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Condizioni degradanti, abuso di psicofarmaci, assistenza sanitaria negata: è l’orrore di Stato dei Cpr

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L’inchiesta di Fanpage.it sui centri per il rimpatrio dei migranti con video e documenti esclusivi. Dall’abuso di somministrazione di psicofarmaci alle morti sospette, i CPR sono un buco nero dove disumanità e violenza regnano nel silenzio.

I CPR sono i centri per il rimpatrio dei migranti extracomunitari nel nostro paese, sono luoghi di detenzione, dove le persone sono chiuse, private della libertà fino a 18 mesi. Chi ci finisce dentro non ha commesso alcun reato, ma semplicemente non è in regola con i documenti nel nostro paese. Le condizioni igienico sanitarie sono pessime e le persone non fanno nulla tutto il giorno, una situazione che porta all'esasperazione. Il CPR di Milano è l'unico in Italia dove è ancora tollerato l'uso di smartphone ed è da lì che arrivano le immagini delle condizioni interne dei CPR. Bagni in condizioni pessime, con escrementi sul pavimento, letti gettati alla rinfusa ovunque, il refettorio con dei volatili dentro che mangiano gli avanzi di cibo. In uno dei filmati raccolti dalla Rete "Mai più lager – No CPR" di Milano, si vede il pasto consegnato ai detenuti del CPR. Una scatoletta di tonno riversata in un bicchiere di carta, senza posate, e un pezzo di pane. Lo mostrano in video le persone recluse nei centri, che nella maggior parte dei casi non comprendono mai perché sono finiti lì dentro, in quei luoghi dove succedono cose orribili. La somministrazione massiccia di psicofarmaci nei CPR è una vera e propria piaga. Ne girano tantissimi, troppi, che vengono somministrati ai detenuti, ottenendo l'effetto di una sedazione continua degli ospiti della struttura. Nel 2024 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d'Europa, ha ammonito l'Italia per l'abuso di somministrazione di psicofarmaci nei CPR, ma da allora la situazione non è per nulla cambiata. Questi luoghi sono un buco nero, dove i diritti e l'umanità vengono messi in discussione ogni giorno.

Persone detenute senza aver commesso reati, imbottiti di psicofarmaci

"Le persone detenute nei CPR non si trovano lì perché stanno scontando una pena" spiega a Fanpage.it Lucia Esposito, avvocata dell'Asgi, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione. "Non sono destinatari di condanna, ma subiscono una detenzione per un semplice reato amministrativo, che può durare fino a un anno e mezzo, prima del rimpatrio". Si entra nei CPR dunque per un illecito lieve, come l'essere fermati senza una licenza, o con la patente scaduta. La maggior parte dei migranti che finisce nei CPR non comprende mai perché si trova in uno stato di detenzione all'interno di centri dove vengono abbandonati a loro stessi. A spiegarcelo è Nicola Cocco, medito infettivologo, uno dei simboli alla lotta ai CPR in Italia, ed indagato dalla Procura di Ravenna per presunti certificati fasulli sullo stato di salute delle persone destinate ai CPR. "Per un migrante è incomprensibile la privazione di libertà per non avere un foglio a posto. A ciò si aggiunge l'utilizzo sbagliato degli psicofarmaci, che possiamo definire sia un abuso che un misuso. Ovvero se ne usano tanti, troppi ed in maniera sbagliata, con il solo scopo di sedare le persone". La quantità di psicofarmaci acquistati all'intero dei CPR è di proporzioni enormi, se ne acquistano tantissimi perché vengono somministrati tutti. A dimostrarlo ci sono anche le ispezioni di diversi parlamentari italiani di opposizione: Rivotril, Valium, Lyrica sono alcuni tra i farmaci più acquistati nei CPR italiani. "Sappiamo che il 30% dei farmaci che vengono acquistati nei CPR sono psicofarmaci – ci spiega Nicola Cocco –  ad esempio, in un centro che si occupa di persone con problemi di salute mentale, di solito questa percentuale si attesta all'1%. Dalle ispezioni che abbiamo fatto con i parlamentari si evince che nei CPR il 70% degli ospiti ha almeno uno psicofarmaco in terapia, a fronte in teoria di zero diagnosi di malattia mentale". Già, perché come sostiene la direttiva del Ministero dell'Interno del 19 maggio 2022, emanata dall'allora Ministra Lamorgese, le persone con problemi psichiatrici non possono andare nei CPR. Secondo la legge quindi le persone con malattia mentale non potrebbero andare nei CPR, eppure alle persone detenute nei centri vengono somministrati un numero di psicofarmaci impressionante, tutti i giorni. Fanpage.it è entrata in possesso di una scheda di terapia per una persona detenuta nel CPR di Milano. Si leggono tre turni di terapia, alle ore 8:00, alle ore 14:00 ed alle ore 20:00. Rivotril, Valium, Serenase, Largactil, Tavor, Zolpidem, Seroquel. Una sequenza impressionante. "Sono fogli di terapia in cui tu vedi un accalcarsi di questi psicofarmaci nella stessa giornata, per lo stesso paziente, senza una logica di tipo clinico, senza una volontà di cura, ma con il solo scopo di sedare" sottolinea Nicola Cocco.

