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Covid 19
3 Settembre 2021
20:05

Covid, italiani bloccati in Usa: “Non torno a casa da 2 anni, ma non posso perdere il lavoro”

Federico è un ricercatore italiano di 33 anni, che vive a New York. Da quando è iniziata la pandemia e l’allora presidente Trump ha imposto il ‘travel ban’, non può più tornare a casa, perché gli uffici consolari che rilasciano i visti potrebbero impiegare fino a 90 giorni per produrre la documentazione che gli serve per rientrare negli Usa. “Manco dall’Italia da 610 giorni, circa 20 mesi, il governo non si occupa più di noi”, racconta.
A cura di Annalisa Cangemi
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Beffati due volte. Sono il fiore all'occhiello, l'eccellenza che l'Italia non è riuscita a trattenere, e adesso di loro non si cura più. Sono i cervelli in fuga, ragazzi partiti in cerca di una situazione lavorativa che il loro Paese non poteva offrire. E ora da due anni vivono bloccati all'estero, per via di stringenti normative Covid, che non consentono loro di tornare per brevi periodi a casa, semplicemente per riabbracciare le famiglie. Una situazione che va avanti da quando è scoppiata l'emergenza, e mese dopo mese i divieti sono stati prolungati, nonostante nel frattempo si siano tutti vaccinati, e nel mondo sono anche ripresi gli spostamenti per turismo, per coloro che hanno i documenti in regola per farlo.

Da quasi due anni moltissimi ‘expats' italiani – solo negli Stati Uniti sono più di 50mila – sono confinati nei Paesi in cui si trovano, e vivono un vero e proprio ricatto: se partono rischiano di perdere il lavoro, la casa e la vita che hanno faticosamente costruito in questi anni, perché non è detto che una volta tornati in Italia riescano a ottenere di nuovo il permesso per tornare all'estero. I tempi d'attesa negli uffici consolari che rilasciano i visti sono molto lunghi, si parla anche di 90 giorni. Ma non tutti hanno a disposizione un periodo così lungo di ferie, e rischiano di rimanere invischiati in lungaggini burocratiche, che sembrano piuttosto dei modi, più o meno velati, per scoraggiare questi lavoratori a rimanere all'estero, e costringerli ad abbandonare tutto per tornare definitivamente a casa.

La storia di Federico, palermitano bloccato a New York

Federico Amodeo, 33 anni, vive a New York da quasi cinque anni, e da quasi due anni non può tornare a Palermo, città dove è nato e dove vive tutta la sua famiglia. Quando anche negli Stati Uniti si è diffuso il Covid-19, l'allora presidente Trump, a marzo 2020, ha emanato il ‘travel ban', un divieto pensato prima di tutto per limitare i contagi e mettere al sicuro l'economia, che impediva l'arrivo dall'Europa e in generale da Paesi dell'area Schengen, anche ai possessori di un regolare visto, a meno che non ci fossero motivi strettamente urgenti o necessari.

Ma se la decisione, seppur drastica, poteva sembrare una misura sensata, in un'ottica di massima cautela, in un momento in cui del virus si sapeva poco e non c'era alcuna protezione, è difficile comprendere perché, adesso che ci sono i vaccini contro il Covid, persone immunizzate non siano libere di muoversi e spostarsi da un Paese all'altro, come del resto fanno per esempio gli stessi cittadini americani e i possessori di Green Card (quindi con residenza permanente negli Stati Uniti) che quest'estate hanno trascorso le vacanze in Europa. Il divieto di viaggio per i cittadini europei è stato infatti rinnovato a luglio dall'amministrazione Biden, a tempo indefinito. Una scelta inspiegabile, visto che proprio in vista dell'estate l’Unione europea ha allentato le restrizioni di viaggio per i viaggiatori americani. Il prolungamento del travel ban, secondo gli Usa, è legato al diffondersi della variante Delta, ma mentre i cittadini europei non possono muoversi, anche se vaccinati, ai cittadini americani al contrario sono permessi gli spostamenti senza limitazioni. Un controsenso che sembra non avere alcuna base scientifica. Quello che era nato come un divieto di viaggio ora assomiglia sempre più a una chiusura all'immigrazione, un vero e proprio ‘immigration ban‘.

Il gruppo ‘BringUShome': gli italiani incastrati negli Usa

Federico è un ricercatore in campo biochimico, alla Columbia University, e contemporaneamente insegna fisica e biochimica alla Fordham University. "Sono rientrato a New York a gennaio 2020, dopo le vacanze di Natale. Manco dall'Italia da 610 giorni, circa 20 mesi". La situazione che sta vivendo è comune a molti altri giovani che vivono negli Stati Uniti. Gli italiani in America si sono organizzati, hanno creato una rete, e a partire da due ricercatrici in Texas si è formato anche un gruppo sui social, ‘BringUShome', attivo su Instagram, Twitter e Facebook, in cui sono state raccolte le storie di tanti expats italiani, bloccati senza un'apparente valida ragione.

