump? Perché davvero, per la premier, tutto ha cominciato ad andare male quando il candidato repubblicano, il campione della destra globale, è tornato alla Casa Bianca.

Come sarebbe andata se non ci fossero stati i dazi americani sulle merci europee, che hanno colpito un Paese come il nostro, che da sempre vive di export più che di domanda interna? Se le continue ed erratiche mosse del presidente americano non avessero reso ancora più fragile la già debole crescita economica europea e italiana?

E come sarebbe andata se nessuno ci avesse imposto di spendere il 5% del nostro PIL per armarci, perché gli Usa dovevano riequlibrare la bilancia commerciale con l’Europa? Cosa avrebbe potuto dire e fare Meloni, se non fosse stata soggetta a un vincolo di fedeltà con l’inquilino della Casa Bianca?

Continuiamo? Come sarebbe andata se l’America avesse continuato a sostenere l’Ucraina, invece che lasciare il cerino degli aiuti militari a Kiev in mano ai Paesi europei – in primis l’Italia, che con Meloni ha scelto di stare a fianco di Zelensky senza se e senza ma – rafforzando il potere negoziale di Putin e allontanando la possibilità di una pace in Ucraina?

E di cosa staremmo parlando oggi, senza la decisione folle di Trump e Netanyahu di dichiarare guerra all’Iran e di generare una crisi energetica globale che ha portato il prezzo della benzina verso i due euro e mezzo al litro?

Non è finita qua: senza tutte le crisi di cui abbiamo detto sinora e senza l’esplicito sostegno di Trump, di Vance, di Elon Musk a partiti come AfD staremmo parlando della crescita di forze di estrema destra che destabilizzano ulteriormente l’Europa? Ci sarebbe stato Vannacci, se non ci fosse stato Trump?

E in prospettiva, è pure peggio. Perché la guerra in Iran continuerà, e dopo Hormuz è sempre più a rischio la sicurezza dello stretto sul mar Rosso di Bab al Mandab, minacciato dagli Houti.

Perché, grazie a Trump, Putin non ha nessun interesse a chiudere oggi la partita in Ucraina, ma può serenamente aspettare che il ciclo politico europeo porti al governo forze non ostili alla Russia come il Rassemblement National, magari pure AfD o – perché no? – Futuro Nazionale.

Perché più l’economia rallenterà, più le forze antisistema in Europa cresceranno, più il quadro si farà instabile, meglio sarà per i nemici dell’Italia e dell’Europa.

Ecco perché, fossimo in Meloni, affideremmo tutte le nostre speranze a una rovinosa sconfitta di Trump alle prossime elezioni di metà mandato. Perché il grande paradosso della destra italiana al governo, è che stava molto meglio quando stava peggio. Con un democratico alla Casa Bianca. E con un Europa molto meno a destra di quanto lo sia ora.

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