Le testimonianze: "Nel CPR puzza di sangue come una macelleria"

Ma quali sono gli effetti sulle persone detenute nei CPR di questa impressionante mole di somministrazione di psicofarmaci? Abbiamo incontrato alcune persone migranti che sono state nei CPR, e sono state poi liberate. H.M. è un bracciante agricolo di origine pakistana, è stato nel CPR di Palazzo San Gervasio (Pz): "Io sono stato nel CPR per quattro giorni, mi mettevano la medicina nel latte e dopo io dormivo sempre per molte ore, e questo succedeva tutti i giorni. Da quando sono uscito dal CPR e dopo aver preso quelle medicine, io non riesco più a dormire, non riesco più a memorizzare niente, questo è l'effetto di quei medicinali sulla mia testa, la mia testa gira sempre, io cosa farò adesso? Che colpa ho io?". Hasif è supportato dalla Rete Vesuviana Solidale, di Poggiomarino (Na), che si è occupata dell'assistenza legale ed ora sta provando a supportarlo nel riprendere una vita normale. "Hasif ci racconta di avere questi disturbi continuamente – ci spiega Emilio Mesanovic, della Rete Vesuviana Solidale – non riesce a ricordare niente, a volte capita che ci telefona e si trova a 20 Km di distanza da casa sua e non sa come ci è arrivato. Le persone che incontriamo ci raccontano degli stessi sintomi di Hasif, ci sono dei disturbi del sonno, tutti ci raccontano dei problemi di memoria, anche se sono stati sotto gli psicofarmaci nei CPR per pochi giorni". Le testimonianze sono agghiaccianti, ed è difficile trovare persone che raccontano con facilità la loro drammatica esperienza. Marc è un cittadino della Costa d'Avorio, è stato nel CPR di Bari per alcune settimane: "E' un centro di tortura, un campo di concentramento come ai tempi di Hitler" ci dice. Anche lui ha grandi vuoti di memoria nella quotidianità, e ci racconta degli episodi di autolesionismo che ha visto nel CPR di Bari, a causa dell'eccessiva somministrazione di psicofarmaci. "Molti arabi si tagliavano, sul torace, sulle braccia, perdevano molto sangue, lì dentro puzza come una macelleria. E' una tortura mentale, ogni volta che prendi la pillola dormi 7-8 ore, nessuno che entra lì ne esce normale, perdi la testa, perdi tutto". F. è un cittadino tunisino che è stato per quindici giorni nel CPR di Palazzo San Gervasio (Pz) e ne è uscito solo nel mese di luglio. "Volevano darmi il Lyrica, qualche volta l'ho preso, altre volte no, hanno provato a darmi il Rivotril, ma io l'ho rifiutato. L'ho buttato via perché ho visto cosa succedeva a quelli che lo prendevano, si tagliavano sul corpo, diventavano pazzi. Poi mi davano il Valium e il Depakin, dicevano che erano per la mia salute, ma io non ricordo di averli mai presi prima di andare nel CPR". F. è una persona soggetta a diverse allergie alimentari e ha in tasca sempre un farmaco per lo shock allergico in caso avesse le convulsioni. All'interno del CPR gli è stato sottratto. Per paura della contaminazione del cibo con allergeni che avrebbero potuto causargli delle crisi, per quindici giorni ha mangiato solo frutta a pranzo e a cena. E' dimagrito di 13 Kg in due settimane.