In tutto negli Usa vivono circa 300mila ricercatori europei, gli expats italiani sono poco meno di 60 mila. "La nostra priorità non è quella di farci le vacanze, ma di rivedere i nostri familiari e amici. Troppe volte in questi due anni abbiamo dovuto assistere a eventi, matrimoni e funerali, tramite WhatsApp, siamo stanchi", si sfoga Federico, che ha un visto per lavorare come ricercatore, che dura cinque anni, e negli Usa paga regolarmente le tasse. Come lui gli altri ricercatori che vivono negli Stati Uniti sono tutti vaccinati, obbligati dalle università o dagli ospedali dove sono impiegati. In teoria se Federico tornasse a Palermo potrebbe anche chiedere regolarmente il green pass, e non dovrebbe nemmeno fare la quarantena, basterebbe un tampone.

Gli inspiegabili ritardi degli uffici consolari

Il problema principale è rappresentato dagli uffici consolari che rilasciano i visti – in Italia oltre all'ambasciata a Roma ci sono i tre consolati a Napoli, Milano e Firenze – che hanno tempi d'attesa molto dilatati. Il travel ban si estende a tutte le categorie di visto, esclusa quella degli studenti, e prevede che i cittadini dell'area Schengen che fanno ritorno a casa debbano ottenere poi un ulteriore documento, un modulo NIE (National Interest Exception), rilasciato appunto da uno degli uffici consolari, per essere autorizzati a rientrare negli Stati Uniti. Ma il punto è che gli uffici consolari possono impiegare dai 60 ai 90 giorni lavorativi per consegnare il modulo a chi ne fa richiesta. I tempi però variano da Paese a Paese: in Spagna per esempio, dove è presente un solo ufficio visti a Madrid, il documento viene rilasciato dopo circa una settimana.

"Negli Stati Uniti abbiamo in media 20 giorni di ferie all'anno – ci spiega Federico – come facciamo a lasciare gli Usa per un periodo di tempo così lungo? Con la mia tipologia di visto non posso tra l'altro lasciare il Paese per più di 30 giorni. Come se non bastasse il mio visto lavorativo è in scadenza, e in queste settimane gli uffici consolari non stanno più rilasciando visti, e i tempi di attesa segnalati dal sistema sono di 999 giorni". 

I consolati stanno invece continuando a rilasciare l'ESTA (Electronic System for Travel Authorization), il visto turistico. L'escamotage suggerito dallo stesso consolato americano ai cittadini in attesa dei documenti, che non possono permettersi di aspettare il modulo NIE, è quello di recarsi in un Paese terzo, non appartenente all'area Schengen, come la Turchia o il Messico, che stanno gestendo queste pratiche in modo diverso, per trascorrere lì 14 giorni di quarantena, prima di rientrare negli Stati Uniti. In questo modo solo chi ha tempo e soldi a disposizione può trascorrere qualche giorno nel proprio Paese, per poi far tappa per due settimane in un Paese ponte, ed essere riammesso negli Stati Uniti alla fine di questo periodo.

"Io non posso permettermi di lasciare il mio lavoro – dice Federico – Ma psicologicamente è una situazione difficile da reggere, la pressione è fortissima, anche perché le immagini delle camionette di Bergamo sono arrivate anche qui da noi. In molti non ce l'hanno fatta e sono tornati indietro. È frustrante sia l'arbitrarietà di queste decisioni, che di razionale non hanno nulla, sia vedere l'inerzia del governo italiano, che fino ad ora non si è occupato della nostra situazione. Con il gruppo BringUshome abbiamo scritto anche una lettera al presidente del Consiglio Draghi, che però l'ha girata al ministro della Salute. Non capiamo però perché Speranza dovrebbe occuparsi anche delle relazioni diplomatiche".

Federico non vorrebbe tornare definitivamente in Italia: "Per lavorare nel mio campo sarebbe impensabile una scelta del genere, i compromessi sarebbero davvero troppi, per poter continuare a fare il ricercatore. In questi casi pensi anche alle persone anziane a cui vuoi bene, io ho due nonne di 88 anni. Continuo a sperare ogni giorno che non mi arrivi quella chiamata. In quel caso mi troverei costretto a scegliere tra la mia carriera e la mia famiglia". 

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