La Fase 2 dell'emergenza coronavirus è ormai pienamente avviata. Ma ci sono ancora molti nodi da sciogliere dal punto di vista sanitario: infatti l'indagine siero-epidemiologica non è ancora stata avviata e sull'app Immuni, che dovrebbe tracciare i contatti e rendere più semplice circoscrivere eventuali nuovi focolai, devono ancora cominciare le sperimentazioni. La fondazione Gimbe, un think tank che si occupa di ricerca in ambito sanitario, sottolinea allora come in un quadro di questo tipo l'unica strategia da applicare per rendere più sicuro il ritorno alla normalità sarebbe un mirata estensione dei tamponi. Ma questi continuano ad essere troppo pochi.

La comunità scientifica internazionale avverte: la fase di riapertura deve essere basata su tre pilastri. Testing, tracing e treatment. In altre parole, un piano di estensione dei tamponi per individuare i soggetti asintomaci, uno di tracciatura dei casi (attraverso l'app Immuni) e un adeguato isolamento dei casi positivi. Il tutto accompagnato da indagini siero-epidemiologiche che informino sulla diffusione del virus nella popolazione. Tuttavia, in Italia, mancano le infrastrutture tecnologiche per avviare un programma di questo tipo, la cui necessità è altissima dal momento che non abbiamo ancora i dati sull'impatto dell'allentamento del lockdown sull'epidemia.

I tamponi diagnostici sono ancora pochi

Al momento, i numeri dell'ultima settimana continuano a confermare il calo di ricoveri e il rallentamento del contagio. In particolare, dal 13 al 20 maggio, il monitoraggio della fondazione Gimbe ha registrato 5.318 nuovi casi totali e 1.224 decessi; negli ospedali, invece, si solo liberati 2.528 posti letto, di cui 217 in terapia intensiva. "Se i dati ospedalieri sono affidabili e tempestivi, il numero di nuovi casi è direttamente influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni, che su questo in parte si mostrano restie, verosimilmente per il timore non dichiarato di veder aumentare troppo le nuove diagnosi che le costringerebbero ad applicare misure restrittive", afferma il presidente del think tank, Nino Cartabellotta. La fondazione denuncia inoltre come le indicazioni in materia di tamponi siano rimaste quelle ministeriali del 20 marzo e del 3 aprile, secondo cui questi vadano eseguiti su casi sintomatici o paucisintomatici, sui contatti a rischio, sugli ospiti delle residenze per anziani e sugli operatori sanitari: ma non è stata lanciata una nuova strategia a livello nazionale per quanto riguarda l'esecuzione dei tamponi nella fase 2.

Le differenze tra le Regioni

La fondazione ha quindi aggiornato la sua analisi sui tamponi effettuati sul territorio. "Per valutare la reale propensione di una Regione all’attività di testing e tracing sono stati considerati solo i tamponi “diagnostici” e non quelli “di controllo”, utilizzati per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test", specifica Cartabellotta. E rileva che nelle ultime quattro settimane, cioè dal 23 aprile al 20 maggio, nel nostro Paese sono stati effettuati in totale 1.658.468 tamponi: di questi il 38,3% erano di controllo e il 61,7 diagnostici. Ma su questo le differenze tra le Regioni continuano ad essere ampie. Si va dal 34,1% della Campania al 98,2% della Calabria. La media nazionale è di 61 tamponi diagnostici al giorno ogni 100 mila abitanti, ma Gimbe torna a evidenziare come questa tenda a variare moltissimo tra le Regioni.

Inoltre, se si confronta il periodo che va da 7 al 20 maggio, cioè quando la fase di riapertura era già cominciata, con le settimane precedenti, si noterà che diverse Regioni hanno addirittura ridotto il numero medio di tamponi diagnostici al giorno ogni 100 mila abitanti. Se 12 Regioni con l'allentamento del lockdown hanno aumentato i tamponi effettuati per individuare nuovi casi, 9 li hanno invece diminuiti.

I rischi per la Fase 2

Queste marcate variabilità regionali non trovano ormai giustificazioni: anzi, potrebbero essere fuorvianti nel calcolo del valore Rt le autorità regionali devono comunicare al ministero della Salute. In generale, la media giornaliera di tamponi diagnostici eseguiti è ancora troppo bassa rispetto alle esigenze di testare e tracciare che comporta la Fase 2, sottolinea la fondazione. Cartabellotta quindi conclude: "Per quasi tutte le Regioni la ricerca attiva di contagi asintomatici e la tracciatura dei loro contatti non rappresentano una priorità nonostante siano strumenti indispensabili della Fase 2. Dopo essere stati colti impreparati nella Fase 1 senza mascherine, DPI, ventilatori, stiamo pericolosamente rinunciando a giocare d’anticipo affrontando la Fase 2 con armi spuntate: considerati i clamorosi ritardi dell’app Immuni e dell’indagine siero-epidemiologica, l’unica arma a disposizione oggi sono i tamponi diagnostici. Eseguirne pochi aumenta il rischio di una seconda ondata perché il monitoraggio della Fase 2 potrà essere effettuato solo tardivamente sulla base dell’ aumento dei ricoveri ospedalieri".