Ma cosa produce il mix di tutti questi psicofarmaci messi insieme somministrati ogni giorno? "L'associazione di questi farmaci, soprattutto del Rivotril, del Lyrica e del Valium, porta a quella sindrome che abbiamo ribattezzato effetto zombie. Per cui tu entri nel CPR e ti ritrovi circondato da persone catalettiche che ti vengono intorno, hanno lo sguardo spento, camminano lentamente e passano le loro giornate così" ci spiega il dottor Cocco. E' l'effetto zombie, che si può vedere anche da alcune delle immagini trapelate dall'interno del CPR di Milano. Persone disumanizzate, ciondolanti, incapaci di essere presenti a loro stesse. Non è una scena di una serie di successo come "Walking Dead", ma è tutto drammaticamente reale, e quelle sono persone in carne e ossa. "L'aspetto drammatico dell'abuso di psicofarmaci è il punto di incontro di tre interessi. Quello dei gestori, che con pochi soldi hanno una popolazione di detenuti sedata, eviti che ci siano richieste da parte dei detenuti. Il secondo è quello delle forze dell'ordine, un CPR sedato è più facile da gestire di un CPR in rivolta. Infine c'è la richiesta della persona detenuta, che chiede gli psicofarmaci, ma questa richiesta è frutto di una disperazione e una incapacità di adattarsi e di ottenere un miglioramento delle proprie condizioni".

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Il CPR di Palazzo San Gervasio (Potenza)

L'inchiesta di Potenza: "Centinaia di psicofarmaci e pochissime prescrizioni"

Nel 2019 la Procura della Repubblica di Potenza ha avviato, su indagini della Digos, un‘inchiesta sulla gestione del Cpr di Palazzo San Gervasio (Pz). Il processo è tuttora in corso, mentre l'ente gestore del centro è cambiato. "L'aspetto dell'abuso di psicofarmaci è l'aspetto che fa venire più i brividi di questa inchiesta, subito dopo la contestazione del reato di tortura per alcuni appartenenti alle forze dell'ordine" spiega a Fanpage.it l'avvocata Francesca Viviani. E' stata proprio una segnalazione e una ricerca di documentazione presso l'ASP di Potenza, sulla quantità di psicofarmaci acquistati nel CPR che ha poi dato il via alle perquisizioni. Siamo entrati in possesso del verbale di sequestro degli psicofarmaci che la polizia giudiziaria trovò nel CPR di Palazzo San Gervasio. Un elenco interminabile di psicofarmaci, pagine e pagine di medicine che venivano somministrate tutti i giorni ai detenuti del centro.  "All'epoca dei fatti venne trovata una quantità non congrua di ricette mediche per questi farmaci, le prescrizioni ritrovate non corrispondevano poi ai farmaci acquistati. Questo vuol dire che evidentemente alcuni di quegli psicofarmaci sono stati acquistati senza la ricetta" ci spiega l'avvocato Viviani. Abbiamo chiesto a F. quante volte al giorno gli davano gli psicofarmaci all'interno del CPR di Palazzo San Gervasio. "Di regola te li danno tre volte al giorno, ma se tu ne vuoi degli altri, vai nell'infermeria e hanno sempre qualcosa da darti" ci risponde. In buona sostanza hai tutti gli psicofarmaci che vuoi, su richiesta ed anche fuori dalla terapia, senza un controllo e senza una terapia specifica. Questo porta ad un peggioramento devastante delle condizioni di salute dei detenuti. Molti tentano il suicidio. Negli ultimi 8 anni sono morte 19 persone nei CPR italiani, alcuni di questi casi sono finiti in tribunale.

