Disoccupazione giovanile in Italia: perché l’ingresso nel mondo del lavoro resta difficile e cosa dicono i dati

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Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), sebbene il tasso di giovani inattivi sia in forte calo negli ultimi anni, in Italia il rapporto tra disoccupati under 25 e adulti rimane tra i più alti d’Europa. A pesare sono soprattutto la precarietà contrattuale, il part-time involontario e un rilevante saldo migratorio di laureati verso l’estero. Ecco i dati e le stime principali.

Il mercato del lavoro per le giovani generazioni in Italia sta attraversando una complessa fase di transizione, come evidenziato dal recente rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). Se da un lato l'analisi dell'agenzia delle Nazioni Unite evidenzia un importante calo della percentuale di ragazzi e ragazze che non studiano e non lavorano, dall'altro emergono profonde fragilità strutturali del nostro sistema. Il divario tra i giovani in cerca di occupazione e la popolazione adulta rimane tra i più elevati d'Europa, alimentato da un ricorso diffuso ai contratti a termine, da livelli retributivi spesso non competitivi e da una frequente sovraqualificazione dei laureati e delle laureate rispetto alle mansioni ricoperte. Un quadro a cui si aggiungono, infine, marcate disparità di genere e i rischi legati alla trasformazione dei ruoli d'ingresso aziendali prodotta dall'avvento delle nuove tecnologie.

Il rapporto tra disoccupazione giovanile e inattività

Per comprendere le difficoltà di chi cerca lavoro in Italia, i report internazionali osservano da vicino il rapporto tra i giovani in cerca di impiego e gli adulti nella stessa condizione. Il primo dato che balza all'occhio riguarda una forte sproporzione: nel nostro Paese si contano quasi quattro disoccupati con meno di 25 anni per ogni persona senza lavoro che ha un'età pari o superiore ai 25 anni. In pratica, la probabilità di trovarsi senza un'occupazione risulta decisamente più elevata per chi si affaccia per le prime volte sul mercato rispetto a chi appartiene a fasce d'età più mature.

Accanto a questo indicatore, le analisi valutano il fenomeno dei cosiddetti Neet (dall'inglese Not in Education, Employment, or Training), ovvero i ragazzi e le ragazze tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione o aggiornamento. Su questo fronte si registra un importante segnale di miglioramento: nell'arco di dieci anni la percentuale di questi giovani inattivi si è quasi dimezzata, scendendo dal 25,7% al 13,3%.

Sebbene si tratti della riduzione più consistente osservata tra tutti i Paesi dell'Unione Europea, la quota italiana di Neet rimane comunque al di sopra della media continentale, a dimostrazione di come il recupero non abbia ancora annullato del tutto il ritardo rispetto agli altri partner europei.

La fuga dei talenti qualificati verso l'estero

Le limitate prospettive di carriera e i livelli salariali ridotti spingono molti giovani professionisti a cercare opportunità lavorative fuori dai confini nazionali. Nell'arco di un decennio si contano circa 367mila italiani tra i 25 e i 34 anni che hanno trasferito la propria residenza all'estero, dei quali quasi 146mila in possesso di un titolo di laurea. Nello stesso arco temporale, i giovani laureati rientrati in Italia sono stati poco più di 49mila. Questo sbilanciamento genera un saldo negativo di circa 97mila giovani altamente qualificati, determinando una grave perdita di capitale umano che impoverisce la capacità di innovazione e la competitività del sistema economico nazionale.

Le cause del fenomeno: precarietà contrattuale, sovraqualificazione e divari territoriali

Questa scelta di espatriare trova una spiegazione diretta nelle condizioni che attendono chi decide di rimanere e costruire il proprio futuro in Italia. L'ingresso nel mercato del lavoro interno avviene infatti spesso all'insegna dell'incertezza, della qualità ridotta dei contratti e della scarsa valorizzazione delle competenze. Più di un lavoratore su tre con meno di 30 anni è impiegato con un contratto a tempo determinato, ovvero a scadenza. A questa precarietà si aggiunge il fenomeno del part-time involontario, che coinvolge oltre il 60% dei giovani occupati a orario ridotto: una scelta subìta per la mancanza di offerte a tempo pieno sul mercato.

Accanto alla stabilità contrattuale emerge il problema della sovraqualificazione, con quasi un quarto dei laureati e delle laureate tra i 20 e i 34 anni che svolge mansioni inferiori rispetto al titolo di studio conseguito. A spingere ulteriormente i giovani all'estero o lontano dalle proprie origini si sommano poi le spaccature territoriali e di genere: tra chi ha concluso gli studi, la percentuale di occupati supera l'81% nelle regioni del Nord ma crolla attorno al 54% nelle aree del Mezzogiorno, con gli uomini che registrano tassi di occupazione superiori di oltre quindici punti percentuali rispetto alle donne.

L'impatto dell'automazione sui ruoli d'ingresso nel mercato del lavoro

A complicare un contesto già segnato da precarietà, sottoccupazione e spaccature geografiche si aggiunge una nuova variabile strutturale: l'impatto della tecnologia. La progressiva diffusione dell'intelligenza artificiale e dei sistemi automatizzati sta infatti trasformando in modo profondo proprio il modo in cui le giovani generazioni muovono i primi passi nel mondo del lavoro. I compiti che per decenni hanno rappresentato il classico punto di partenza nelle aziende, dalle mansioni d'ufficio e amministrative di base all'assistenza clienti, fino ad arrivare alle vendite al dettaglio e ad alcune lavorazioni tecniche nell'industria, vengono sempre più spesso affiancati o gestiti da software intelligenti.

Questa evoluzione non significa che tali posti di lavoro siano destinati a sparire dall'oggi al domani. Piuttosto, il cambiamento in atto alza il livello delle competenze richieste fin dal primo giorno di assunzione, rendendo più complessa la fase di selezione per chi è del tutto privo di esperienza diretta.

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