Non ci sono più molti dubbi, siamo nel pieno di una situazione emergenziale dalla quale sarà possibile uscire solo se il sistema-paese saprà mettere in campo le migliori risorse e intelligenze, operando uno sforzo enorme nel nome di un obiettivo comune, la tutela della salute dei cittadini. La tenuta del sistema sanitario nazionale, ormai è chiaro, dipende da una serie di fattori distinti eppure legati in modo indissolubile: il lavoro degli operatori in corsia e nei reparti, la rapidità con cui implementeremo un protocollo di cura e di gestione dei pazienti più critici, il successo degli studi e dei test sui farmaci, la capacità delle istituzioni di finanziare e supportare il sistema produttivo nel suo complesso, la serietà con cui la politica svolgerà il suo compito di guida del processo, la trasparenza con la quale gli organi preposti assolveranno le loro funzioni di controllo e garanzia dell'ordine pubblico, ma soprattutto la consapevolezza e la determinazione con le quali i cittadini italiani affronteranno una crisi che si annuncia lunga, durissima e con conseguenze pesantissime.

Sarà lunga, sarà dura, sarà dolorosissima. E dobbiamo dircelo, come e forse più di quell'andrà tutto bene che campeggia dai balconi di ogni palazzo. Ci siamo commossi tutti di fronte allo spirito con cui gli italiani hanno stemperato i primi giorni di semi-lockdown, ci siamo incazzati con i nostri cugini nel resto d'Europa che proprio non capivano, ci siamo innervositi per i comportamenti che sembravano poter rendere vani o meno efficaci i nostri sforzi, ci siamo divisi sulle prime polemiche e abbiamo comunque deciso di remare tutti nella stessa direzione. Però, forse, non ci siamo detti tutta la verità: saranno giorni tremendi, settimane devastanti, mesi che lasceranno macerie e dopo nulla sarà più lo stesso.

È con questa consapevolezza che dovremmo andare avanti, con questa disposizione d'animo che dovremmo affrontare le giornate e misurarci con gli altri. Alle ultime conferenze stampa di aggiornamento della Protezione Civile abbiamo sentito ripete come un mantra la frase "non lasciamoci prendere dall'emotività", che è un principio fondamentale quando si tratta di analizzare dati, impostare strategie ed elaborare risposte in campo medico e non solo. Ma l'emotività va compresa, accolta, liberata, come reazione più che naturale e legittima di milioni di persone di fronte a ciò che sta accadendo. Dovremmo convincerci e capire che il "dovete restare a casa, cosa c'è di difficile, razza di deficienti" è il modo più errato e ingiusto per convincere gli altri della necessarietà del lockdown, della rinuncia, della privazione. Perché dovremo saperlo "cosa c'è di difficile", in questo momento.

Questa non è una crisi come le altre, proprio perché colpisce la modernità laddove si credeva invincibile, mettendo in crisi l'idea artefatta e strumentale di sicurezza intorno alla quale milioni di persone avevano costruito le loro vite. Il virus minaccia in profondità le basi elementari della vita civile e sociale, mette in forse tutto ciò che abbiamo costruito, attenta alla stabilità del nostro piccolo porto sicuro e ci costringe alla domanda che nessuno di noi vuole farsi: "Ho un piano B?" Mentre dai balconi dei condomini risuona l'inno nazionale, nelle case c'è chi si pone ossessivamente questa domanda, senza avere la forza neanche di cominciare a pensare a una risposta. Mentre il governo ci dice che nessuno perderà il lavoro e che torneremo ad abbracciarci, c'è chi conta i morti e chi teme che arriverà il momento di contarli tra amici e familiari. Mentre scorrono video e post su "cosa fare in quarantena per non annoiarsi", c'è chi cerca disperatamente di riempire non solo le giornate, ma anche le dispense. Non è semplice, non lo è affatto.

Lo sconvolgimento di un’economia e di assetti sociali consolidati si somma alla scoperta di un’incomunicabilità e impossibilità di azione dell’uomo, mette in discussione principi e regole, ribalta l’essenza dei concetti fondanti il sistema di potere e di convenzioni sociali. Miliardi di esistenze minacciate, quasi negate, da qualcosa che sembra a un tempo così distante e così presente, tanto da invadere lo spazio vitale di ogni individuo, negandolo, azzerandolo. Ci diciamo che andrà tutto bene e magari la cosa ci fa anche stare meglio, ma è un grosso gioco di inganni. Perché centinaia di migliaia di persone perderanno il lavoro e decine di migliaia lo hanno già perso, perché tutto ciò che è stato fatto in questi giorni non basta e ci toccherà rimanere in casa molto più a lungo, a fare i conti con le bollette, con la spesa da fare, con tante esigenze e tanti bisogni per tanto, troppo tempo. I contraccolpi economici saranno durissimi e a rimetterci saranno soprattutto le fasce più esposte e più deboli della popolazione. Come facciamo a dirlo? Perché è sempre stato così e non c'è ragione di credere che questa volta sia diverso, ma soprattutto perché già sta accadendo: chi volete che ci sia nelle fabbriche e nei capannoni delle aree più colpite a lavorare nonostante i trecento morti al giorno? Chi sta continuando a fare su e giù per le città se non fattorini, rider e corrieri? Chi è che affolla le metro ogni mattina per consentire al Paese intero di andare avanti? Chi sta pagando in prima persona i contratti ridicoli, gli accordi in nero con datori di lavoro senza scrupoli e via discorrendo? Chi non ha tutele o salvagenti, senza un contratto, un appiglio e a volte nemmeno un tetto?

Ci sono tante cose che stiamo fingendo di non vedere con addosso gli occhiali dell'andrà tutto bene. Ma non significa che non ci siano, dovremmo ricordarcelo ogni giorno, prima di emettere giudizi, sputare sentenze, essere inflessibili e perentori con chi sbaglia, rispondere con boria e superficialità a chi si chiede cosa accadrà domani. Non andrà tutto bene, ed è per questo che dobbiamo stringerci ancora di più l'uno all'altro.