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Moussa Balde, morto nel CPR di Torino

La morte di Moussa Balde: "Vittima di un pestaggio razzista, fu messo in isolamento"

Il caso più noto tra le morti all'interno dei CPR è quello di Moussa Baldè, un ragazzo della Guinea, di soli 23 anni. E' stato il primo per il quale si è arrivati ad una sentenza di condanna di primo grado per i gestori dei CPR. "Moussa fu vittima a Ventimiglia di un'aggressione di matrice razzista – ci spiega Lucia Esposito dell'ASGI – nel maggio 2021 all'esterno di un supermercato viene pestato violentemente". Fanpage.it è in grado di mostrarvi un video inedito del pestaggio di Moussa Baldè, preso dalle telecamere di sorveglianza di un esercizio commerciale di fronte al supermercato dove si è consumato l'agguato. Gli aggressori sono tre, uno di questi aspetta Moussa all'esterno del supermercato. Appena arriva scatta il raid, le immagini ci mostrano una violenza brutale e insensata che si scatena su Moussa. Lo picchiano con bastoni, cinture, addirittura un palo per i cartelli stradali. Dai balconi c'è chi si affaccia e grida: "Lo stanno ammazzando! Scendete". Dopo il pestaggio gli aggressori si dileguano, Moussa invece verrà successivamente raggiunto da una volante della polizia. "Trovato sprovvisto di documenti, Moussa viene portato al CPR di Torino – ci racconta Lucia Esposito – ma arrivato là viene messo in isolamento, nella sezione che è chiamata "ospedaletto". Moussa non capirà mai le ragioni della sua detenzione, vive la sua detenzione come uno stare in gabbia, e dopo nove giorni in isolamento si toglie la vita impiccandosi". Il ragazzo era stato vittima di un'aggressione razzista, ma si ritrova lui privato della libertà, per non essere a posto con i documenti. Nei giorni passati nel CPR di Torino gli verrà impedito di chiamare la madre, gli verrà impedito di avvisare gli amici, non avrà contatti con nessuno. Una situazione che lo ha condotto al suicidio. "Il caso di Moussa Baldè è il primo che ha visto una sentenza di primo grado – ci spiega l'avvocata dell'ASGI – il processo si è chiuso con la condanna dell'ex direttrice del CPR di Torino ad un anno e quattro mesi con pena sospesa. I giudici definiscono le sue condizioni di detenzione con un termine molto forte: deumanizzazione". C'è scritto proprio così nella sentenza della I sezione del Tribunale di Torino: "Baldè stava entrando in un progressivo processo di de-parentelizzazione e de-culturalizzazione, con conseguente perdita di riferimenti identitari ed una forma di deumanizzazione della persona [..] tali eventi integrano una forma di violenza, se non di tortura".

Oussama Darkaoui: "I soccorsi arrivati 4-5 ore dopo"

Oussama Darkaoui è morto nel CPR di Palazzo San Gervasio il 5 agosto del 2024. Lo trovano riverso a terra in uno dei container dove dormono i detenuti, chiamati "moduli". Muore di arresto cardiaco associato ad una massiccia somministrazione di psicofarmaci. "Le indagini sono ancora in corso – ci spiega l'avvocata Viviani che segue il caso – la sua morte è caratterizzata anche dal ritardo nei soccorsi. Oussama alloggiava all'interno di un modulo, quando è stato male non è stato immediatamente visto, né dagli operatori del centro, né dal personale sanitario. La particolarità è che i moduli all'interno del CPR di Palazzo San Gervasio sono sprovvisti di citofono o di allarme, quindi non c'è alcun modo per chiedere aiuto, se non quello di gridare. Ci si è accorti della morte di Oussama quando il primo compagno di modulo che si è svegliato, lo ha trovato riverso all'ingresso. Quando ha provato a svegliarlo ha compreso che aveva perso conoscenza, non siamo sicuri che fosse già morto. Nel frattempo che sono stati chiamati gli operatori, poi sono state chiamate le forze dell'ordine, poi sono stati chiamati i soccorsi, sono passate 4-5 ore". Un tempo incredibilmente lungo per una persona non cosciente accasciata a terra.

