Mancano pochi giorni al 18 maggio, data in cui nel Paese (o almeno in alcune parti) si potrà cominciare a tornare alla normalità, con la riapertura di bar e ristoranti e la fine dei divieti agli spostamenti. I dati circa l'epidemia di coronavirus continuano a mostrare un costante calo dei nuovi casi e un progressivo svuotamento degli ospedali, specialmente per quanto riguarda le terapie intensive. Se guardiamo esclusivamente ai posti letto liberi nelle strutture ospedaliere, il Paese appare sicuramente pronto ad affrontare la nuova fase dell'emergenza il prossimo 18 maggio. Ma lo è davvero?

Ci sono altre questioni da considerare. In primis, che gli effetti dell'allentamento delle misure restrittive si vedranno solo a partire dalla prossima settimana: dal 18 maggio, giorno in cui numerose attività riapriranno e molte persone usciranno di casa per incontrare i propri amici, si potrà effettivamente capire se con la Fase 2 iniziata lo scorso 4 maggio ci sia stata o meno una nuova impennata di contagi. Non prima. A lanciare l'allarme è la fondazione Gimbe, un think tank che si occupa di ricerca in ambito medico e sanitario e che da mesi ormai monitora l'evoluzione dell'emergenza coronavirus.

"L'epidemia è ancora attiva"

In queste ore si attendono le pagelle del ministero della Salute: dei documento contenente il tasso dei nuovi casi sui territori, il valore Rt attuale e la capacità degli ospedali di far fronte a nuovi aumenti di contagi. Ai governatori delle Regioni verranno comunicati i risultati del monitoraggio di questi giorni sulla diffusione del virus e sulla capacità dei territori di circoscrivere nuovi focolai: da questi sarà poi possibile identificare i territori pronti alla riapertura e quelli dove sarà necessario invece mantenere ancora una linea di cautela. Secondo la fondazione Gimbe, che ha analizzato la situazione epidemiologica tra il 7 e il 13 maggio, nell'ultima settimana si sono registrati 7.647 nuovi casi totali e 1.422 nuovi decessi. I pazienti ricoverati sono stati 3.597 in meno e nelle terapie intensive si sono liberati 440 posti letto.

"Se da un lato questi numeri alimentano l’ottimismo e invitano ad anticipare riaperture di attività e servizi, dall’altro bisogna essere consapevoli che l’epidemia è ancora attiva, che in Italia si stimano 3-4 milioni di persone contagiate e che i soggetti asintomatici rappresentano una fonte certa di contagio", commenta il dottor Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe. "Tuttavia, nel dibattito pubblico delle ultime settimane la vertiginosa rincorsa alle riaperture ha preso il sopravvento rispetto ad una scrupolosa programmazione sanitaria della Fase 2 su cui non mancano criticità", aggiunge Cartabellotta.

Perché bisogna essere ancora prudenti

Ci vuole ancora prudenza nella programmazione delle riaperture, sottolineano dalla fondazione Gimbe. E ci sono alcuni elementi sulle tempistiche da considerare. In primo luogo il fatto che il tempo medio tra un contagio e la comparsa di sintomi è di 5 giorni, con un range da 2 a 14 giorni. Bisogna poi considerare i tempi necessari per arrivare alla diagnosi: va richiesto il test, eseguito il tampone, analizzato in laboratorio e compilato il referto. Un processo per cui tra i primi sintomi e la diagnosi passano in media 9-10 giorni. Infine bisogna tenere conto che la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile non è automatica e immediata, ma potrebbe subire dei ritardi. Sono tutti elementi che dimostrano come gli effetti concreti dall'allentamento del lockdown a partire dallo scorso 4 maggio non sono ancora visibili. Potranno essere calcolati solo tra il 18 maggio e la fine del mese.

Proviamo a fare un esempio concreto. Ipotizziamo che una persona abbia contratto il virus lo scorso 6 maggio, dopo l'avvio della seconda fase dell'emergenza, cioè quella di graduale riapertura. Prima che inizi a sviluppare i sintomi passeranno alcuni giorni: potrebbe cominciare a stare male solo a partire dall'11 maggio. A quel punto scatterebbe l'allarme e il paziente verrebbe sottoposto a tampone per accertare che si tratti, o meno di coronavirus. Perché  la diagnosi sia pronta, come abbiamo visto, devono passare altri giorni: questa potrebbe arrivare giovedì 21 maggio. Quindi diversi giorni dopo la riapertura dei locali e il ritiro dei divieti agli spostamenti.

C'è il rischio di un nuovo picco prima dell'estate

I dati che dovrebbero effettivamente indicare se sia sicuro o meno riaprire ulteriormente dal prossimo 18 maggio non li abbiamo ancora. I numeri sull'attuale andamento dell'epidemia sono la fotografia della fase di lockdown. Cartabellotta ribadisce che, dal momento in cui la diagnosi di infezione da coronavirus può arrivare anche due o tre settimane dopo il momento del contagio, "solo tra due settimane conosceremo gli Rt conseguenti all'allentamento del 4 maggio". Il dato sulla capacità degli ospedali è disponibile in tempo reale, ma non è lo stesso per quello che evidenzia l'andamento della curva dei contagi.

La fonazione Gimbe evidenzia quindi come sia necessario essere consapevoli che le decisioni prese in questo momento non possono essere informate dai dati. E ribadisce: l'impatto dell'allentamento del lockdown si potrà misurare solo a partire dalla prossima settimana. "Il “contagioso” entusiasmo per la Fase 2 sta generando un pericoloso effetto domino sulle riaperture rischiando di vanificare i sacrifici degli italiani. Infatti, decidere la ripresa di attività e servizi sulla base di dati che, occupazione di posti letto a parte, riflettono ancora il periodo del lockdown, aumenta il rischio di una seconda ondata all'inizio dell’estate", conclude Cartabellotta.