Matteo Salvini ha gioco facile ad attaccare l’Europa, dopo il nulla di fatto del vertice dei capi di governo della Ue chiamato a dare risposte alla crisi economica e sociale provocata dal Coronavirus. “Altro che Unione, è un covo di serpi e sciacalli”, tuona il leader leghista su Facebook, con riferimento ai Paesi cosiddetti rigoristi che si oppongono agli eurobond o ad altre forme di solidarietà finanziaria per aiutare gli Stati in difficoltà.

Quello che Salvini non dice però è che in prima linea nella battaglia contro una politica fiscale europea comune ci sono i partiti nazionalisti e sovranisti del Nord Europa. Molti di questi sono alleati della Lega al parlamento Ue. La questione non è secondaria. È vero che nessuno di questi partiti è al governo nel proprio Paese, ma le loro posizioni influenzano non poco il dibattito pubblico. E parte delle resistenze di Germania, Olanda e degli altri Stati rigoristi si spiegano anche con la paura di cedere terreno e voti alle formazioni di estrema destra.

Qualche esempio. In Olanda i partiti sovranisti sono contrari a qualsiasi forma di condivisione del debito (concetto alla base degli eurobond). “Non pagherò per i vostri problemi”, diceva nel maggio scorso il capo del PVV Gert Wilders proprio mentre saliva sul palco di piazza Duomo a Milano insieme a Salvini per chiudere la campagna elettorale per le Europee. Ancor più duro Thierry Baudet – leader del Forum per la Democrazia, l’altra formazione sovranista olandese – che solo poche settimane fa ai microfoni di Fanpage spiegava come l’unica soluzione percorribile per l’Italia a suo giudizio fosse l’uscita dalla moneta unica.

Stessa musica anche in Finlandia. Il capo dei Veri Finlandesi Jussi Halla-aho tra le altre cose ha affermato che “le conseguenze di politiche di bilancio disinvolte e approssimative” dovrebbero ricadere solo sugli Stati che le perseguono e che i contribuenti finlandesi non dovrebbero pagare il conto per “altri cittadini europei che evadono le tasse”. Anche i Veri Finlandesi sono contrari a ogni forma di solidarietà intra-europea. Gli Stati che entrano in crisi dovrebbero semplicemente essere accompagnati fuori dall’euro e dall’Unione.

Il caso più emblematico però è quello della Germania. Il Paese tornerà al voto il prossimo anno per scegliere il successore di Angela Merkel e negli ultimi mesi in diverse elezioni locali si è registrata l’avanzata dei nazionalisti dell’Afd, formazione di estrema destra che all’Europarlamento fa parte della stessa famiglia politica della Lega. Merkel non può sottovalutare il rischio di prestare il fianco alle critiche di un partito di matrice neonazista, le cui posizioni tuttavia trovano ormai sponde anche all’interno della stessa Cdu, come ha dimostrato dal caso della Turingia. Il problema per l’Italia è che in campo economico queste posizioni sono ben più severe di quelle di Frau Angela.

L’Afd, infatti, nasce nel 2013 proprio con l’obiettivo di contrastare il salvataggio della Grecia e degli altri Paesi dell’eurozona vittime della crisi economica. Tra le altre cose negli ultimi anni il partito si è opposto alla messa in comune di una parte debiti dei Paesi dell’eurozona, ha reclamato la rigida applicazione dei parametri europei, ha respinto ogni intervento condiviso per affrontare le crisi bancarie, ha chiesto alla Bce di alzare i tassi di interesse sui propri prestiti e di frenare il Quantitative Easing. Ancora, l’Afd vuole un taglio del budget europeo, lo stop ai fondi di coesione, una garanzia sul debito che Bankitalia ha nei confronti della Banca centrale tedesca.

Nell’ottobre 2018 all’epoca del governo gialloverde, Alice Weidel – una dei leader dei nazionalisti tedeschi – sottolineò come a suo giudizio la Germania non doveva finanziare “i folli progetti di bilancio dell’Italia”. Gli alleati di Salvini a Berlino mettono in discussione anche il Mes ma per motivi opposti a quelli della Lega. Il fondo salva-stati infatti è considerato dall’Afd un mezzo per sanare i conti dei Paesi del Sud Europa con i soldi dei cittadini tedeschi.

Sia chiaro, le responsabilità dei ritardi e delle carenze nella risposta europea all’emergenza Coronavirus non sono certo imputabili solo ai sovranisti, tutt’altro. Ma se vuole esprimere “schifo e sdegno per questa Europa” Salvini forse farebbe bene a girare lo sguardo verso i suoi compagni di banco a Bruxelles e rivolgersi anche a loro.