Ma come funzionano i soccorsi in un CPR quando una persona sta molto male? Fanpage.it vi fa ascoltare in esclusiva un audio, che racconta molto di queste dinamiche. E' la registrazione di una telefonata tra l'avvocata Francesca Viviani, la centrale del 118 di Genzano e un operatore del CPR. E' il 31 luglio del 2026, nel Cpr di Palazzo San Gervasio, Ayubb, un assistito dell'avvocato Viviani si sente male, viene chiamata un'ambulanza, ma quando arriva gli operatori del CPR la rimandano indietro. L'avvocata chiama la centrale del 118 e parla con il responsabile, il quale conferma che il mezzo di soccorso era stato mandato al CPR, ma gli operatori lo hanno rimandato indietro. L'avvocata insiste che sia inviata nuovamente un'ambulanza perché il suo assistito sta male, e intanto è scoppiata una protesta nel CPR proprio per i mancati soccorsi. A quel punto la centrale del 118 di Genzano di Lucania (Pz) chiama il CPR per parlare con un operatore, tutti sanno che la telefonata è registrata. "Io ho mandato un'ambulanza al CPR e voi avete detto che non c'era bisogno" dice l'operatore del 118. "Certo, sono andato io a vedere e nessuno ha parlato, ci sto andando adesso " confermano dal CPR. "Ci sei andato o ci stai andando adesso? " chiedono dal 118. "Ci sono andato" dice l'operatore del CPR. L'avvocata Viviani dice il nome del suo cliente e dove si trova: "Al modulo 5". La risposta è: "Ecco ci stiamo andando, Ayubb modulo 5, sta qua lo abbiamo portato". A quel punto il responsabile della centrale del 118 di Genzano perde la pazienza: "Devi dire la verità, come hai detto a me prima, hai detto che ci sei andato e non ti hanno detto niente". L'operatore del CPR farfuglia una risposta: "Ci sono andato io e nessuno ha fiatato, ora sono ritornato, sono venute le forze dell'ordine e gli Oss e lo stanno portando in infermeria". A quel punto dal 118 fanno presente la responsabilità penale: "Gli operatori delle forze dell'ordine e quelli dell'infermeria vi prendete la responsabilità di aver annullato il mezzo, io ve lo dico eh?!". Dal CPR rispondono: "Mi prendo io la responsabilità. Abbiamo avuto un incendio al modulo 9, abbiamo tre intossicati e l'infermeria piena". Alla fine della telefonata c'è il laconico commento della centrale del 118: "Hanno tre intossicati e non ci chiamano, già questo mi sembra ridicolo, ma non sono fatti miei".

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Simo Said, morto nel CPR di Bari

Il caso di Simo Said e lo spaccio di metadone nel Cpr di Bari

Uno dei casi più inquietanti di morti sospette nei CPR italiani è quello di Simo Said, morto a 26 anni, l'11 febbraio 2026 nel CPR di Bari. E' stato ritrovato con la schiuma alla bocca ed alle orecchie da alcuni compagni di modulo che dormivano accanto a lui. Dopo pochi giorni nel CPR di Bari è arrivata la deputata del Partito Democratico Rachele Scarpa per una ispezione. "Ho trovato una situazione critica, ma me lo aspettavo -racconta a Fanpage.it- ho avuto dei colloqui con un altro ragazzo che si era sentito male insieme a Simo Said. Proprio lui lo aveva trovato riverso a terra con la schiuma alla bocca e alle orecchie. Questo ragazzo mi ha raccontato che si era creato all'interno del CPR un giro di spaccio di metadone". Il metadone è un sostituto terapeutico dell'eroina e si somministra, dietro prescrizione del SerT delle Asl locali anche nei luoghi di detenzione. Ma le terapie di metadone sono personali, le boccette con i liquidi o in alternativa i blister con le compresse, arrivano già con il nome e cognome del destinatario e non possono assolutamente essere somministrate ad altri, se non alla persona soggetta alla terapia. "Questo spaccio si era creato grazie al fatto che veniva evidentemente somministrato in un modo che permetteva che qualcuno lo accumulasse. Sarebbe responsabilità del medico verificare che la persona assuma effettivamente davanti a lui il metadone. Probabilmente qualcosa in questo meccanismo, che serve a garantire la sicurezza di tutti, non è andato come doveva andare, si è arrivati ad avere un'overdose di metadone da parte di un ragazzo che non era in terapia sostitutiva, non era un tossicodipendente". Fanpage.it ha potuto leggere in esclusiva i risultati dell'autopsia di Simo Said, che confermano il mix letale di metadone e psicofarmaci che ha portato alla morte del ragazzo. A testimoniare lo spaccio di metadone nel CPR di Bari ci sarebbe quindi un ragazzo, proprio quello che ha trovato Simo Said morto.

