Da settimane il dibattito pubblico è focalizzato sulla nota di aggiornamento al Def approvata dal Consiglio dei Ministri e alle reazioni dei mercati e delle istituzioni europee e internazionali scaturite dalla diffusione di alcuni dettagli della futura manovra economica che il governo varerà entro la fine dell'anno. Il superamento della legge Fornero, l'introduzione di pensioni e reddito di cittadinanza e la Flat tax sono i provvedimenti che in sostanza costituiranno l'ossatura della prossima legge di bilancio. Il governo ha previsto una manovra da 36,7 miliardi di euro sostanzialmente a debito, finzanziata per 6,9 miliardi da tagli di spesa, per 8,1 miliardi di euro da maggiori entrate e mentre i restanti 22 miliardi sono privi di coperture.

Proprio allo scopo di finanziare la parte a debito, il governo ha previsto un rapporto Deficit/Pil pari al 2,4% per il 2019, 2,1% per il 2020 e 1,8% per il 2021, basato però su stime di crescita del Pil che le istituzioni italiane, europee e internazionali giudicano troppo ottimistiche e lontane dalla realtà. Il Def in questi ultimi giorni ha subito molteplici bocciature, impartite dalla Commissione europea, dal Fondo Monetario Internazionale, da Bankitalia, dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio e dall'agenzia di rating Fitch. Per capire in che situazione versa l'Italia e quali potrebbero essere gli imminenti scenari futuri, Fanpage.it ha contattato il professor Carlo Cottarelli, ex commissario alla Spending Review e attuale direttore dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica di Milano.

Professor Cottarelli,  nel Def si prevede un iniziale deficit al 2,4% e gran parte delle misure della legge di bilancio saranno finanziate a debito. Che impatto ha questo tipo di manovra sui conti pubblici?

Una manovra simile provoca un rallentamento della discesa del rapporto tra debito pubblico e pil, quindi si parte da un livello più elevata del debito e da una dinamica non favorevole. Qualora dovesse esserci uno shock esterno, il debito ricomincerebbe a salire e questo è il nostro problema fondamentale: l'esposizione dei conti a un qualsiasi shock esterno, ma anche interno. Ovviamente il governo ha un'altra speranza, ovvero spera che attraverso questa spesa pubblica il Pil possa crescere, non soltanto nell'immediato ma anche in futuro. In sostanza, aumentando il deficit vorrebbero dare una spinta all'economia, ma questo tipo di spinta poi si esaurisce nel primo anno, e la loro speranza dunque è che  la manovra possa avviare il motore, un po' come si cerca di fare collegando la batteria della macchina ai cavi per farlo ripartire. Però questo presuppone che una volta avviata la macchina, il cavo elettrico non sia più necessario e la macchina possa proseguire il viaggio da sola. Il governo sostiene addirittura che questa manovra provocherà una riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil permanente, ma io non conosco Paesi che abbiano avuto successo con questa strategia, ovvero diminuendo il rapporto tra debito pubblico e Pil attrvaerso un'espansione fiscale; conosco invece Paesi che hanno usato politiche fiscali espansive per sostenenere l'economia in un momento di debolezza – e hanno fatto benissimo – ma sono state accompagnate da un aumento del rapporto debito pubblico – Pil. Il problema dell'Italia è che il rapporto debito pubblico-Pil in Italia è già molto elevato e questo frena l'economia stessa, dunque quel riavvio dell'economia sperato anche nel breve periodo non si manifesta. 

Il Def è stato bocciato da Bankitalia, Fmi, Ufficio parlamentare di Bilancio e agenzie di rating. I mercati sono in subbuglio e lo spread continua a crescere. Secondo lei siamo davanti a un "remake" del 2011?

Questa è la domanda che si fanno un po' tutti. Io credo che con questi valori di bilancio i rischi rispetto a uno scenario simile al 2011 siano aumentati, ma è da vedere quando questi rischi si materializzeranno. Molti pensano potrebbe accadere subito, cioè non appena il governo annuncerà pubblicamente tutte le misure si scatenerà una crisi di fiducia per cui lo spread salirà a livelli insostenibili. Secondo me, però, non siamo ancora arrivati a quel punto, credo che il problema vero si materializzerà qualora l'economia italiana dovesse rallentare o addirittura andare in recessione. Di solito le crisi sul mercato dei titoli di Stato avvengono quando il debito è alto e crescente e questo, in assenza di un rallentamento dell'economia, ci espone di più a un rischio, ma non è sufficiente aumentare il deficit per scatenare una crisi simile. Dovesse arrivare uno shock recessivo esterno anche modesto, a quel punto, partendo da questa nostra posizione di deficit e di spread, allora la crisi diventerebbe molto molto probabile. Secondo me comunque non siamo ancora arrivati a questo punto. Io ho sempre detto che un deficit fino al 2% il mercato l'avrebbe retto – infatti stiamo vedendo le reazioni a un valore più elevato – ma non siamo ancora in una situazione simile a quella del 2011, ci possiamo però arrivare. 

Come giudica il comportamento del governo italiano in sede europea?

Insomma, è un approccio molto antagonistico che secondo me non aiuta. Noi dovremmo imparare a far valere i nostri diritti in Europa in maniera migliore, semplicemente mostrando di essere efficienti. Anche in passato, spesso ci siamo mossi in ritardo, e questo i funzionari europei l'hanno sottolineato. Le faccio un esempio: quando si sta scrivendo una direttiva europea, si vedono subito i francesi e i tedeschi che si preoccupano del tema e propongono soluzioni, mentre gli italiani tendono prendere tempo e arrivare in ritardo rispetto ai colleghi. Allora poi non lamentiamoci se le cose prendono una piega diversa da quanto prospettato. I rapporti con l'Europa contano sicuramente, ma quello che conta di più sono quelli con gli investitori – conta cosa pensa chi detiene i titoli di Stato italiani – che sono per la maggior parte italiani. Sono gli italiani che li stanno comprando e in cambio vogliono un tasso più alto perché si fidano meno e pensano sarà più difficile rivedere indietro i propri soldi. 

Uno dei pilastri della manovra è il superamento della Legge Fornero con l'introduzione della quota 100. E' una misura sostenibile?

E' tutta una questione di trovare le risorse. Se si potesse andare in pensione a 40 anni, non ci sarebbe problema disponendo dei fondi necessari. Il problema sorge quando si vuole finanziare in deficit questo tipo di misura, prendendo a prestito dei soldi nonostante il Paese sia già molto indebitato. La popolazione sta invecchiando e a parità di condizioni, se non si vogliono aumentare le tasse né tagliare le spese, questo invecchiamento della popolazione incide e dunque porta i contribuenti a dover lavorare più a lungo. Si può andare in pensione prima, a patto che però ci siano le risorse e non vengano prese in prestito. 

Cosa pensa del reddito di cittadinanza?

In tutti i Paesi europei esiste un reddito minimo garantito, però noi abbiamo annunciato che il reddito sarà di 780 euro al mese, che rispetto al reddito pro-capite italiano è molto generoso, il più generoso d'Europa. Poi, le condizioni d'accesso al reddito sono fondamentali, dire che si possano rifiutare fino a due offerte di lavoro non è positivo, negli altri Paesi ci sono molti più paletti. Bisognerà vedere poi come sarà scritto il provvedimento, perché il rischio è che non ci sia alcun incentivo a cercare davvero lavoro.