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Con lo stop ai certificati medici per i migranti nei Cpr Piantedosi vuole solo eliminare gli ultimi testimoni scomodi

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Cancellando l’obbligo del certificato Asl prima dell’ingresso nei CPR, il Viminale non semplifica le procedure: elimina direttamente gli ultimi testimoni indipendenti. Un disegno politico che trasforma l’irregolarità amministrativa in reclusione senza reato, sospendendo la Costituzione sui corpi di chi non può difendersi.

I Centri di permanenza per i rimpatri funzionano a una sola condizione: che nessuno possa guardarci dentro, descriverne le condizioni cliniche o certificarne l’incompatibilità con la vita. È lì che finiscono le persone che lo Stato decide di sottrarre allo sguardo pubblico, spingendole oltre il confine della tutela ordinaria, dove la legge arretra e la custodia si fa sopraffazione.

La privatizzazione del controllo

La direttiva con cui Matteo Piantedosi cancella il certificato delle Asl per l'ingresso nei centri risponde esattamente a questa logica: per compiere un arbitrio senza doverne rispondere basta privatizzarne l'esecuzione. Eliminare il vaglio sanitario pubblico prima della reclusione toglie di mezzo l'unico sguardo indipendente capace di attestare che una patologia psichiatrica, un'infezione o una fragilità pregressa sono incompatibili con la cattività. Il Viminale sposta la diagnosi a cose fatte, ventiquattr'ore dopo l'ingresso, affidandola a medici stipendiati dallo stesso ente privato che gestisce la struttura e trae profitto dall'appalto. Controllore e controllato finiscono così sullo stesso libro paga, e il giudice chiamato a convalidare il trattenimento si troverà a decidere sulla base di perizie firmate da chi ha un interesse economico diretto a non lasciare vuoto quel posto letto.

I lager chimici a porte chiuse

Il lavoro documentale condotto dal collega Antonio Musella nell'ultima inchiesta sui CPR per Fanpage.it squarcia qualsiasi alibi consolatorio. I CPR italiani non somigliano a sale d'attesa per rimpatri che non avvengono quasi mai; somigliano a discariche chimiche di esseri umani. Si entra sani sulla carta per ritrovarsi sedati a forza, storditi da una somministrazione massiccia di psicofarmaci usati come manganello biochimico, unico strumento capace di tenere a bada la disperazione e la claustrofobia. I diciannove morti registrati nell'ultimo decennio, le overdose da metadone prescritto a chi non aveva alcuna dipendenza, i suicidi nelle celle di isolamento raccontano una quotidianità concentrazionaria. Non a caso vengono chiamati lager, e non a caso a chi fa informazione viene sistematicamente sbarrato l'ingresso: le telecamere non possono entrare, i taccuini restano fuori dai cancelli, persino le visite ispettive dei parlamentari vengono ostacolate o ridotte a percorsi guidati, perché l'unica condizione che consente a questo orrore di sopravvivere è rimanere invisibile.

La colpa senza reato

In fondo le parole del ministro non fanno che confermare tutto questo. Quando Piantedosi difende a Napoli le fascette ai polsi per chi finisce sulla nave verso l'Albania, o quando dal palco del Foglio dice apertamente che i CPR servono a "sanzionare l'irregolarità" e "contenere la pericolosità", sta solo rendendo esplicito il vero intento. Tratta un'infrazione amministrativa come se fosse un delitto, chiudendo le persone in una cella fino a un anno e mezzo senza che abbiano commesso alcun reato. E sì, vale la pena ribadirlo punto per punto a chi fa finta di non capire: la semplice irregolarità sul territorio non prevede alcuna pena detentiva nell'ordinamento italiano. Nei CPR non ci sono condanne da espiare né processi da celebrare; la reclusione è formalmente una misura temporanea per eseguire un rimpatrio, non una pena. Scambiare l'irregolarità burocratica per pericolosità sociale serve solo a far digerire all'opinione pubblica la sospensione dell'articolo 13 della Costituzione per chi non ha i documenti in tasca.

La scenografia del fallimento

I dati, del resto, si incaricano di smentire da soli questa impalcatura: i rimpatri effettivi dai centri continuano a scendere, assestandosi appena attorno al venticinque per cento, a fronte di una spesa pubblica che supera ormai i sedicimila euro per ogni singolo allontanamento. È un congegno che assorbe decine di milioni senza restituire alcuna reale efficacia, logorando chi vi resta rinchiuso e lasciando intatte tutte le questioni di fondo. Finisce così per assomigliare a una pura scenografia della fermezza, un ripiego muscolare di chi, non riuscendo a costruire accordi internazionali e canali governati, sceglie la via più sbrigativa: esercitare il controllo materiale sui corpi che non hanno modo di difendersi.

La scelta di campo

Togliere di mezzo il personale medico del servizio pubblico non risolve alcun problema di ordine pubblico, elimina "semplicemente" gli ultimi testimoni scomodi. Rende il perimetro dei centri impermeabile al controllo democratico e trasforma la tutela della salute da diritto inviolabile della persona a fastidio procedurale da liquidare.

Si può continuare a fingere che sia un mero cavillo burocratico sui protocolli d'ingresso; la verità è che questo Paese sta normalizzando l'esistenza di spazi extraterritoriali in cui la dignità umana viene sospesa per decreto.  E questa è chiaramente una scelta di campo: dimostrare che contro certi corpi lo Stato può permettersi qualunque cosa, persino fare a meno dei propri princìpi. Ancora una volta.

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Genovese trapiantata a Roma. Ho lavorato per Class Editori e Radio3 e ho frequentato la scuola di giornalismo Lelio Basso. Per molti anni, come freelance, mi sono occupata di politica nazionale e internazionale, realizzando reportage sul campo in Paesi come Turchia, Siria, Albania, Bosnia. Ho collaborato con Domani, Internazionale, il manifesto, Lifegate e Tpi. Oggi a Fanpage scrivo di politica, diritti e tematiche sociali. 
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