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Quando Mario Roggero minacciò con la pistola il fidanzato della figlia: cosa dicono le carte

Nelle sentenze di primo e secondo grado nei confronti di Mario Roggero è riportato anche l’episodio del 2005, che comportò per il gioielliere una condanna per ingiurie e minacce.
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A cura di Redazione
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Nella sentenza con cui la Corte di Assise di Asti ha condannato Mario Roggero a 17 anni di reclusione (poi ridotti in appello a 14 anni e 9 mesi) per aver ucciso due persone e ferito gravemente una terza, sono riportati anche i particolari di una vicenda di cui si sta discutendo molto in questi giorni. Ovvero, quella della precedente condanna del gioielliere di Grinzane Cavour per ingiurie e minacce, un episodio che entrerà anche nella perizia psichiatrica presentata e utilizzata nei processi per i fatti del 2021.

La ricostruzione dei fatti è piuttosto chiara, per come messa nero su bianco dai giudici. La sera del 17 dicembre 2005, Mario Roggero riceve una telefonata da parte di una delle sue figlie. La ragazza appare molto alterata e chiama il padre per chiedere aiuto: stando a quanto sostiene, l’allora fidanzato l’avrebbe abbandonata in strada dopo un diverbio e l’avrebbe anche colpita con alcuni schiaffi. Roggero a quel punto si reca immediatamente a casa del ragazzo, suona al citofono e gli intima di scendere in strada. Tra i due nasce una dura discussione, durante la quale il gioielliere apostrofa riptetutamente il ragazzo e gli sferra alcuni pugni in volto. A quel punto, i genitori del ragazzo scendono in strada e intervengono nella discussione. Il padre prova a chiudere la porta che separa l’ingresso condominiale dal cancello, quando Roggero estrae la pistola, la punta ad altezza uomo e minaccia tutti i membri della famiglia. Ne nasce una colluttazione, durante la quale il padre del ragazzo colpisce violentemente Roggero con un pugno alla testa. Come scrivono i giudici, “la vicenda si era conclusa con denunce reciproche” e con un procedimento al termine del quale Roggero aveva concordato un patteggiamento, con una pena di due mesi di reclusione, sostituita con un’ammenda di 2280 euro, per i reati di ingiuria e minaccia aggravati dall'uso delle armi.

Questa storia è entrata anche nel dibattimento del processo per duplice omicidio. L’accusa ha sostenuto che l’episodio del 2005 fosse la dimostrazione di una personalità “tendente al passaggio immediato all'atto di tipo reattivo e impulsivo”, anche se il consulente tecnico aveva sottolineato come Roggero avesse “dimostrato una certa capacità di controllo essendosi fermato alla minaccia tramite un'arma" senza esplodere colpi. Anche le parti civili avevano insistito sulla precedente condanna, segnalando come la violenta reazione del gioielliere testimoniasse la sua indole “impulsiva e reattiva” e sottolineando come si trattasse di fatti antecedenti alla rapina del 2015 citata dalla difesa, per smentire l’ipotesi che la sua aggressività fosse esclusivamente un prodotto del disturbo post-traumatico da stress.

La difesa di Roggero, invece, aveva cercato di utilizzare questo episodio in senso opposto, per evidenziare come in quel caso Roggero non avesse sparato, “chiaro sintomo dell'assenza di qualsivoglia patologia" in epoca antecedente alla rapina del 2015. La linea della difesa, infatti, era incentrata proprio sulla rapina subita nel 2015, che avrebbe causato un trauma al gioielliere, al punto da fargli perdere il controllo quando si è trovato oggetto di un nuovo fatto criminoso. Una tesi che non è stata recepita completamente nei tre gradi di giudizio, che appunto si sono conclusi con la condanna di Roggero.

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