Dopo le sue rivelazioni alla deputata Scarpa però, viene fatto sparire. "Immaginati la mia sorpresa quando dopo una settimana vado a fare la mia regolare visita ispettiva nel CPR in Albania, a Gjader, nel trovarmi davanti questo testimone, che io ero convinta che sarebbe stato ascoltato dalle autorità inquirenti nelle indagini sulla morte di un 26enne sano all'interno di un posto gestito dallo Stato" ci spiega Scarpa. Il testimone scomodo era stato mandato in Albania, e solo per un caso incredibilmente fortuito, proprio Rachele Scarpa lo ha riconosciuto durante una visita ispettiva nel CPR di Gjader. "Solo grazie alle nostre pressioni siamo riusciti a farlo liberare per il fatto che sarebbe dovuto essere ascoltato in un incidente probatorio. Ma io mi chiedo se noi non fossimo andati in Albania quel giorno, per ragioni completamente slegate dalla morte di Simo Said, cosa ne sarebbe stato di questo testimone? Chi avrebbe fatto luce su questa storia? Sarebbe uscito qualcosa? C'è un vero e proprio buco nero, le luci sono puntate volutamente altrove ed il sistema regge solo finché non si conosce a fondo".

E' possibile "riformare" i CPR?

Dopo un ricorso al Consiglio di Stato presentato dall'ASGI, sono stati dati sei mesi di tempo, che scadranno a febbraio 2027, al Ministero dell'Interno, per adeguare, di concerto con il Ministero della Salute, gli standard sanitari dei CPR. Il comitato europeo per i trattamenti inumani e degradanti, ha definito come tortura, il trattamento riservato ai migranti nei CPR. Due azioni giuridiche che si uniscono al fatto che chi ha problemi di salute mentale nei CPR non dovrebbe proprio starci. Ma allora come è possibile che questi luoghi siano ancora aperti e mietano vittime? Considerazioni che hanno a che fare con i diritti umani, la legge e il rispetto della persona, senza voler nemmeno soffermarsi sul fatto che meno del 9% delle persone trattenute nei CPR viene effettivamente rimpatriato. E' un sistema che non solo non funziona, ma produce crudeltà. Eppure è diventato un modello europeo, altri paesi dell'Unione si sono dotati delle stesse strutture, e in futuro, come ha fatto l'Italia in Albania, ne saranno realizzati altri in paesi extracomunitari. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi ne vuole costruire altri 6, a partire da quello a Castel Volturno, in provincia di Caserta, per il quale sono stati stanziati ben 43 milioni di euro. Una cifra spropositata, per realizzare un luogo di sofferenza. "I CPR sono diventati un modello europeo perché le nostre società stanno mettendo in atto quello che i sociologi chiamano un vero e proprio migranticidio. Cioè non si vogliono più vedere le persone migranti, devono sparire, devono essere invisibilizzate. Da una parte impedendone l'arrivo, e quindi gli ostacoli a chi fa soccorso in mare, l'omissione di soccorso stessa. Dall'altro con l'esternalizzazione delle frontiere, come fatto in Albania. Ed infine nei CPR, in quella che è una vera e propria frontiera interna. Sono tutti tentativi di allontanare, non vedere queste persone" ci dice Nicola Cocco. Chi svolge le ispezioni, chi li visita con costanza, chi ne denuncia la brutalità, ha le idee molto chiare. "Io credo che l'abuso di somministrazione di psicofarmaci nei CPR si configuri come tortura" ci dice Rachele Scarpa. "Non credo che l'istituzione dei CPR sia riformabile" dice la deputata Pd che si chiede: "Avere dei posti dove tu tieni le persone fino ad un anno e mezzo, facendole soffrire, rompendo la fiducia nei confronti delle istituzioni, facendola arrabbiare, facendola morire, trattandola come un animale, perché di questo si tratta, in che modo può generare sicurezza?".

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